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Le tappe della vicenda irachena: dalla caduta di Saddam a Sharm el Sheik

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Il 4 maggio si è conclusa la conferenza internazionale per la riconciliazione nazionale irachena di Sharm el Sheik in Egitto, cui hanno preso parte 38 Stati. I rappresentanti della diplomazia dei Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza, dei Paesi del G8, dei Paesi confinanti con l’Iraq, delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea si sono trovati sullo stesso tavolo per definire un piano di riconciliazione tra le diverse confessioni ed etnie che costituscono il popolo iracheno (sciiti, sunniti e curdi). Al tavolo del negoziati, per la prima volta, i ministri degli Esteri di Siria e Iran; il siriano, dopo due anni di gelo, ha avuto un incontro bilaterale a margine della conferenza con il segretario di Stato americano, Condoleeza Rice. Tra Iran e Usa, invece, il colloquio è avvenuto a livello di funzionari di Stato. Dei 38 Stati partecipanti, 17, Italia compresa, hanno deciso di ritirare i loro contingenti. Attualmente restano in Iraq 152.000 soldati, di cui 140.000 (destinati a diventare presto 160.000) statunitensi, 7.100 (destinati a diventare 5.500 in agosto) inglesi, 2.300 sudcoreani, 1.400 australiani, 900 polacchi, 850 georgiani, 605 rumeni. La Danimarca ha annunciato il ritiro dei suoi entro agosto. Nella conferenza è stato decisa la cancellazione di buona parte del debito pubblico iracheno e la concessione di aiuti finanziari da parte dei Paesi partecipanti, per un totale complessivo di circa 30 miliardi di dollari. Come spendere questi aiuti dipenderà dal governo iracheno.

La conclusione della conferenza ci offre la possibilità di ripercorrere le tappe della missione in Iraq. Il 20 marzo 2003, scaduto l’ultimatum di Bush a Saddam Hussein, ha inizio l’operazione Iraqi Freedom, con il lancio di missili Cruise e gli sganciamenti dei cacciabombardieri americani su obiettivi scelti a Bagdad. Le accuse rivolte al regime di Saddam sono il possesso di armi chimiche e migliaia di cucchiaini all’antrace e di avere legami con Al Qaeda. Entrambe, a oggi, sembrano non dimostrate. Nonostante la confusione fatta da politici e giornali, l’Italia non ha partecipato alla guerra, scegliendo una politica di non belligeranza (N. Ronzitti, Introduzione al diritto internazionale, Torino, 2007). In sostanza, l’Italia si è limitata a concedere il transito sul proprio territorio e il sorvolo dello spazio aereo, oltre all’uso delle basi per il trasporto di paracadutisti. Ben più intenso era stato il coinvolgimento dell’Italia nella guerra del Kosovo, svoltasi anche essa senza una preventiva autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Il 9 aprile 2003 le forze della coalizione conquistano Bagdad e il primo maggio Bush dichiara finita la guerra. Prende il via una missione per la ricostruzione dell’Iraq, che si svolge sotto l’egida dell’Onu, a cui prende parte, tra gli altri Paesi, anche l’Italia. La missione è chiaramente di carattere militare, viste le condizioni di difficoltà nelle quali gli operatori stranieri sono chiamati a operare e viste anche le funzioni di addestramento che sono chiamati a svolgere, ma non si tratta di una missione aggressiva o di conquista. Nel corso della missione, i militari italiani hanno addestrato 15.500 soldati e poliziotti iracheni, hanno compiuto 16 mila pattugliamenti e 15.000 sequestri di armi di esplosivi, realizzato 872 progetti di ricostruzione per un valore di oltre 35.000 di euro.

