Legge elettorale: le ipotesi in campo
24 Luglio 2007
Sebbene gli ultimi sviluppi dell’interminabile querelle su legge
elettorale e referendum suggerirebbero alcuni sensibili passi in avanti, in
realtà non siamo molto lontani dalla linea di confine di alcuni mesi fa. Le
criticità infatti rimangono forti in quanto la
questione investe contemporaneamente il livello di governo
(stabilità/crisi dell’esecutivo Prodi), il livello politico-partitico
(mantenimento o meno del bipolarismo e nuove aggregazioni politiche) ed il
livello elettorale (quale equilibrio tra maggioritario e proporzionale
adottare). Dalle diverse combinazioni di questi tre livelli dipendono tutte le
prospettive di soluzione della matassa, e par tale motivo ci sembra opportuno
provare a ragionarci un po’ su.
D’altra parte è anche vero che sarà molto difficile continuare con i
tentennamenti, dato che più passa il tempo più lo scenario diventa critico e
instabile, seminando così il terreno fertile di un’impasse che coinvolge il
Paese sotto ogni prospettiva osservabile.
Referendum: i limiti di merito e l’essenzialità
della funzione di stimolo
Rispetto all’iniziativa referendaria che recentissimamente ha tagliato
il traguardo delle 500.000 firme e che dopo un primo periodo di sostanziale
indifferenza ha catalizzato su di sé la benevola attenzione dei più prestigiosi
quotidiani nazionali e l’avallo di Confindustria, rimangono molte delle
perplessità iniziali.
Il progetto dei referendari per quanto apprezzabile dal punto di vista
del movimentismo democratico che è riuscito a generare, resta affetto da un
preciso strabismo di fondo, per cui gli apprezzabili obiettivi di stabilità
bipolare postisi non sembra possano essere adeguatamente supportati dal
merito della proposta che viene sottesa dai quesiti.
I limiti infatti, segnalati in maniera puntuale da gran parte degli esperti
in materia, sono in primo luogo di un premio di maggioranza troppo “gonfiato”
se applicato ad una sola lista che ottenga la maggioranza relativa delle
preferenze. In secondo luogo proprio la “corsa” ad un siffatto premio
produrrebbe fatalmente delle maxi liste di aggregazione coatta, dove la
contrattazione e il gioco dei veti sarebbe inevitabilmente anticipato già al
momento della composizione degli schieramenti. Infine dal punto di vista del
sistema politico, anche qualora risultassero da questo processo di aggregazione
due soggetti a vocazione maggioritaria rispettivamente a destra e a sinistra
dello spettro politico (cioè accadrebbe se come ha sostenuto Panebianco per
questione di identità e radicamento Rifondazione e Lega non entrassero nel
contenitore unico, aumentando così il tasso di omogeneità delle liste di
riferimento di Pd e Cdl), questi sarebbero già all’origine in netto debito di legittimità, in quanto frutto di evoluzioni
meccanicamente indotte dall’opportunità elettorale.
Ma detto ciò, la prospettiva del referendum rimane strettamente
necessaria come diffida all’ignavia della classe politica, legittima titolare
della legislazione elettorale. Questa funzione (cosiddetta della “pistola alla
tempia”) quindi è quella che ha convinto la maggior parte degli analisti, e in
verità anche alcuni dei promotori, a sposare la causa del referendum sino al
primo successo del raggiungimento delle firme.
Gli
attori politici e l’ipotesi del dopo-Prodi: le diverse convenienze
Adesso infatti le forze politiche al prezzo di perdere le loro
prerogative e farsi superare definitivamente dall’accelerazione referendaria,
hanno chiara l’esigenza di intentare in tempi brevi un accordo in Parlamento.
La maggiore difficoltà su questa strada sino a poco tempo fa sembrava
rappresentato dalla sopravvivenza dell’attuale maggioranza di governo, il cui
equilibrio instabile mal si conciliava con un qualunque sommovimento
riformista, compreso l’ambito della legge elettorale. Appariva evidente, cioè,
come l’attuale maggioranza utilizzasse la disputa sulla riforma elettorale
strumentalmente e con propositi dilatori allo strascinamento dell’esecutivo
Prodi. Anche da questo punto di vista, però si deve registrare una virata in
avanti, rappresentata dalla repentina ascesa di Veltroni a leder del Pd e
dall’implicito superamento della stagione prodiana che questo disegno presume.
