L’economia norvegese sprizza salute da tutti i pori

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L’economia norvegese sprizza salute da tutti i pori

L’economia norvegese sprizza salute da tutti i pori

26 Aprile 2010

Ha fatto notizia il premier norvegese che, nel bel mezzo della bailamme provocata dall’eruzione del vulcano islandese, è stato immortalato mentre “governava il Paese” con il suo i-Pod (in quel momento si trovava a New York). In effetti il signor Stoltenberg può dormire sonni tranquilli: il modello economico di Oslo sprizza salute da tutti i pori e la Norvegia è l’unica, in Europa, ad aver assorbito rapidamente gli effetti della crisi internazionale.

La sua economia è cresciuta del 4% negli ultimi 15 anni, il doppio delle altre nazioni europee, meglio degli Usa e superata solo dalle “tigri baltiche”, dalla Polonia e dall’Irlanda, che però, a differenza di Oslo, adesso scontano gli effetti della crisi finanziaria. Il Cremlino corteggia Stoltenberg (il presidente russo Medvedev sarà ad Oslo alla fine del mese) che può anche contare sulla “relazione speciale” con Pechino.

La grande risorsa del modello norvegese è il suo Fondo sovrano – uno dei più vecchi di Europa e secondo solo a quello di Abu Dhabi – che lo scorso anno è cresciuto allo spaventoso passo del 5,1%, mentre l’economia globale illanguidiva. La Norvegia è un Paese che possiede grandi risorse naturali, gas e petrolio, e gli introiti delle materie prime di proprietà pubblica sono stati versati nel Fondo per stabilizzare il prezzo delle stesse e garantire una redistribuzione della ricchezza pubblica, di cui beneficiano i pensionati e le giovani generazioni. Tutto questo attraverso una politica di lungo periodo basata sulla diversificazione degli investimenti sui mercati esteri.

L’FMI, preoccupata dagli eventuali effetti provocati dai grandi fondi petroliferi sui mercati globali, sta tenendo sotto controllo la Norvegia, e anche Bruxelles pensa a nuove regole per verificare la trasparenza delle operazioni finanziarie di Oslo. Ma nel frattempo le banche norvegesi prosperano, i tassi di interesse vengono ridotti, la spesa pubblica aumenta (anche quella militare per sostenere lo sforzo delle missioni all’estero) e si aggiungono nuovi stimoli fiscali. Il risultato? La disoccupazione è al tre per cento (la più bassa di Eurolandia), mentre i sindacati sembrano aver compreso non solo quali sono i vantaggi di un mercato del lavoro flessibile ma anche che è arrivato il momento di riformare il sistema pensionistico.