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Le rivolte dimenticate nell’Africa sub-sahariana

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La caduta di Ben Ali in Tunisia ha compromesso l’apparato di controllo dei flussi migratori dall’Africa all’Europa con gli effetti immediati per l’Italia di cui tutti sono a conoscenza. L’eventuale fine del regime di Muammar Gheddafi porterebbe a conseguenze ancora più drammatiche nel caso venissero meno gli accordi Italia-Libia in materia di immigrazione stipulati nel 2008 con il ‘Trattato d’amicizia, partenariato e cooperazione’. I dubbi sulla capacità dell’Unione Europea di far fronte alla situazione – per ora il Consiglio europeo non ha nemmeno accolto la richiesta del governo italiano di convocare una riunione urgente per discutere dell’emergenza immigrazione – peggiorano il quadro e questo mentre anche dal resto dell’Africa arrivano segnali preoccupanti di crisi.

A sud del Sahara 800 milioni di persone vivono in condizioni al confronto delle quali abitare in Tunisia o in Libia parrebbe una fortuna. La Libia, con un PIL pro capite di quasi 17.000 dollari, si colloca tra gli stati ad alto sviluppo, 53esima nell’ISU, l’Indice di Sviluppo Umano 2010 dello United Nation Development Program. Per avere un’idea del divario esistente, la Nigeria, ad esempio, occupa il 142° posto nell’ISU, ha un PIL pro capite di soli 2.289 dollari, ma di fatto il 70% dei nigeriani vive con meno di un dollaro al giorno: e non è tra i paesi africani più poveri essendo stata fino al 2009 il primo produttore di petrolio dell’Africa (poi scavalcata dall’Angola) con 752 milioni di barili annui contro i 603 della Libia.

Difatti anche molte capitali dell’Africa sub-sahariana nei giorni scorsi sono state teatro di manifestazioni di protesta per l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità. In Senegal la periferia della capitale Dakar è stata posta sotto assedio per giorni, a partire dall’inizio di febbraio, da quotidiane manifestazioni di protesta: oltre che per il costo della vita, a cui il governo ha inteso rimediare introducendo un sistema di controllo statale sui prezzi, le proteste riguardavano le continue interruzioni nell’erogazione della corrente elettrica. In Ghana a esasperare la popolazione scesa in piazza ad Accra è stato l’aumento del 30% del carburante deciso dal governo, per di più a poche settimane dall’inaugurazione della piattaforma off-shore con cui inizia l’estrazione del petrolio nel paese. Nell’arcipelago delle Mauritius l’insostenibile costo dei generi alimentari ha suscitato violente proteste a fine gennaio. Pochi giorni prima, in Tanzania, due morti, decine di feriti e numerosi arresti è stato il bilancio delle proteste di massa organizzate ad Arusha dove la collera popolare è stata scatenata non solo dalle difficili condizioni di vita, ma anche dai vistosi brogli che, secondo l’opposizione, hanno caratterizzato le recenti elezioni amministrative.

Proprio l’andamento dei molti appuntamenti elettorali già conclusi e imminenti costituisce un ulteriore motivo di preoccupazione e di delusione per chi avesse sperato che il voto potesse premiare leader africani più responsabili e competenti.

Il 23 gennaio, ad esempio, la Repubblica Centrafricana è andata alle urne per eleggere il capo di stato e il parlamento. Nonostante le liste elettorali scorrette, i seggi spostati o soppressi, i verbali scomparsi, le schede rubate, il voto mancato nelle regioni controllate dall’opposizione armata e altri problemi la Commissione elettorale si è detta soddisfatta delle operazioni di voto e il 7 febbraio, quando ancora restava da esaminare il 27% delle schede, ha annunciato la vittoria di Francois Bozizé, presidente in carica dal 2003 grazie a un colpo di stato. Al parlamento, tra i vincitori, figurano: la moglie del presidente, due suoi figli, uno dei quali è già ministro della Difesa, e un suo nipote, già ministro delle miniere.

Con un colpo di stato, fallito, a fine gennaio l’opposizione, in Gabon, ha tentato di invalidare l’esito delle presidenziali che nel 2009 hanno legalizzato, tra vane proteste di brogli e irregolarità, la presa del potere di Ali Bongo che, come il collega Faure Gnassingbe in Togo, ha ereditato la carica presidenziale alla morte al padre. Il Benin doveva andare alle urne il 27 febbraio, ma il voto è stato rimandato al 6 marzo per problemi organizzativi: il registro dei votanti non è pronto e dagli accertamenti compiuti risulta che la lista provvisoria degli aventi diritto al voto esclude migliaia di cittadini proprio nei distretti notoriamente favorevoli all’opposizione.

Il 18 febbraio è toccato all’Uganda andare alle urne. Il presidente in carica Yoweri Museveni si candida per la quarta volta, la sua vittoria e quella del suo partito alle legislative sono date per scontate. È una situazione emblematica dell’assetto politico del continente. Il mondo aveva guardato con fiducia a Museveni quando, nel 1986, aveva messo fine al terribile periodo della storia ugandese segnato dalle deliranti dittature di Amin Dada, Milton Obote e Tito Okello. Ancora nel 1997, in un dossier, la Banca Mondiale annunciava l’avvento di un “rinascimento africano” portando Museveni e due altri “giovani leoni” a esempio di una nuova generazione di leader, avanguardia di una sicura svolta in senso democratico, in grado di coinvolgere tutto il continente, e protagonisti di performance economiche tali da eclissare quelle delle “tigri asiatiche”.

Poi Museveni si è inventato il “no party system”, sostenendo che il paese non era ancora maturo per la democrazia, e, nel 2006, ha ammesso il multipartitismo, ma in cambio ha fatto eliminare dalla costituzione l’articolo che limitava a due i mandati presidenziali per persona.

Gli altri due “leoni” su cui la Banca Mondiale scommetteva nel 1997 sono Melles Zenawi e Isayas Afeworki. Zenawi è primo ministro dell’Etiopia dal 1991, anno in cui con un colpo di stato ha messo fine alla dittatura di Haile Mariam Menghistu. Ammesso il multipartitismo nel 2000, l’opposizione ha ottenuto ottimi risultati alle legislative e amministrative del 2005. Zenawi ha replicato con l’arresto di centinaia di candidati dell’opposizione eletti, incluso il sindaco della capitale, e con la repressione delle proteste sedate con decine di vittime e migliaia di arresti. Il terzo “leone” era il leader del movimento secessionista eritreo, Isayas Afeworki, presidente dell’Eritrea dal 1993, anno dell’indipendenza dall’Etiopia. Da allora il paese non è mai andato al voto e quello di Afeworki è ritenuto uno dei peggiori regimi del pianeta.

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