La definitiva certezza che il governo del Professore sarà archiviato
ben prima del termine naturale di legislatura, può dunque aprire il campo a
nuovi ed interessanti sviluppi in chiave politica e nell’ambito della riforma
elettorale. Adesso il “focus” si sposta cioè, dal “se” al “quando” cadrà Prodi
e da questo “quando” dipendono molte delle dispute sul tavolo. Per meglio
comprendere le diverse ipotesi in gioco è necessario procedere ad una attenta
valutazione delle rispettive convenienze dei diversi attori politici.
La posizione più netta e coerente rimane quella di Gianfranco Fini. Per
il Presidente di An non c’è dubbio che la soluzione migliore sarebbe quella
dell’affermazione del referendum dato che ciò permetterebbe allo stesso tempo
la cottura a fuoco lento dell’attuale governo ed una prima forma di
aggregazione tra i primi due partiti della Cdl. Questa consequenzialità logico temporale
darebbe buone possibilità di avvantaggiare Fini nella corsa alla
leadership/premiership considerando che nell’avveramento di questo tipo di
prospettiva, e quindi con un voto al più tardi del 2009 (in contemporanea con
le elezioni europee) egli avrebbe legittime chances di successione a
Berlusconi.
Forza Italia d’altra parte gioca sul breve periodo e quindi su un
immediato epilogo della parentesi prodiana seguito dal ritorno alle urne, con
lo stesso schema (almeno per il centro destra) del 2006.
Le ipotesi di legge elettorale:
perché il sistema tedesco è da evitare
In quest’ottica F.I non avrebbe nemmeno la necessità di una
codificazione maggioritaria per affermarsi (sondaggi alla mano) in regime di
proporzionale puro come primo partito vicino al 30%.
Su questa lunghezza d’onda il suo principale interesse rimane quello del
ritocco appena necessario ad aggiustare le storture dell’attuale sistema di
voto. La proposta D’Alimonte traslata in linea di massima nel ddl Quagliariello
va in tale direzione, (meccanismo di razionalizzazione consistente in un premio
di maggioranza condizionato al raggiungimento di 170 seggi e modificato al
Senato da regionale a nazionale; computo dell’eventuale premio sui seggi e non
sui voti in modo da ridurre la frammentazione; sbarramento unico alto al 5%.) e potrebbe rivelarsi una soluzione funzionale,
molto più di un meccanismo completamente mutuato dal sistema tedesco, anche per
recuperare l’intesa con Via Della Scrofa (e del resto Fini in caso di crisi,
legge elettorale e voto a stretto giro di vite ha già pronta l’alternativa
Campidoglio).
D’altra parte è anche vero che, all’altra estremità rispetto
all’ipotesi referendum, ad oggi, dopo le aperture di Rutelli e Fassino, è il
modello tedesco a fare registrare le più alte probabilità di convergenza
trasversale. La formula della proporzionale pura è da sempre sponsorizzata dai
medio piccoli dei due schieramenti con gradimento esplicito di Lega e Udc da un
lato e Udeur e Rifondazione dall’altro, e quindi sulla carta avrebbe i numeri
dell’accordo. A Forza Italia questo modello non dispiace perché, in linea col
ragionamento iniziale, permetterebbe al partito di maggioranza relativa di
“pesarsi” ed avere le mani libere per governare vagliando di volta in volta, da
una posizione di forza, gli
interlocutori più affidabili nel garantire il programma (ragioni speculari a
quelle del Pd). Ciò permetterebbe in teoria anche un accordo di governo
responsabilità nazionale tra le due maggiori forze del Paese, ipotesi da
considerare ma che si ritiene debba avere una previa legittimazione di tipo
politico e non mai meccanica-elettorale.
