La Ripubblica

Le tre critiche alla nuova destra

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Cosa non convince delle recen­ti posizioni di Gianfranco Fi­ni? L'eccesso di tatticismo, la personalizzazione del suo scontro con Silvio Berlusconi e la sua apparen­te rinuncia al progetto, sul quale s'era impegnato negli ultimi tre an­ni, teso a costruire un centrodestra alternativo a quello leghista-berlusconiano. Proviamo a ragionare su queste diverse questioni, che in re­altà sono tra di loro strettamente intrecciate. La cosa peggiore che possa capitare ad un leader politi­co è dare l'impressione di non ave­re un'idea direttiva, una stella pola­re che orienta il suo cammino, in­somma una visione strategica e di lungo periodo. Fini è stato a lungo accusato di essere un politico a suo agio soprattutto con le meccaniche del Palazzo.

È stato accusato di muoversi in funzione delle contingenze e delle convenienze. E questo è sempre stato considerato il suo più grande limite.

Da quando ha assunto la funzione di Presidente della Camera ha però inaugurato un nuovo corso - politico e per­sonale. S'è buttato con corag­gio e determinazione in una battaglia politico-intellettuale d'innovazione. Entro un qua­dro asfittico e tutto orientato al giorno per giorno, dominato dalle risse e dalle polemiche, ha scelto di ragionare sui gran­di temi che oggi decidono la vi­ta di una nazione: l'immigra­zione, la bioetica, le regole del­la democrazia, l'etica pubbli­ca, la legalità, la coesione socia­le, lo sviluppo economico, il fu­turo dei giovani, l'innovazione tecnologica.

Su queste basi s'è costruito un'immagine pubblica, se non da statista, da politico che guarda al futuro, che non si li­mita a scrutare l'orizzonte, ma cerca di battere nuove strade. Pur venendo da una militanza politica storicamente nel se­gno della marginalità e dell'irri­levanza, ha dimostrato di sa­per interloquire con ogni setto­re della società, di essere un in­terlocutore politico credibile e affidabile anche per chi non condivideva le sue pregresse posizioni. Ha suscitato interes­se e attenzioni crescenti in mol­ti ambienti. Ha suscitato non poche attese e speranze.

Ciò che è accaduto negli ulti­mi tempi è stato però una sorta di ritorno alle origini. Le sue scelte ultime sono parse detta­te da un sovrappiù di politici­smo vecchia maniera. Il suo orizzonte è tornato ad essere quello politico tradizionale. Perché ciò è accaduto?

Molto ha contato la piega presa dal suo confronto con Berlusconi. Nei confronti di quest'ultimo, per mesi ha con­dotto una polemica senza sconti, che ha contribuito a mettere a nudo le contraddizio­ni del modello politico berlusconiano. Del Cavaliere ha cri­ticato la concezione cesaristica e carismatica della democra­zia, la mancanza di un autenti­co senso dello Stato, l'enfasi propagandistica, la propensio­ne populistica, le inadempien­ze sul piano dell'azione di go­verno, la confusione tra interes­si privati e b ene pubblico, la subordinazione alle parole d'or­dine della Lega, la conduzione padronale del Pdl, gli attacchi reiterati alla magistratura, la lo­gica da scontro frontale con gli avversari politici.

Berlusconi, colpito nel vivo da queste critiche, lo ha ripaga­to con l'espulsione di fatto dal Pdl e con una sequela di violen­ti attacchi personali, diretti e per interposta persona, culmi­nati nella campagna di stampa sulla vicenda della casa di Montecarlo e nella richiesta di dimissioni dalla carica di Presi­dente della Camera. Ne è segui­ta, da parte di Fini, la decisione di dare vita ad un nuovo parti­to e di proporsi agli occhi degli italiani, in coerenza con le posi­zioni maturate negli ultimi due-tre anni, come l'alfiere di una destra nuova, diversa per stile e contenuti da quella berlusconiana.

Ma da politica e culturale la contesa, ad un certo punto, ha assunto una valenza personali­stica Agli insulti e alle accuse del mondo berlusconiano, su tutte quella di “tradimento”, quello finiano ha preso a rispondere con lo stesso stile e spesso con le stesse argomen­tazioni, facendo venire meno la differenza tra le rispettive proposte politiche. Fini stesso ha dato l'impressione in più oc­casioni di voler chiudere con il Cavaliere una partita privata, a qualunque prezzo e con ogni mezzo. Alcuni dei suoi uomini hanno preso ad assecondare gli stereotipi dell' antiberlusconismo più becero. S'è così pro­dotta una drammatizzazione che politicamente non ha pro­dotto nulla e che, soprattutto, ha fatto perdere strada facen­do le ragioni autentiche che avevano portato alla separazio­ne tra i due leader.

Ragioni riassumibili, come detto, nel progetto finiano teso alla nascita - nella prospettiva comunque ineluttabile del dopo-Berlusconi - di un nuovo e diverso centrodestra, più con­sentaneo con l'esperienza de­gli altri Paesi europei. Era que­sta la sua scelta strategica: una scommessa certamente impe­gnativa, ma proprio per questo da coltivare guardando al lun­go periodo e non all'immedia­to. Una scelta necessaria per salvaguardare l'impianto bipo­lare della democrazia italiana e, al tempo stesso, per evitare la frantumazione e la dispersio­ne del blocco sociale ed eletto­rale che in questi anni si è ag­gregato intorno alla leadership eccentrica e irripetibile di Ber­lusconi.

Ma quest'idea strategica -l'unica peraltro credibile consi­derata la storia personale di Fi­ni e il suo storico elettorato di riferimento - ha finito per esse­re sacrificata, almeno all'appa­renza, alla battaglia personale contro il Cavaliere e alla deriva tatticista che l'ha accompagna­ta. Da qui gli ondeggiamenti degli ultimi tempi: dapprima la scelta (in larga parte necessi­tata) di dare vita ad un Terzo Polo, subito dopo la disponibi­lità a dare vita ad una “grande alleanza” con la sinistra in fun­zione antiberluscomana. Ondeggiamenti che hanno confu­so i seguaci della prima ora, in­dispettito in molti casi l'eletto­rato, creato sconcerto tra gli stessi osservatori e determinato la mancanza di tensione e la confusione programmatica che sembrano caratterizzare l'appuntamento del prossimo fine settimana, quando a Milano vedrà ufficialmente la luce Futuro e Libertà.

Appuntamento che a questo punto diventa decisivo per il futuro politico di Fini e della sua creatura politica. In quella sede dovrà infatti chiarire, una volta per tutte, se hanno ragione i      suoi critici, quando lo definiscono un tattico pronto a cambiare idea ad ogni occasione; se la sua sferzante critica al berlusconismo nasconde solo uno spirito di vendetta personale o è animata da più serie ragioni politiche; se, infine, vuole accreditarsi come il leader potenziale del futuro centrodestra italiano o se ha deciso, cosa peraltro legittima se questa è la sua decisione, di dare vita all'ennesimo ircocervo politico.

(Tratto da Il Mattino)

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