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L’ecologismo e quella presunzione di sapere cos’è essenziale alla vita

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Di commenti alla situazione odierna e congetture sui probabili cambiamenti che la pandemia comporterà se ne è scritto a bizzeffe. Cambiamenti che, a ben vedere, investiranno le nostre vite a trecentosessanta gradi. Fin da ora, dunque, è bene riflettere sul come orientare il futuro. Difficilmente, infatti, il progresso può essere concepito come una linea retta necessaria, la quale procede (quasi) senza interruzioni o battute d’arresto. Di inarrestabile a questo mondo non c’è nulla, ed è bene che sia così. Un mondo popolato di individui ignoranti e fallibili non può permettersi di dimenticarlo mai, altrimenti, inebriato dalla sicumera di poter dirigere e pianificare tutto – magari pure di emendare la stortezza della condizione umana – il rischio totalitario è lì, dietro l’angolo: il Novecento dovrebbe insegnarci qualcosa, ammesso che l’uomo sappia effettivamente tesaurizzare l’esperienza del passato.

Dunque, i cambiamenti. Ce ne saranno, è miope non riconoscerlo. E quanto al futuro, chissà come saremo in grado di orientarlo, senza avere la supponenza di disegnarlo su un foglio. Leggendo l’intervista rilasciata qualche giorno fa (il 6 aprile) a “La Stampa” da Domenico De Masi – noto sociologo, da qualche tempo deluso dai 5 Stelle e da essi, in teoria, affrancatosi – qualche perplessità, se non preoccupazione, non può che destarla.

Secondo De Masi, infatti, «una società equilibrata, senza vincoli di subordinazione al circolo vizioso del consumismo» non potrà che basarsi su quattro elementi: «la salute, l’ecologia per salvare il pianeta dal surriscaldamento, l’economia e la politica per salvare la democrazia». Mettiamola così: già senza leggere i quattro punti citati, la carica anti-capitalistica – ma, in buona misura, direi anti-moderna: ricchezza, benessere, libertà di scegliere sono brutte cose, perché l’equilibrio può essere raggiunto con poco, basta che sia svelato da chi sa – è nitida. Legittimo, per carità. C’è da domandarsi, tuttavia, se la soluzione sia prospettare un futuro che sa molto di passato. Modernità, capitalismo, società aperta – tutti elementi legati indissolubilmente – si nutrono della libertà individuale: di scegliere, consumare, fare esperienze, anche negative, da cui trarre qualche misero insegnamento. Si può discutere, evidentemente, di un certo senso del limite che va coltivato. Tuttavia, chi stabilisce cosa è giusto consumare e cosa no? Su quali basi? E cosa comporterebbe tutto ciò?

Secondo il sociologo, «fino a un anno fa l’economia neoliberista sembrava vincente, ma ora stiamo capendo che consumavamo cose superflue che hanno prodotto solo inquinamento. Prima si imponeva il principio per cui l’economia prevale sulla politica, la finanza prevale sull’economia e le agenzie di rating guidano il cambiamento. Ma il cambiamento delle nostre vite nelle ultime settimane dimostra che i beni essenziali sono molto meno di quelli ci propinano la pubblicità e un sistema consumistico», conclude De Masi. Tralasciando la prima parte e il termine “neoliberismo” – che non entusiasma chi scrive, ma dice tanto dell’Autore – è possibile che qualcuno abbia un “punto di vista privilegiato sul mondo” rivelando la Verità su cosa è essenziale per vivere? Non è forse questo un modo per conculcare la libertà individuale e perdere quel poco di benessere raggiunto? Può essere che una società sana, per come la intende De Masi, presupponga l’esistenza di soli supermercati, visto che l’emergenza sanitaria ha fatto chiudere tutte le restanti attività finora: ma può la vita umana essere ridotta a mero consumo di cibo – ovviamente depurato da quelle vivande ritenute troppo “borghesi” e magari corruttrici?

Ortega y Gasset scriveva che «all’animale gli basta vivere, si accontenta di ciò che oggettivamente necessario per la semplice sopravvivenza. Anzi, da questo punto di vista, l’animale è insuperabile e non ha bisogno della tecnica. Ma l’uomo è un uomo perché per lui vivere significa, fin da principio e da sempre, vivere bene. Per questo è a nativitate tecnico creatore del superfluo». La presunzione di sapere cosa è essenziale e sufficiente per vivere non è esattamente una prospettiva edificante per una società libera. E ciò, non a caso, si somma assai bene con quell’ecologismo radicale che Luciano Pellicani – un grande Maestro che ci ha appena lasciati: una perdita immane per tutti –, a chiosa de La società dei giusti, considerava probabilmente il nuovo abito utilizzato dallo spirito gnostico e rivoluzionario visceralmente anti-liberale. Ma, si sa, la libertà non gode (più) di ottimo favore in Occidente: figuriamoci in Italia.

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