L’effetto Monti non c’è e la lista dei ministri resta in stand by
14 Novembre 2011
L’effetto Monti non c’è. Doveva essere il giorno della rinascita, del riscatto dinanzi all’Europa e ai mercati, a lungo evocato nei salotti radical-chic. Il giorno più atteso dopo l’accelerazione del Colle per chiudere la crisi in quattro giorni con un nuovo premier. L’esordio di Monti nei panni di premier incaricato ha due conseguenze immediate: sul piano economico-internazionale e su quello interno, cioè del governo che verrà. Lo spread è schizzato a quota 492 e il rendimento dei Btp collocati oggi in sta è salito al 6,29 per cento. Significa che i mercati non ci vedono ancora chiaro, non si fidano così come, invece, in molti erano pronti a giurare e spergiurare, associando la convinta risalita del paese all’ingresso di Monti a Palazzo Chigi. Ingresso che ancora non c’è, così come non c’è la lista dei ministri, cioè la natura, il profilo del nuovo esecutivo chiamato a tradurre in fatti i 39 punti indicati da Bruxelles nella lettera a Roma.
Non c’è quel profilo, perché sono in corso le consultazioni e oggi si dovrebbe capire di più dopo il faccia a faccia con le delegazioni di Pdl e Pd, ma soprattutto perché tutto ruota intorno a un dilemma: governo tecnico o politico? Monti lo vuole misto e vuole che siano gli esponenti politici delle forze che siedono in parlamento ad affiancare i ministri tecnici che ha già in mente. Obiettivo: dare più forza a un governo per il quale l’appoggio “convinto” dei partiti è “indispensabile”. A ben guardare i desiderata del Prof. bocconiano sono più pragmatici: blindare i partiti coinvolgendoli nell’azione di governo in modo tale da evitare una ‘corsa a ostacoli’ in parlamento dove tatticismi ed escamotage regolamentari potrebbero procurargli qualche incidente di percorso o comunque rallentare il cammino dell’agenda governativa. Insomma, il tentativo di “fare ostaggi”, come si vociferava ieri in Transatlantico.
Ma è proprio questo il punto: per ora Pdl e Pd hanno risposto picche alle sollecitazioni di Monti, primo perché non c’è gran voglia di sostenere misure che come ha ricordato il premier incaricato, costeranno sacrifici agli italiani anche se non saranno tutte “lacrime e sangue”. Si tratta comunque di provvedimenti dolorosi e impegnativi che inevitabilmente produrranno un effetto sul piano elettorale e del consenso. Che Pdl e Pd non vogliono pregiudicare da qui al 2013 (ammesso che non si torni al voto prima). Non solo, ma se la Lega resterà all’opposizione, come pure ieri ha confermato, nei ranghi pidiellini in molti sostengono che non si può lasciare a Bossi “un terreno elettorale” entrando in un governo che si appresta a varare provvedimenti draconiani. E da questo punto di vista l’altolà di Cicchitto è eloquente: nessun consenso al buio. Un modo per ribadire che coi voti del Pdl Monti – ancora partito di maggioranza relativa – ci dovrà fare i conti quando sarà il momento di portare i provvedimenti nelle aule di Camera e Senato.
C’è poi chi tra i berluscones riferisce di un ex premier irritato per l’impronta di discontinuità che si vorrebbe attribuire all’esecutivo Monti che in realtà – almeno questo è auspicio condiviso e bipartisan – dovrà ‘limitarsi’ ad applicare le prescrizione dell’Europa, della Bce e del Fmi. In altri termini, un governo a tempo. Niente di più e niente di meno. Al punto che nel vertice a Palazzo Grazioli è spuntata anche l’idea di un sostegno ‘costruttivo’ ma dosato provvedimento per provvedimento, un po’ sulla falsa riga della Lega che ieri ha snobbato l’incontro a Palazzo Giustiniani, sostituito da una telefonata del Senatur al premier incaricato. Se così fosse, non sarebbe granchè rassicurante per Monti e da parte sua il centrodestra vuole evitare che il nuovo esecutivo possa reggersi su “maggioranze variabili”. Se a tarda sera i democrats sembrano optare per l’indicazione di sottosegretari politici ma fuori dal recinto dei parlamentari in carica, il Terzo Polo si offre senza riserve, mettendo in pista direttamente i leader politici: Casini, Bocchino e Rutelli.
Situazione, dunque in stand by. Ieri, però, sono tornate a circolare voci su un tandem Pdl-Pd che potrebbe affiancare il premier e che accrediterebbe i nomi di Gianni Letta e Giuliano Amato. Monti ribadisce che se dai partiti dovesse ricevere un no andrà avanti lo stesso con ministri tecnici, indicando l’orizzonte del suo mandato da qui al 2013, cioè il tempo che serve per rendere efficaci le misure anti-crisi. La sua postilla è un messaggio alle forze politiche, una sorta di richiamo al senso di responsabilità: se tra giovedì e venerdì quando potrebbe presentarsi alle Camere per la fiducia non avesse il sostegno convinto e largo che chiede, sarebbe pronto a rinunciare all’incarico. Pressing serrato.
La lista dei potenziali ministri tecnici si va componendo e tuttavia non c’è niente di confermato e per la verità, di nuovo, rispetto ai nomi che circolano in questi giorni: Monti dovrebbe tenere per sé l’interim magari affidando a tre viceministri le deleghe a bilancio, tesoro e finanze (per queste ultime in nome più accreditato resta quello del rettore della Bocconi Guido Tabellini). Per lo Sviluppo Economico la partita dovrebbe giocarsi tra Carlo Secchi (in pole position), Fabrizio Saccomanni e Annamaria Tarantola (rispettivamente direttore generale e vice di Bankitalia). All’Interno salgono le quotazioni del prefetto Carlo Mosca ma non viene esclusa l’idea di un magistrato che si è distinto per la lotta alla criminalità organizzata. La casella della Giustizia ruota attorno a un pool di nomi: Da Mirabelli a Capotosti, da Nordio a De Siervo con la new entry Livia Pomodoro. Al Welfare potrebbe essere indicato un altro Prof. (Cattolica), Carlo Dell’Aringa, mentre agli Esteri si torna a parlare di Giuliano Amato (se l’opzione vicepremier dovesse tramontare). Per le Infrastrutture salgono le quotazioni di Rocco Sabelli (ad di Alitalia) o di Antonio Catricalà mentre il generale Mosca Moschini è dato in pole per la poltrona di La Russa alla Difesa e l’ex direttore della Normale di Pisa Settis per quella di Galan ai Beni culturali. Mario Catania o Federico Vecchioni sono i nomi dei papabili per l’Agricoltura e Lorenzo Ornaghi (rettore della Cattolica di Milano) potrebbe guidare il dicastero dell’Istruzione.
Fin qui i rumors di Palazzo. Oggi si capirà di più. Dai mercati e dalla politica.
