Le sofferenze dell’Africa in un anno da dimenticare
31 Dicembre 2008
di Anna Bono
Il 2008 sembra destinato a concludersi senza che le pressioni internazionali riescano a ottenere la resa di Robert Mugabe, il dittatore che da 20 anni decide delle sorti dello Zimbabwe. Peraltro, benché non vi sia dubbio che Mugabe è il responsabile della rovina del suo paese e dell’attuale disperata situazione dei suoi abitanti, la giusta causa di convincerlo a lasciare il potere, tanto più ora che pretende di conservarlo pur essendo stato sconfitto alle elezioni di marzo, non deve far perdere di vista la portata assai più profonda e drammatica della crisi in atto nell’ex Rhodesia del sud.
Nulla, proprio nulla, infatti, induce a pensare che, uscito di scena Mugabe, le cose andranno meglio. Anche Morgan Tsvangirai, il suo avversario, sta mostrando di non avere a cuore la sorte del proprio paese abbastanza da rinunciare al ministero degli Interni per il quale continua a battersi. Assunta la presidenza, potrebbe rivelarsi altrettanto irresponsabile e incapace del suo predecessore.
Nella storia africana recente, d’altra parte, le speranze riposte nei nuovi leader sono state tradite talmente tante volte da lasciare ben poco spazio all’ottimismo e alla speranza.
I capi clan che nel 1991 in Somalia hanno deposto il dittatore Siad Barre, combattendolo in nome della democrazia, della giustizia e dei diritti umani violati, da allora si disputano l’apparato statale del tutto indifferenti alle sofferenze dei loro connazionali ridotti in miseria da una guerra interminabile.
Nello stesso anno e per le stesse nobili ragioni veniva costretto alla fuga in Etiopia il sanguinario dittatore Hailé Mariam Menghistu (ospitato fino alla sua morte nel 2006 dall’amico Mugabe, in Zimbabwe). Prendeva il suo posto nel 1994, dopo un periodo di transizione, uno dei leader della rivolta, Meles Zenawi, tuttora primo ministro e ben deciso a mantenere il potere come ha dimostrato alle elezioni generali del 2005 facendo arrestare molti dei candidati dell’opposizione risultati vincenti e reprimendo nel sangue le proteste popolari.
Nel 1997 la sconfitta di Sese Seko Mobutu, nell’attuale Repubblica Democratica del Congo, metteva fine a 30 anni di dittatura, una delle più feroci e corrotte del continente. Sembrava l’inizio di una nuova era. Invece il suo successore, Laurent Désiré Kabila, altri non era che un avventuriero privo di scrupoli che di democrazia e diritti umani non sapeva che farsene. Fu assassinato nel 2001 e sostituito dal figlio Joseph, ora presidente in carica. Dal 1998 al 2003 la guerra civile per il controllo delle immense risorse del paese ha provocato quattro milioni di morti e ancora si combatte nell’est dove, dalla sua roccaforte di comando, un ex generale, Laurent Nkunda, lancia assai verosimili accuse di corruzione e malgoverno all’attuale gruppo dirigente.
Nel 2002 in Kenya toccava a Daniel arap Moi lasciare malvolentieri la carica di presidente dopo 24 anni di dittatura mascherata da regime presidenziale. Il suo avversario, Mwai Kibaki, era un economista che prometteva lotta alla corruzione e riforme democratiche: vinse ottenendo la fiducia di un elettorato esasperato dal malgoverno e dall’arroganza del regime di Moi, ma, come fu presto evidente, non intendeva fare né una cosa né l’altra. La conta dei leader che negli ultimi due decenni hanno conquistato il potere con la forza o con il voto denunciando le colpe dei loro predecessori, promettendo buon governo, democrazia e rispetto dei diritti umani e venendo poi meno alle loro promesse potrebbe continuare.
Nel solo 2008 tante sono state le violazioni delle regole democratiche da poter annoverare l’anno che sta per finire tra i peggiori sotto questo aspetto. A gennaio, in Kenya, i due candidati alla presidenza, il capo di stato in carica Mwai Kibaki e il leader dell’opposizione Raila Odinga, dopo aver cercato la vittoria elettorale con brogli vistosi, hanno tentanto di affermarsi con la forza, provocando un bagno di sangue conclusosi con un bilancio di 1.500 morti e 250.000 sfollati. Alla fine hanno concordato di spartirsi l’apparato statale e per farlo, senza danneggiare i rispettivi partiti, hanno quasi raddoppiato i ministeri e quindi il costo dell’esecutivo.
