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L'analisi

Le sbandate della Lagarde metafora di questa Europa

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Nell’Unione Europea vige un paradossale stato d’eccezione. Chi l’ha imposto è un microrganismo acellulare ma finora, nel dispiegarsi dell’eccezione, nessun decisore di ultima istanza s’è affermato: vige una cacofonia di poteri – nazionali, regionali, locali, tecnici, comunitari – in cui nessuno domina, nessuno esprime visione strategica. Lo stato d’eccezione è politica al massimo grado d’intensità, ma nell’Europa di oggi manca la politica. Ci sono elementi prepolitici: scontri, conati di potenza, impulsi predatori. Nell’insieme le istituzioni finiscono in tensione e le nazioni si divaricano.

Sul fronte sanitario la Germania interrompe Schengen, chiudendo le frontiere con una decisione del tutto autonoma cui seguono scelte analoghe di molti altri Paesi, e mobilita, attraverso garanzie, quasi il 20% del Pil. I vari Paesi, alcuni dei quali hanno cambiato in corsa la linea di contrasto al virus, non condividono farmaci, strumenti, risorse – anzi talora li tesaurizzano.

Sulla politica monetaria lo scontro esplode con visibile durezza all’interno delle istituzioni. Nella Bce la presidente Lagarde annuncia una linea rigorista condivisa pubblicamente da una componente del board esecutivo, la tedesca Isabel Schnabel, e dal governatore della Banca centrale austriaca, Robert Holzmann. Dichiarazioni contrarie arrivano da altri membri del board, il capo economista Philip Lane e l’italiano Fabio Panetta, cui si accoda, con un brusco e autocritico cambio di rotta, la stessa Lagarde. Il conflitto è replicato tra i presidenti degli Stati e, dopo la temporanea prevalenza della linea espansiva, si trasferisce a un tema cruciale in epoca di emergenza: il formato del Meccanismo europeo di Stabilità (Mes), ovvero le condizioni di politica economica cui si sottomettono gli Stati in difficoltà per ottenere aiuti.

Sul rapporto con le grandi potenze che definiscono la posizione strategica dell’Europa è in corso un decisivo e tacito scivolamento di alleanze: alcuni Stati, guidati dalla Germania, si rivelano sempre più allineati alla Cina (Huawei, vendita di asset), mentre altri membri Ue accentuano orientamenti critici verso gli Stati Uniti che a propria volta promettono, alla fine dell’emergenza, una rassegna dei comportamenti tenuti da alleati e no.

Non sono sviluppi casuali: l’emergenza vitale mette in chiaro guasti profondi legati all’occultamento della dimensione politica e finora sanati per lo più con una retorica sostenuta con gran forza da élite e media. La Ue nasce scegliendo di sterilizzare la politica (troppo pesante è il carico di storia e sentimenti addensato nel continente) e cresce facendo convergere i suoi componenti per via giuridica (sentenze della Corte di Giustizia, direttive, regolamenti: terreno di coltura per una vasta invasiva burocrazia) ed economica (moneta unica, disciplina fiscale, forte enfasi sull’export). La formula è astuta (sana drammi storici con i benefici portati da scambi più efficienti), ma va in crisi quando l’economia volge al peggio e occorre guida politica: le emergenze esterne (migrazioni, conflitti nell’area mediterranea) ampliano le differenze di visione fra gli Stati membri e spengono quel po’ di solidarietà che era rimasta dopo Maastricht; aumenta il prezzo pagato per la politica dei surplus commerciali imposta dalla Germania (il mercantilismo aggressivo non crea amicizie); si contrae, sommersa dalla cura maniacale per i dettagli giuridici, la capacità d’innovazione tecnologica.

I segnali di crisi nell’ultimo triennio si accumulano. Prima, causa anche la pressione di Trump che mette da parte le convenzioni di un’alleanza logora, arriva la paralisi operativa: acrobazie fallite per bypassare le sanzioni Usa sull’Iran, conferenze sulla Libia, telenovela sul bilancio 2021-2027, difesa comune sotto il comando della Francia. Poi, con l’emergenza sanitaria che sfocia in stato d’eccezione, si concretizza uno sbandamento strategico che maturava da tempo: l’Europa rafforza la sintonia mercantilista con la Cina, dittatura che aspira al primato mondiale, e gli Stati Uniti non apprezzano alleati che badano soprattutto all’export (anche a loro spese) e si collocano a fianco del rivale strategico.

L’Unione oggi è un recinto dove Stati debilitati battagliano, sulle tracce di una lunga storia, per vantaggi contingenti o per la supremazia continentale usando come arma preferita uno sterminato apparato di norme: i più deboli stanno per diventare prede (attenzione al Mes), i più forti rischiano di finire schiacciati nel triangolo delle potenze maggiori (c’è anche la Russia)

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