Tuttavia anche in questi termini rimane da pagare un prezzo troppo
alto, e perciò secondo chi scrive l’ipotesi di una convergenza su questa
proposta, seppure in grado di sbloccare l’impasse e mettere all’angolo Prodi (e
per questo viene abiurata da Parisi e i prodiani dl), va ancora scongiurata.
Se si guarda alla Germania, infatti, a fronte dello storico
bipartitismo, dalle elezioni politiche del 1998 in poi (2002 e 2005)
si assiste ad una riduzione considerevole di consensi per i due partiti
maggiori, diminuiti complessivamente dall’81,4%
al 69,4% con il resto diviso fra quattro
partiti medi più o meno equivalenti, sempre più in potere di condizionare la
classica meccanica bipartitica (come nel caso delle ultime elezioni).
Importato in Italia, poi, il sistema elettorale in questione, non darebbe
affatto vita a un esito come quello tedesco, ma segnerebbe la fine definitiva
del bipolarismo, fotografando la frammentazione del nostro sistema politico. I
numerosi accorpamenti di liste che sortirebbero per eludere la soglia del 5% si
scinderebbero sicuramente dopo il voto, e come ricordato, senza alcun incentivo
alla coalizione anche i partiti sopra al 5% eluderebbero le alleanze
preelettorali per accordarsi in Parlamento dopo il voto. Di fatto gli elettori
non sceglierebbero più il governo. Inoltre questo sistema è estremamente
rispondente a premiare i partiti di centro che al contrario di quanto accade in
Germania con la Cdu
non detengono l’esclusiva rappresentanza del polo moderato.
In pratica l’Udc da solo, ovvero a capo di un piccolo aggregato
neocentrista, si perpetuerebbe come ago della bilancia della politica italiana
offrendo la disponibilità a formare a seconda delle convenienze governi sia di
centrodestra che di centrosinistra. A sinistra oltretutto il potere di veto
sarebbe mantenuto dalle estreme, dato che la soglia lascerebbe di sicuro
Rifondazione e anzi le darebbe ancora più forza con la possibilità di polarizzare
su di sé anche i voti delle altre minori formazioni radicali.
Al di là della contingenza favorevole e dei vantaggi di corto respiro,
dunque, l’adozione di questo tipo di sistema avrebbe un impatto assai
controproducente sullo scenario italiano, cumulando dividendi negativi anche
per i maggiori partiti dei due poli.
La soluzione più lungimirante
passa ancora una volta dal senso di responsabilità dei leader del Pd
Probabile che anche queste valutazioni e questi ragionamenti vengano
alla luce nel vertice di giovedì prossimo tra Berlusconi e Fini e che alla fine
il nucleo forte della Cdl si ritrovi sullo schema già concordato alcuni mesi fa
con l’approvazione della Lega (D’Alimonte-Calderoli) e adesso riproposto in
soluzione più conciliante dal ddl Quagliariello. A questo punto e proprio come
allora (e da qui la considerazione iniziale) tutto dipenderà però dalla volontà
del gruppo del neo-costituito Pd, che dovrà decidere se staccare finalmente la
spina all’agonizzante governo Prodi o se proseguire, all’insegna
dell’autolesionismo, in questo processo di logoramento, anche a costo di
asfissiare fatalmente la leadership di Veltroni. Nel primo caso una convergenza
sulla proposta Quagliariello, magari con qualche emendamento che vada nella
direzione del modello spagnolo (aumento delle circoscrizioni/riduzione degli
iscritti in lista) molto gradito ad alcune componenti Ds, permetterebbe il varo
di una buona legge elettorale in grado, con il sollievo di chiunque possieda un
briciolo di buon senso, di traghettare al più presto, e in acque placide, il
Paese al voto. Nel secondo caso, ahimé, si andrebbe ad una progressiva
destabilizzazione che, complice l’ineluttabilità del processo referendario,
porterebbe fatalmente a sommovimenti tellurici ancora più incontrollabili di
quelli del ’92. Ne va del bene del Paese. Questione di responsabilità e di lungimiranza
politica.