Tre mesi dopo, come si è detto, in Zimbabwe scoppiava un’altra crisi post elettorale, tuttora irrisolta. Il 6 agosto era la volta della Mauritania. A soli tre anni dal golpe che nel 2005 aveva deposto Maaouya Ould Sid’Ahmed Taya, un altro colpo di stato, se non altro incruento, ha portato all’arresto del presidente Sidi Ould Cheikh Abdellahi e del primo ministro Yahya Ould Ahmed Waghf, accusati di non fare gli interessi del paese dai militari da allora al governo tramite un Alto Consiglio di Stato, promettendo elezioni entro il prossimo anno. Intanto il massimo risultato ottenuto dagli organismi internazionali intervenuti per chiedere il ripristino delle istituzioni democratiche è stato la promessa, effettivamente mantenuta, di liberare Abdellahi entro il 24 dicembre.
Non molto diversa da un golpe è stata anche la prova di forza all’interno dell’Anc, il partito di maggioranza in Sud Africa, che a fine settembre ha costretto il presidente Thabo Mbeki a dimettersi per aver tentato – secondo i suoi avversari – di sbarazzarsi del suo ex vice presidente Jacob Zuma ricorrendo a infondate accuse di corruzione, in seguito alle quali Zuma nel 2005 aveva dovuto rinunciare alla carica. Benché in attesa di giudizio, Zuma è stato eletto presidente dell’Anc al posto di Mbeki nel dicembre del 2007, il che ne fa il candidato del partito alle elezioni presidenziali del prossimo anno.
Due mesi più tardi il governo di transizione della Costa d’Avorio ha annunciato un ennesimo rinvio, questa volta a tempo indeterminato, delle elezioni previste per il 30 novembre e attese da anni, indispensabili per mettere fine alla crisi che divide in due il paese dal settembre del 2002, dopo un fallito colpo di stato contro il presidente Laurent Gbagbo. L’ulteriore proroga dipende dal mancato disarmo delle milizie protagoniste del conflitto civile e dal ritardo nella compilazione delle liste elettorali che avrebbero dovuto essere completate entro il 21 marzo: invece, a metà ottobre, su una stima di circa nove milioni di aventi diritto al voto ne risultavano iscritti soltanto 30.000.
Infine, in Guinea Conakry un gruppo di militari ha preso il potere con un colpo di stato il 23 dicembre, poche ore dopo la morte del presidente Lansana Conté, il dittatore che ha saccheggiato il paese per 24 anni reprimendo con la forza l’opposizione e le proteste popolari sempre più disperate. Il capitano Moussa Camara, leader del Consiglio Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo autore del golpe, ha sospeso la costituzione e ha annunciato la formazione di un governo composto prevalentemente da militari, promettendo lotta alla corruzione, democrazia e libere elezioni entro il 2010. Per concludere, non meno gravi, benché passati del tutto inosservati, sono gli attentati alla democrazia perpetrati in altri tre stati africani nel corso degli ultimi 12 mesi.
In Camerun, ad aprile, il presidente Paul Biya, al potere dal 1982, ha ottenuto dal parlamento la soppressione della norma costituzionale che, limitando a due i mandati presidenziali che una persona può ricoprire, gli avrebbe impedito di ricandidarsi alle prossime elezioni. Bisogna sapere che i capi di stato in Africa hanno un notevole vantaggio rispetto agli avversari al momento del voto perché, controllando l’apparato statale e le risorse nazionali, possono, se si dà il caso, ricorrere a brogli, corruzione e maniere forti per volgere i risultati elettorali a loro favore. Quindi Biya, superato l’ostacolo costituzionale, ha quasi sicuramente la vittoria in pugno. Per questo il 21 aprile il Fronte sociale democratico, l’unico partito ad aver votato contro la riforma della costituzione, ha organizzato una giornata di “lutto per la morte della democrazia”.
A novembre il vincolo dei due mandati presidenziali è stato soppresso anche in Algeria per decisione parlamentare quasi unanime. Inoltre il presidente Abdelaziz Bouteflika ha ottenuto un’altra fondamentale modifica costituzionale grazie alla quale d’ora in poi l’elaborazione del programma di governo, prima affidata al primo ministro, spetta al presidente della repubblica, il che trasforma il primo ministro in un mero esecutore.
Pochi giorni dopo infine, all’inizio di dicembre, anche lo schieramento che sostiene il presidente del Niger Mamodou Tandja ha avanzato la proposta di abolire il limite dei due mandati presidenziali. Tandja si unisce dunque alla lunga lista di leader africani che tentano di restare in carica a vita. Negli anni scorsi sono riusciti a cambiare a proprio favore la costituzione Idriss Déby in Ciad,
Yoweri Museveni in Uganda, Zine el-Abidine Ben Ali in Tunisia (alle presidenziali del 2004 rieletto con il 94,5% delle preferenze!) e Blaise Compaoré in Burkina Faso.
