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Le ripercussioni regionali della guerra in Afghanistan

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Mentre l’Alleanza Atlantica in Afghanistan sembra attraversare un momento di difficoltà e gli stati che partecipano alla forza Isaf manifestano idee piuttosto diverse sulle strategie da adottare, i paesi vicini mostrano, al contrario, di avere idee piuttosto chiare sul da farsi. 

Uno degli attori più determinati ad estendere la propria influenza sulla regione è senz’altro la Russia di Putin. Attraverso la CSTO (Collective Security Treaty Organization), alleanza a cui aderiscono - insieme all’ex Unione Sovietica - Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, Mosca ha infatti preso contatti con l’ex nemico afgano per costituire un sistema comune di difesa aerea. La cooperazione tra CSTO e Kabul riguarda anche la lotta al narcotraffico e all’integralismo islamico: si tratta di un progetto di collaborazione a tutto campo, che prevede – oltre a forniture militari - l’addestramento di ufficiali afgani da parte di personale russo. Un dettaglio significativo sulla natura di tale collaborazione giunge dagli emissari del CSTO, rimasti a Kabul per quasi tutta la scorsa settimana, i quali hanno riferito che la richiesta di supporto militare sarebbe partita proprio dal governo afgano. Come dire che la Nato non è in grado di garantire da sola la sicurezza del Paese e la preparazione delle truppe della novella democrazia. Un vero e proprio campanello d’allarme per l’alleanza atlantica, che vedrebbe seriamente ridimensionata la propria influenza nell’area qualora i rapporti tra Mosca e Kabul si rafforzassero in questa direzione.

La seconda forza ad avere interessi in campo è la Cina, che partecipa ad una alleanza regionale (la SCO, Shanghai Cooperation Organization) con Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tajikistan e Uzbekistan. Organizzazione che è stata ribattezzata da alcuni osservatori - per la sua forza e influenza nella regione - come la “Nato dell’est”. La SCO persegue con tutta evidenza una politica antiamericana (e antioccidentale), come dimostra il fatto che la domanda degli Stati Uniti (presentata nel 2005) di entrare a farne parte è stata nettamente respinta. Nonostante la Cina stia per il momento in disparte%2C bisogna ricordare che in passato Pechino è stata decisamente attiva nel difendere i suoi interessi nell’Asia centrale e sicuramente farà di tutto per assicurarsi l’accesso alle ricche risorse energetiche dell’area, fatte di gas e petrolio, di cui all’ombra della Grande Muraglia si ha sempre più sete.  

L’ingresso nella SCO è ambito, peraltro, anche da un altro vicino dell’Afghanistan, un vicino piuttosto inquieto: l’Iran. Nonostante Teheran abbia interesse a stabilire buone relazioni col governo Karzai, ci sono forti sospetti che gli Ayatollah abbiano aperto canali con i Talebani, e che stiano aiutando i fondamentalisti con denaro e armi, per proteggersi da un eventuale strike israelo-americano. Secondo il Guardian, i contatti sarebbero già in fase avanzata e si teme che proprio grazie ai servizi segreti iraniani i terroristi del Corano possano già essere in possesso di moderni missili terra-aria; circostanza che – a giudizio dell’autorevole quotidiano britannico – cambierebbe parecchie cose in Afghanistan. Tanto più che siamo alla vigilia di una seconda guerra afgana dall’esito tutt’altro che scontato e che anche i nostri militari rischiano di trovarsi presto coinvolti in maniera diretta, soprattutto sul fronte occidentale di Herat.  

Infine c’è il Pakistan, la cui frontiera con l’Afghanistan continua ad essere un colabrodo da cui passano centinaia di mujaheddin. Una zona, quella del confine, governata dalla Jamaat Ulama-e Islam, partito radicale pro-talebano, nella quale i terroristi possono contare su una vasta rete di complicità e appoggi. Inoltre, secondo due rapporti stilati da analisti britannici per il Ministero della Difesa inglese, ci sarebbero direttamente i servizi segreti pachistani a foraggiare i Talebani, mettendo loro a disposizione armi e campi di addestramento. Senza contare che Musharraf sogna per Kabul un governo un po’ meno filo-indiano di quello di Karzai.

 

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