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Le ultime settimane di Blair a Downing Street

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Oggi Tony Blair ha annunciato le dimissioni da leader del partito Laburista. Le procedure che condurranno alla nomina del suo successore dureranno circa sette settimane. Blair rimarrà nel frattempo primo ministro, ma è certo che entro il 2 luglio la Gran Bretagna avrà un nuovo capo di governo. Sembra ormai chiaro che questi sarà Gordon Brown, attuale ministro del Tesoro. Brown ha diversi nemici nella compagine laburista, ma il partito cercherà di mantenersi unito per dare all’opinione pubblica un’immagine di compattezza.

I risultati deludenti delle elezioni amministrative del 3 maggio hanno messo in evidenza la crisi di consensi che il Labour Party sta attraversando di fronte alla ripresa dell’opposizione conservatrice guidata da David Cameron. Il Labour Party ha perso seggi importanti nel parlamento scozzese e molti voti nel sud dell’Inghilterra. Non c’è dubbio che il progetto del New Labour ha perso quella forza di persuasione che aveva portato il partito a tre trionfi consecutivi alle elezioni politiche. L’avvicendamento tra Blair e Brown non segnerà un vero rinnovamento nella linea di governo, però consentirà di recuperare il consenso di quanti oggi non amano Blair perché considerato troppo ostinato e arrogante. Tuttavia, il fatto che il passaggio di consegne avverrà in maniera “pacifica”, desta stupore in coloro che negli anni passati hanno potuto seguire l’aspro confronto tra blairisti e brownisti al governo. Blair, in realtà, non gradisce Brown come successore.

La rivalità tra i due politici risale al 1994, alla morte improvvisa del vecchio leader del partito, John Smith, e all’ascesa di una nuova generazione di laburisti, di cui Blair e Brown erano gli esponenti di punta. Siamo nella fase in cui Blair ricorre all’arma della sua maggiore popolarità per convincere Brown a non candidarsi per la leadership. Così Blair ha potuto ottenere la guida del partito senza difficoltà, anche se prima della sua elezione è stato costretto a stringere un accordo con Brown, i cui particolari non sono noti e hanno dato adito alle speculazioni della stampa britannica. Si ipotizza che Blair abbia promesso a Brown il ritiro dopo due mandati e che poi l’avrebbe sostenuto come suo successore. Ma la terza candidatura di Blair nel 2005 e la mancata precisazione della data del suo ritiro, hanno guastato definitivamente il rapporto tra i due. Si dice che se la sua popolarità non fosse crollata a causa della guerra in Iraq, Blair non si sarebbe ritirato.

Alle tensioni tra Blair e Brown si sono aggiunte quelle tra Brown e alcuni suoi colleghi di governo. Nonostante Brown goda di un’ampia popolarità nella base del partito, non ha buoni rapporti con la maggioranza dei laburisti al vertice del partito. Di qui la scissione tra blairisti e brownisti che ha danneggiato l’immagine del Labour a livello mediatico e ha distolto l’attenzione degli elettori dai temi politici più concreti. Per qualche tempo, questi dissapori hanno perfino messo in dubbio la quasi certa successione di Brown a Blair. Spesso è stato fatto il nome di David Miliband, 41enne blairista e ministro dell’Ambiente, come potenziale candidato per il dopo Blair. Il 16 aprile, però, Miliband ha messo in chiaro che non si sarebbe candidato, avendo intuito che non è questo il momento giusto per concorrere per la leadership. Negli ultimi giorni, anche due arci-nemici di Gordon Brown hanno rinunciato alla candidatura per mancanza di sostegno all’interno del partito. Si tratta di Charles Clarke e John Reid, rispettivamente ex e attuale ministro dell’Interno.

L’unico che sfiderà Brown sarà quindi un parlamentare poco conosciuto dell’ala sinistra di cui, tuttavia, ancora non si conosce il nome. L’ala sinistra, infatti, è ancora divisa sul candidato da schierare contro Brown. Sia John McDonnell che Michael Meacher vorrebbero riaffermare l’elemento socialista tipico della tradizione laburista, ma sono anche consapevoli del fatto che non hanno nessun chance di sconfiggere Brown. Hanno dichiarato che la loro eventuale candidatura avrà carattere meramente simbolico e che servirà ad aprire il dibattito sui valori del partito. L’ala sinistra, ad ogni modo, potrà concorrere per la leadership solo se riuscirà a trovare un accordo su un candidato comune in grado di raccogliere in Parlamento i 45 seggi necessari per presentare la propria candidatura. Se nè McDonnell nè Meacher ce la faranno, Brown sarà l’unico candidato e potrà trasferirsi a Downing Street anche prima di luglio.

In sostanza, quella di Brown a successore di Blair sta assumendo i contorni di un’incoronazione, dal momento che non esiste una vera e propria competizione. E dopo gli insuccessi elettorali questo non può che giovare al partito. Tuttavia, non è detto che Brown sia la scelta migliore per far fronte alla sfida posta dai conservatori, che sono tornati a essere maggioranza nel paese sotto la guida carismatica del leader David Cameron, di soli 39 anni. Diversi commentatori hanno sostenuto che in queste circostanze un giovane candidato come David Miliband avrebbe potuto rinnovare l’immagine del Labour Party.

Ancora non si sa quando Brown indirà le prossime elezioni legislative, probabilmente aspetterà fino al 2010. Ma non avendo ricevuto il mandato come primo ministro direttamente dal popolo, potrebbe anticiparle alla primavera del 2008. I sondaggi assegnano un ampio margine di vantaggio ai conservatori. Ma la grande speranza dei laburisti è il sistema elettorale, che potrebbe attribuirgli la maggioranza dei seggi anche in caso di sconfitta in termini di voti. Questo può facilmente accadere. I conservatori sono nettamente svantaggiati dal rapporto che mette in relazione voti e seggi e hanno bisogno di una vittoria travolgente per conquistare la maggioranza in Parlamento. A parte questo, non vi sono molti fattori che attualmente giocano a favore del partito di Brown.

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