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Lega Araba: da Riyadh solo attacchi a Stati Uniti e Israele

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Quanti hanno sperato che dal summit della Lega Araba che si è svolto a Riyahd sarebbe ripartito il processo di pace in Medio Oriente sono rimasti delusi. In un clima non certo disteso, l’Arabia Saudita ha riservato duri attacchi sia agli Stati Uniti che a Israele, dimostrando di non essere disposta a sacrificare la conquista dell’egemonia regionale da parte del fronte sunnita alla risoluzione del conflitto arabo-israeliano. La contrapposizione con l’Iran sciita, infatti, è nel vivo ed è ancora troppo forte.

A dare fuoco alle polveri ci ha pensato re Abdullah in persona. Nel discorso di apertura, il monarca saudita non ha esitato a condannare la presenza americana in Iraq, definendola contraria al diritto internazionale. “Nell’amato Iraq – ha dichiarato - si continua a versare il sangue dei nostri fratelli all’ombra di un’illegittima occupazione straniera, mentre un orribile scontro settario spinge il Paese verso la guerra civile”. Parole dure che arrivano come un fulmine a ciel sereno per Washington. L’Arabia Saudita, principale alleato degli Usa nella regione, non aveva mai definito illegittima la presenza americana. E, per evitare fraintendimenti, re Abdullah ha ricordato che non verrà permesso “a nessuna forza straniera di decidere il futuro della regione”.

A regolare i conti con Gerusalemme è stato il ministro degli Esteri, Saud al Faisal: “Se Israele rifiuta il piano allora non vuole la pace e il conflitto può tornare nelle mani dei signori della guerra”. E ancora: “Quel che potevamo concedere a Israele lo abbiamo concesso. Ora tocca a loro”.

Dopo aver approvato all’unanimità il piano di pace saudita nell’identica versione del 2002, i paesi della Lega Araba “ribadiscono l’appello a Israele e a tutti gli israeliani ad accettare l’iniziativa di pace araba e a cogliere l’opportunità per far ripartire un processo negoziale serio e diretto in tutti i settori”. Un modo per dire “prendere o lasciare”, soprattutto sulla questione del diritto al ritorno dei profughi, moltiplicatisi dagli iniziali seicento mila a ben quattro milioni; un numero talmente elevato che potrebbe facilmente provocare il collasso dello Stato ebraico, che conta solo sei milioni di abitanti. A lanciare l’ultimatum ad Israele è anche il segretario egiziano della Lega Araba, Amr Mussa, mai tenero con Gerusalemme: “Non modifichiamo i termini dell’iniziativa. Se gli israeliani vogliono la pace, vengano a sedersi con noi intorno a un tavolo per discutere i dettagli”. Neanche re Abdullah sembra disposto a concedere molto: “Bisogna mettere fine quanto prima all’ingiusto blocco imposto al popolo palestinese e permettere al processo di pace di progredire in un’atmosfera non dettata dalla forza e dall’oppressione”.

Al vertice partecipa anche Hamas con il premier del governo di unità nazionale, Hannyye, che accompagna il presidente dell’Anp, Abu Mazen. Hannyye ha chiesto di mantenere fermo il punto sul diritto al ritorno dei profughi e non ha fatto minimo cenno alla possibilità di riconoscere Israele e di abbandonare la via jihadista. Accanto ad Hamas, in cima alla lista degli irriducibili avversari di Israele che hanno raggiunto Riyadh, figura la Siria. Il presidente Assad non vede di buon occhio la formazione di un gruppo ristretto formato da Arabia Saudita, Egitto, Giordania ed Emirati Arabi, che abbia l’esclusiva di eventuali trattative dirette con Israele. L’incontro di lunedì con re Abdullah non ha avuto gli esiti sperati. Il sovrano saudita ha cercato di avvicinare la posizione di Assad alla propria, senza fare concessioni, forte del peso politico e diplomatico riconquistato grazie all’intervento nella crisi libanese e nella guerra civile tra Hamas e Fatah.

Il premier israeliano, Olmert, invece, sembra deciso ad aprire un processo negoziale con i paesi arabi. Pur definendo inaccettabile il diritto al ritorno dei profughi e il ripristino dei confini del ’67, potrebbe compiere il primo passo. Del resto, già ieri, in segno di disponibilità, non ha esitato a ordinare lo sgombero delle rovine di Homesh in Cisgiordania, rioccupata da 450 coloni dopo l’evacuazione voluta da Sharon.

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