Le tattiche incrociate di Tremonti con Bossi e di Bossi col Pdl
27 Settembre 2011
Da Washington a via Bellerio, Milano. Senza passare da Roma. Tremonti non riferisce a Berlusconi, né parla coi vertici del Pdl, ma va al vertice con Bossi per ‘concordare’ il dl sviluppo. Nello stesso giorno, Calderoli chiude la porta alla riforma elettorale, che Alfano, scettico fino all’altro giorno, ha appena spalancato. Che succede? E soprattutto, cosa c’è dietro?
Tattiche incrociate in un mare in tempesta. Nella trasferta americana il Prof. di Sondrio ha evitato con cura qualsiasi riferimento, fosse anche uno straccio di battuta al fiele delle sue (magistrale quella per rispondere a Rutelli che incrociandolo a Fiumicino ne ha descritto il ‘pessimismo cosmico’. Replica tremontiana: incontrare Rutelli di prima mattina non è che ti tira su il morale), al fuoco ‘amico’ che su di lui ha orientato il target. Frondisti pidiellini e movimentisti leghisti (questi ultimi sotto-traccia per non agitare troppo il Senatur) ne chiedono la testa o lo spacchettamento del suo ministero che tiene in sé Tesoro, Bilancio, Finanze e Partecipazioni statali, dopo averne bocciato la manovra nelle sue varie versioni e la linea economica rigorista.
C’è chi, poi, ai piani alti di via dell’Umiltà (Cicchitto, Corsaro tanto per citarne due tra i più autorevoli) dice che è arrivato il momento di un cambio di passo nel segno della ‘collegialità’ e soprattutto un’inversione di rotta e la rotta dopo il rigore deve essere la crescita. Sul tavolo c’è il dl sviluppo, per molti nella maggioranza, vera cartina di Tornasole sulla capacità dell’esecutivo di affrontare per le corna il toro della crisi, aggredire il debito pubblico e rimettere in moto la produttività (lo chiedono i mercati e l’Europa), ma anche per testare la reale durata della legislatura, al netto delle vicende giudiziarie che assediano il premier. Berlusconi non nasconde l’irritazione, soprattutto dopo la doppia-assenza del superministro giovedì a Palazzo Chigi (Consiglio dei ministri) e a Montecitorio (voto su Milanese), pure se per il momento preferisce la via della ‘decantazione’, ben sapendo che un eventuale ‘licenziamento’ del titolare di via XX Settembre in questo momento avrebbe contraccolpi interni e internazionali. Il clima è questo e non accenna al bel tempo.
Come se non bastasse, dentro il Pdl cresce il ‘partito’ del voto subito, capitanato da Formigoni e spalleggiato da Alemanno. La mossa del governatore lombardo nello stesso giorno in cui Berlusconi ribadiva che il governo va avanti fino al 2013 e che lui potrebbe lasciare solo se sfiduciato in Parlamento, getta nuova benzina sul fuoco. Una posizione che di per sé stabilisce improbabili ma chiari parallelismi con lo stesso obiettivo che Bersani&C. tentano di perseguire da anni: il passo indietro del Cav. che secondo i suoi detrattori rappresenta il male assoluto.
Stupisce che il governatore lombardo e il sindaco di Roma pensino alla bacchetta magica della soluzione a tutti i problemi se Berlusconi se ne va. Forse è più realistico pensare che si spingano a perorare la causa del voto anticipato in nome e per conto di una politica nuova, trasparente, partecipativa e dal basso, più per ragioni di ambizioni personali nel centrodestra del dopo-Berlusconi che per una questione di politica innovativa. Un metodo che molti nel Pdl non esitano a definire “puro tafazzismo”.
La questione Tremonti. Il fatto che il Prof. di Sondrio si sia chiuso con lo stato maggiore del Carroccio a via Bellerio (Bossi, Calderoli, Maroni, Giorgetti e Cota) mentre i contatti con Palazzo Chigi al momento sono congelati, fatta eccezione per la mediazione telefonica di Gianni Letta tra ministro e premier, non è passato inosservato. Ed ha il suo perché. La sponda col Senatur è la chiave che serve a Tremonti per mettersi al riparo dal ‘fuoco amico’. Una tattica che serve pure al leader della Lega.
