L’economia italiana e la fragilità della cultura imprenditoriale

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L’economia italiana e la fragilità della cultura imprenditoriale

06 Aprile 2007

Gli effetti della globalizzazione del mercato si fanno sentire e lasciano sconcertati gli europei ed, ancora di più, gli italiani. Anche perché il nostro paese è stato davvero, e troppo a lungo, lontano ed estraneo rispetto alla cultura del mercato. Da quando la destra storica viene battuta dalla sinistra e nasce la lunghissima deriva del giolittismo. Cioè di un sostanziale compromesso tra imprenditoria e politica, dove i primi accettano la compensazione di una partnership con il Governo – e con i soldi dello Stato – in cambio della compiacenza verso una deriva statalista: la nascita di una economia sostanzialmente diretta dal Governo od almeno amica del Governo. Con gli anni sessanta questa deriva approda anche al compromesso keynesiano, quello tra dilatazione della spesa pubblica e cristallizzazione del mercato del lavoro, ed inizia la spirale che ci condurrà alle dimensioni attuali del debito pubblico. Nonostante la grande manovra correttiva, e l’ultima massiccia svalutazione, dei primi anni novanta.

In questa lunga parabola il mercato internazionale, per le imprese italiane, erano solo esportazioni sostenute da un cambio cedevole ed il mercato finanziario erano le banche, pubbliche per l’esserci. Basta pensare che l’antitrust è nata da una ventina di anni mentre negli Stati Uniti esiste da più di un secolo. La globalizzazione determina due effetti assolutamente dirompenti rispetto a questi pigri equilibri italiani: la integrazione dei mercati ben oltre i perimetri amministrativi degli Stati nazionali; la disintegrazione del potere degli Stati nazionali di rappresentare gli interessi sociali, e di soddisfare quegli interessi governando l’economia attraverso il controllo della moneta e della fiscalità. La moneta europea viene affidata ad una magistrature tecnica (la BCE) e la politica fiscale viene compressa dal patto di stabilità e crescita. Orfana dei suoi strumenti la politica economica europea entra nel regime della moneta unica, pensando che questa sia la dimensione del mercato globale. Ed invece il nocciolo dei paesi dell’euro dilaga presto nell’Europa a ventisette che, nonostante questa tracimazione, rimane solo una regione, per giunta dalla crescita debole, del nuovo grande mercato mondiale. L’Italia, in quella regione, viene trasferita manu militari con la lunga marcia che si apre con la maximanovra di Giuliano Amato, nel 1992, e si chiude con il primo Governo Prodi e l’approdo nell’euro.

La disputa sulla italianità delle imprese, o sulla esigenza di strategie nazionali di politica industrial,e andrebbero rilette in questo contesto. Esse sono, essenzialmente, il coro dei rimpianti di un ceto politico che rincorre un paradiso perduto. Ma sono anche, in alcuni casi, il velo con il quale importanti gruppi industriali si sono rifugiati nel controllo dei monopoli liberalizzati negli anni novanta, impauriti di fronte alle onde della competizione internazionale ma anche appesantiti dalla bassa produttività, generata dal combinato disposto della rigidità sul mercato del lavoro con l’inefficienza diffusa del settore pubblico. Stretta da questa tenaglia tenace la grande industria italiana era meno flessibile dei suoi concorrenti esteri ed ha ripiegato sulle nicchie di monopolio del mercato interno. Più flessibile e più versatile, la media impresa nazionale si è ritagliata, nel mondo, le nicchie del lusso e dell’Italian Style: il mercato generato dai nuovi ricchi che la ripresa della crescita mondiale produce. Entrambe, la grande come la media impresa, scontano i limiti imposti da un mercato finanziario in cui le banche sono diventate grandi ma fanno ancora tutte troppi mestieri e non sentono, neanche loro, i morsi della competizione.

In fondo, sulla frontiera della reciprocità – andare all’estero allargandosi comprando nuove imprese per bilanciare quelle italiane che sono comprate dalle imprese estere – riescono solo le banche e le grandi compagnie energetiche, utilizzando le dimensioni e proprio le affinità tra i loro gruppi dirigenti ed il ceto politico. Circostanza che conferma, e non smentisce, come il problema dell’economia italiana non sia l’invadenza della politica ma la fragilità della cultura imprenditoriale. E che le due cose siano solo le due facce di un paese che, negli ultimi due secoli, alla cultura del mercato ha preferito sistematicamente la mediazione delle gerarchie dello Stato.