Lega Araba: da Riyadh solo attacchi a Stati Uniti e Israele

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Lega Araba: da Riyadh solo attacchi a Stati Uniti e Israele

30 Marzo 2007

Quanti hanno sperato che dal summit della Lega Araba che si
è svolto a Riyahd sarebbe ripartito il processo di pace in Medio Oriente sono
rimasti delusi. In un clima non certo disteso, l’Arabia Saudita ha riservato
duri attacchi sia agli Stati Uniti che a Israele, dimostrando di non essere
disposta a sacrificare la conquista dell’egemonia regionale da parte del fronte
sunnita alla risoluzione del conflitto arabo-israeliano. La contrapposizione con l’Iran sciita, infatti, è nel vivo ed è
ancora troppo forte.

A dare fuoco alle polveri ci ha
pensato re Abdullah in persona. Nel discorso di apertura, il monarca saudita
non ha esitato a condannare la presenza americana in Iraq, definendola
contraria al diritto internazionale. “Nell’amato Iraq – ha dichiarato – si
continua a versare il sangue dei nostri fratelli all’ombra di un’illegittima
occupazione straniera, mentre un orribile scontro settario spinge il Paese
verso la guerra civile”. Parole dure che arrivano come un fulmine a ciel sereno
per Washington. L’Arabia Saudita, principale alleato degli Usa nella regione,
non aveva mai definito illegittima la presenza americana. E, per evitare
fraintendimenti, re Abdullah ha ricordato che non verrà permesso “a nessuna
forza straniera di decidere il futuro della regione”.

A regolare i conti con Gerusalemme
è stato il ministro degli Esteri, Saud al Faisal: “Se Israele rifiuta il piano
allora non vuole la pace e il conflitto può tornare nelle mani dei signori
della guerra”. E ancora: “Quel che potevamo concedere a Israele lo abbiamo
concesso. Ora tocca a loro”.

Dopo aver approvato all’unanimità
il piano di pace saudita nell’identica versione del 2002, i paesi della Lega
Araba “ribadiscono l’appello a Israele e a tutti gli israeliani ad accettare
l’iniziativa di pace araba e a cogliere l’opportunità per far ripartire un
processo negoziale serio e diretto in tutti i settori”. Un modo per dire
“prendere o lasciare”, soprattutto sulla questione del diritto al ritorno dei
profughi, moltiplicatisi dagli iniziali seicento mila a ben quattro milioni; un
numero talmente elevato che potrebbe facilmente provocare il collasso dello
Stato ebraico, che conta solo sei milioni di abitanti. A lanciare l’ultimatum
ad Israele è anche il segretario egiziano della Lega Araba, Amr Mussa, mai
tenero con Gerusalemme: “Non modifichiamo i termini dell’iniziativa. Se gli
israeliani vogliono la pace, vengano a sedersi con noi intorno a un tavolo per
discutere i dettagli”. Neanche re Abdullah sembra disposto a concedere molto:
“Bisogna mettere fine quanto prima all’ingiusto blocco imposto al popolo
palestinese e permettere al processo di pace di progredire in un’atmosfera non
dettata dalla forza e dall’oppressione”.

Al vertice partecipa anche Hamas
con il premier del governo di unità nazionale, Hannyye, che accompagna il
presidente dell’Anp, Abu Mazen. Hannyye ha chiesto di mantenere fermo il punto
sul diritto al ritorno dei profughi e non ha fatto minimo cenno alla
possibilità di riconoscere Israele e di abbandonare la via jihadista. Accanto
ad Hamas, in cima alla lista degli irriducibili avversari di Israele che hanno
raggiunto Riyadh, figura la Siria. Il presidente Assad non vede di buon occhio
la formazione di un gruppo ristretto formato da Arabia Saudita, Egitto, Giordania
ed Emirati Arabi, che abbia l’esclusiva di eventuali trattative dirette con
Israele. L’incontro di lunedì con re Abdullah non ha avuto gli esiti sperati.
Il sovrano saudita ha cercato di avvicinare la posizione di Assad alla propria,
senza fare concessioni, forte del peso politico e diplomatico riconquistato
grazie all’intervento nella crisi libanese e nella guerra civile tra Hamas e
Fatah.

Il premier israeliano, Olmert,
invece, sembra deciso ad aprire un processo negoziale con i paesi arabi. Pur
definendo inaccettabile il diritto al ritorno dei profughi e il ripristino dei
confini del ’67, potrebbe compiere il primo passo. Del resto, già ieri, in
segno di disponibilità, non ha esitato a ordinare lo sgombero delle rovine di
Homesh in Cisgiordania, rioccupata da 450 coloni dopo l’evacuazione voluta da
Sharon.