Tremonti ha la garanzia di un asse ancora forte col capo dei padani la cui parola nessuno nel Carroccio intende mettere in discussione (compresi i maroniani, più scettici verso il superministro) e su questo fa leva per controbilanciare i possibili effetti di un Berlusconi irritato e quelli dei frondisti pidiellini. Oltre al fatto di capitalizzare un favore fatto a suo tempo proprio a Bossi: l’averlo riportato nell’alleanza col Cav. dopo lo strappo del ’94. Oggi Bossi gli restituisce quel favore ben sapendo che Berlusconi a lui e alla loro granitica amicizia non può rinunciare.
Per il Senatur la sponda col Prof. di Sondrio è utile a mantenere alto il livello di dialettica nella maggioranza sulle scelte di politica economica, soprattutto adesso che secondo i rumors di Palazzo, il Cav. sarebbe intenzionato a istallare a Palazzo Chigi la cabina di regia per lo sviluppo. C’è dell’altro: se il vertice col Carroccio doveva servire a fare il punto sul pacchetto di misure da varare, in realtà sarebbe servito più che altro, da un lato a rafforzare l’asse con la Lega dopo le polemiche per il voto su Milanese, dall’altro a riallacciare il filo politico con Berlusconi, con un Bossi nelle vesti di ambasciatore di entrambi gli ‘stati’.
Con quale effetto resta tutto da verificare, visto che Berlusconi ha annunciato iniziative sul fronte della crescita entro la settimana intestandosene la paternità e come ha ribadito ieri sera ad una cena ad Arcore con gli industriali del Nord alla ricetta per lo sviluppo ci penserà lui e la presenterà tra pochi giorni nel prossimo Consiglio dei ministri. Per altro verso, nell’agenda di Tremonti sono confermati tutti gli appuntamenti dei tavoli tecnici propedeutici al dl sviluppo. Strade parallele, dunque.
Il nodo della legge elettorale. La Lega teme il ritorno del Mattarellum se la Corte Costituzionale a gennaio ammetterà il referendum che a giugno ha buone possibilità di passare. E intende contrastare in tutti i modi l’eventualità di un sistema elettorale che la penalizzerebbe, visto il calo di appeal della coalizione di centrodestra in caso di elezioni. L’obiettivo, dunque è salvaguardare se stessa e in quest’ottica le parole di Roberto Calderoli “prima la riforma costituzionale poi la legge elettorale” suonano come un avvertimento al Pdl che col suo segretario, invece, ha aperto alla riforma del Porcellum a tre condizioni: bipolarismo, non più parlamentari nominati ma scelti dal basso e con un forte ancoraggio al territorio, designazione del candidato premier.
Il ministro della Semplificazione ha portato a Napolitano la bozza del ddl costituzionale sulla forma-Stato e le riforme istituzionali tra le quali il Senato federale ed è ovvio – si ragiona nel centrodestra – che prima voglia portare a casa il risultato del Senato federale (altra grande promessa al popolo leghista insieme al federalismo da mantenere). Prima, perché negli ambienti del Carroccio si teme che mettere al primo posto nell’agenda politica la legge elettorale significherebbe avvitarsi per settimane nel confronto tra le forze politiche e ‘intasare’ il Parlamento. La tattica di Calderoli, è il sospetto nella maggioranza, sarebbe quella di dire no per poi aprire una trattativa che possa tornare comoda al suo partito. Al messaggio del ministro della Semplificazione replica Gaetano Quagliariello per il quale non è detto che si debba aspettare la riforma costituzionale per modificare la legge elettorale visto il timing del referendum, semmai è opportuno contemperare entrambe le esigenze.
D’altro canto, Alfano accelera per tre motivi: attrezzarsi per tempo contro la mannaia referendaria; fare previsioni a medio termine in questa fase così confusa è difficilissimo e col vento che tira tra mercati, agenzie di rating e il rischio default della Grecia (sempre più alle viste) uno show down interno o esterno che precipiti la situazione verso il voto anticipato resta un’ipotesi verosimile. L’altro tema, riguarda il possibile ‘appeasement’ con Casini in Parlamento, pure lui contrario al Mattarellum e prudentemente aperto all’idea di una riforma bipartisan. Tattiche incrociate, interessi incrociati. Destini incrociati.