Ad agosto del 2003 inizia la lunga spirale di attentati. Primo obiettivo è la sede Onu a Bagdad (22 morti), seguono la moschea di Najaf (80 morti) e Nassiriya (28 morti). Intanto, il 13 dicembre a Tikrit viene arrestato Saddam Hussein, ma la cattura inasprisce la guerriglia tra sciiti e sunniti. Il mese di marzo 2004 è un mese importante per il popolo iracheno, ma difficile per le forze della coalizione internazionale. Il Consiglio di governo iracheno firma la Costituzione transitoria e iniziano i rapimenti di stranieri: 7 religiosi sudcoreani e tre giapponesi. Il 13 aprile tocca a 4 italiani. Uno di loro, Fabrizio Quattrocchi, viene ucciso mentre gli altri tre vengono liberati. Il 28 aprile si insedia il governo Allawi. Iniziano a diffondersi su internet fotografie e notizie relative a torture nel carcere di Abu Ghraib e ciò mette in difficoltà i governi presenti sul territorio di fronte all’opinione pubblica. Intanto gli attacchi terroristici non accennano a diminuire. Il 30 gennaio 2005 si svolgono le prime elezioni libere. I sunniti boicottano il voto. Il 15 ottobre si svolge un referendum per approvare la nuova Costituzione. Gli iracheni dicono sì. Quattro giorni dopo inizia il processo a Saddam Hussein e a 7 suoi collaboratori. Saddam verrà condannato all’impiccagione e il caso diventerà un caso umano. L’opinione pubblica accusa il tribunale speciale della condanna a morte e delle irregolari modalità di svolgimento del processo. Certamente il procedimento penale che ha visto imputato Saddam non rispecchia tutti gli standard occidentali, ma è vero che il parametro di riferimento deve essere la giustizia irachena e non anche quella italiana o statunitense. Saddam ha avuto un processo con tanto di procedimento di appello, anche se ciò non toglie che considerazioni negative possano esprimersi sull’opportunità, in generale, della pena capitale.

Il 15 dicembre gli iracheni eleggono il nuovo Parlamento e il 16 marzo è la volta del governo guidato da Al Maliki. Il 30 dicembre Saddam viene impiccato. Il 19 gennaio 2006 il presidente Bush annuncia l’invio di altri 21.500 soldati. A poco più di 4 anni dall’inizio della guerra, la situazione irachena è tutt’altro che stabilizzata. Il governo guidato da Al Maliki si è dimostrato incapace di garantire la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico e la faida tra sciiti e sunniti è peggiorata con altro sangue e milioni di morti. Secondo il sito Iraq Body Count, in questi anni si contano tra i 59.082 e i 64.916 morti, a cui si aggiungono 3.200 soldati statunitensi e 250 degli alleati. Il terzo posto del podio delle vittime spetta all’Italia: 32, tra i circa 30.000 militari che si sono alternati in Iraq, sono morti, molti nella strage di Nassiriya; 6 i civili e poi la nota morte di Nicola Calipari, agente del Sismi, il 4 marzo 2005 nell’ambito dell’operazione che ha condotto alla liberazione della giornalista Giuliana Sgrena, rapita il 4 febbraio.

Al centro del dibattito politico rimane ancora il ritiro delle truppe straniere. La Danimarca ha annunciato il ritiro dei suoi soldati e anche la Gran Bretagna pensa a un exit strategy. Il leader religioso sciita, Moqtada Al Sadr, in segno di protesta per la presenza militare straniera ha ritirato i suoi 6 ministri dall’esecutivo. Dalla Casa Bianca, Bush è stato costretto a mettere il veto alla legge votata dal congresso per il rifinanziamento della missione, subordinato all’avvio del ritiro delle truppe statunitensi entro il marzo 2008. Il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha auspicato un maggiore intervento delle Nazioni Unite, ove ce ne fossero le condizioni. Il punto è proprio che le condizioni per un impegno di carattere civile, o comunque light sul piano militare, ancora non esistono. Il livello di violenza è sempre molto alto e il rischio è quello di mandare i soldati letteralmente al massacro. D’altra parte, il ritiro della presenza internazionale significherebbe lasciare gli iracheni in balia del loro destino, dopo averli destati, a torto o a ragione, dalla situazione di sudditanza in cui si trovavano con il regime di Saddam Hussein. Forse è per questo che di exit strategy non si è parlato, se non su un piano molto generale, nella Conferenza di Sharm. Vedremo cosa accadrà nel prossimo appuntamento di Istanbul, di cui ancora non si conosce la data.

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