Anomalie di sinistra/2

Le ronde non le ha inventate questo Governo, esistevano già da tempo

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Nelle ultime settimane ha suscitato non poche polemiche la proposta del Governo di disciplinare il fenomeno delle cosiddette ronde. Da Famiglia Cristiana a D’Alema, da Di Pietro a Ferrero: non c’è stata variante della sinistra e dell’opposizione che non abbia speso parole di fuoco contro l’iniziativa dell’Esecutivo, accusato di aver introdotto uno strumento di incitamento alla giustizia fai-da-te che non farebbe altro che aumentare l’insicurezza, finendo col sottrarre il controllo del territorio alle forze dell’ordine per consegnarlo a soggetti non professionali e non governabili.

Eppure, se si guarda la realtà con occhi scevri da pregiudizi ideologici, è agevole constatare come il Governo non abbia creato nulla, ma si sia limitato a disciplinare un fenomeno che, ormai da anni, interessa diversi Comuni italiani – amministrati sia dal centro-destra che dal centro-sinistra – dove più sentita è l’emergenza criminalità.

Milano, Verona, Padova, Brescia, Trieste, Modena, Torino: in questi ed altri Comuni operano da tempo associazioni sorte su base volontaria, per iniziativa di persone che rinunciano alla propria tranquillità domestica ed al diffuso senso di indifferenza per fare comunità contro l’insicurezza dei loro quartieri.

Non si tratta, come spesso è stato propangadisticamente riferito, di associazioni a connotazione politica o ideologica, ma di gruppi più o meno organizzati di semplici cittadini che, oltre ad operare a supporto delle competenti autorità pubbliche con finalità preventiva rispetto alla commissione di reati odiosi come furti, rapine, stupri, spaccio di sostanze stupefacenti, spesso svolgono anche opera di volontariato sociale in favore di situazioni di disagio e di degrado urbano. A Milano, ad esempio, dal 1994, sono attivi i “City Angels”: si definiscono “volontari di strada d’emergenza che aiutano i cittadini e lottano contro la criminalità” ed il loro motto è “Sicurezza e solidarietà”.

Tanto premesso sul piano della realtà dei fatti, al fine di fare giustizia delle critiche immotivate richiamate in apertura e sgombrare il campo da equivoci, conviene prendere in esame il testo del disegno di legge (n. 733, approvato dal Senato in data 5 febbraio u.s., attualmente all’esame della Camera), il quale, all’art. 52 (rubricato “Concorso delle associazioni volontarie al presidio del territorio”), così recita: “Gli enti locali, previo parere del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, sono legittimati ad avvalersi della collaborazione di associazioni tra cittadini non armati al fine di segnalare agli organi di polizia locale, ovvero alle Forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale. Dalla presente disposizione non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.

La comprensione della disposizione normativa appena riportata non richiede il possesso di particolari competenze giuridiche, essendo la sua chiara formulazione idonea a rendere evidenti alcuni punti, sintetizzabili come segue.

In primo luogo, il ricorso dell’Ente locale alla collaborazione delle associazioni volontarie è preceduto dal parere di un organo territoriale qualificato, quale il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica (presieduto dal Prefetto), che fornisce le più ampie garanzie in ordine al corretto utilizzo della forma di collaborazione spontanea in esame.
Inoltre, vi è la precisazione di carattere limitativo circa i connotati che possono assumere tali associazioni, laddove si ribadisce che le stesse non possono essere composte da soggetti armati.
Da ultimo, quanto al tipo di contributo che le formazioni in questione possono fornire, si afferma testualmente che esse possono solo “segnalare, agli organi di polizia locale, ovvero alle Forze di polizia dello Stato, eventi che possano arrecare danno alla sicurezza urbana ovvero situazioni di disagio sociale”: con il che è reso evidente che, lungi dal voler creare “giustizieri della notte” o un clima da far-west, si intende dotare gli Enti locali della possibilità di avvalersi delle associazioni volontarie per finalità di supporto rispetto alle funzioni cui sono (e restano) istituzionalmente preposte le forze dell’ordine.

Detto altrimenti: nessuna delega in bianco ai privati sulla sicurezza, nessuna licenza di fare giustizia sommaria, ma solo coinvolgimento di cittadini volontari, entro precisi limiti, a sostegno di compiti che restano di esclusiva spettanza delle forze di polizia (di cui peraltro si prevede un potenziamento in termini sia di risorse umane che materiali); senza trascurare di sottolineare che proprio l’espressa previsione di quei precisi limiti vale ad impedire le possibili degenerazioni del fenomeno, di fronte alla recrudescenza di alcuni recenti episodi di cronaca che hanno generato forte risentimento ed esasperazione nelle comunità colpite.

L’idea è, piuttosto, quella di dar vita ad una sicurezza partecipata, nella quale pubblico e privato, ciascuno nell’ambito dei propri ruoli e delle rispettive prerogative, fanno fronte comune contro il crimine che limita le nostre libertà e minaccia il nostro diritto alla sicurezza; un diritto che la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948  – spesso a parole invocata e più spesso nei fatti negata – pone significativamente accanto a quello alla vita ed alla libertà (art. 3).

Infine, la scelta governativa appare in linea con quel concetto di sussidiarietà orizzontale, oggi espresso dalla Costituzione, in base al quale lo Stato e gli enti territoriali “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale” (art. 118).

Insomma, dove è lo scandalo? Viene il sospetto che la levata di scudi contro l’iniziativa in commento, oltre a rappresentare l’ennesimo capitolo dell’opposizione “a prescindere” nei confronti dell’attuale Governo sapientemente orchestrata da certa stampa in collaborazione con certi ambienti politici, sottenda una scelta culturale di fondo: vale a dire l’ostilità (propria delle culture giacobine) nei confronti dei corpi intermedi, delle comunità naturali e delle loro forme spontanee di associazionismo.
Quella stessa ostilità che induce a condannare in un aula di giustizia chi esercita (senza eccederne i limiti) la legittima difesa, reagendo ad un’aggressione subita nel proprio domicilio o nel proprio esercizio commerciale ad opera di malviventi; quella stessa ostilità che si trincera dietro cavillosi formalismi di diritto costituzionale per decretare la morte di persone disabili.

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1 COMMENT

  1. Oppressori e vittime
    Quella stessa ostilità che si manifesta contro le vittime dei picchiatori universitari, centrisocialisti, giottini ecc. sempre attenti a conculcare – specialmente con la violenza – la libertà e la sicurezza altrui.

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