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Legge elettorale: le trovate del governo per sopravvivere

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Le consultazioni sulle proposte di riforma elettorale, che sono entrate in agenda su iniziativa del Presidente Napolitano all’indomani della crisi del Governo Prodi, in questi giorni hanno subito una virulenta accelerazione. Niente di strano, però, che ancora una volta quella imboccato si riveli un sentiero accidentato e senza possibilità di uscita. Se infatti a livello tecnico e di modello, un possibile terreno di convergenza, o quanto meno di dialogo bipartisan, è stato individuato nel sistema cosiddetto “regionale”, d’altra parte rimane da sciogliere il nodo tutto politico della reale volontà di riforma elettorale in seno agli schieramenti, e soprattutto all’interno della maggioranza di governo. C’è da vedere, cioè, se l’accordo tanto decantato trovato dai partiti dell’Unione sulla base della bozza Chiti sia stato inteso nel merito e a ragion veduta o, viceversa, rappresenti una fanfara strumentale ad evitare il referendum e così salvaguardare i delicati equilibri che tengono insieme le diverse componenti, e in molti casi gli interessi contrapposti, dell’attuale maggioranza. Delle due, l’ultima ipotesi oggi appare la più probabile. Questo perché, aldilà delle dichiarazioni di facciata, è indubbio che l’obiettivo di sopravvivenza di questo coalizione di governo, lo si è visto in tutti i molteplici campi dell’azione riformista, supera di gran lunga la pur necessaria spinta al miglioramento sistemico e istituzionale.

Un qualsivoglia sommovimento in questa direzione, infatti, potrebbe sconvolgere ancora una volta e definitivamente “l’equilibrio di cristallo” con cui sin dal suo insediamento si tiene insieme l’esecutivo Prodi. A tale insuperabile contingenza si va poi ad aggiungere la naturale propensione delle classi dirigenti politiche alla conservazione delle proprie posizioni o comunque alla logica dell’autotutela da possibili, quanto più se prossime ad una certa radicalità, modifiche delle regole del gioco che rimettano in discussione la loro legittimazione. La storia repubblicana ci insegna che questo assioma ha avuto valore sacrale per quanto concerne le riforme costituzionali, e che solamente al prezzo di un doloroso travaglio è stato rovesciato, dopo oltre quaranta anni di cristallizzazione proporzionale e partitocratrica, nel biennio ’92-’93 a livello di sistema elettorale e politico. E del resto, se la transizione che da allora ne scaturì non fosse ancora oggi da ritenersi incompiuta, così come suggerito dai più autorevoli commentatori e come anche visibile da occhio profano, il problema non sussisterebbe nemmeno. Detto delle valutazioni politiche e storiche che ci portano a tale professione di scetticismo, c’è quindi da comprendere la diverse posizione delle forze in gioco e l’aderenza dei vari modelli proposti con le necessità dell’assetto italiano.

Se tutto quello che si è inteso prima, non valesse, o meglio al netto delle difficoltà sovrastrutturali di modificare l’attuale equilibrio, l’accordo rispetto all’obbiettivo di una maggiore funzionalità della meccanica elettorale, ci sarebbe già stato. Accordo volto semplicemente ad eliminare le anomalie fatte registrare dall’attuale sistema elettorale, che seppure colpevole di aver pensionato troppo in fretta il quanto meno discreto “Mattarellum”, tuttavia appare pur sempre in grado di assicurare una struttura bipolare ed una realizzazione maggioritaria dell’esito del voto. Si tratterebbe, a questo punto, di adottare in maniera condivisa la proposta D’Alimonte, recepita dalla quasi totalità della Cdl, e rassomigliante nell’adattamento di Calderoli, ma non del tutto e spiegheremo perché, al modello utilizzato a livello regionale, meglio conosciuto come “Tatarellum”. La formula uscita da Arcore mantiene un impianto proporzionale con premio di maggioranza alla lista o coalizione vincente. Questa è tuttavia innovativa rispetto all’attuale, nella misura in cui siffatto premio viene assegnato, sia alla Camera che al Senato, non alla coalizione che ottiene più voti, come avvenuto nelle ultime elezioni, ma a quella che ottiene più seggi, con effetto comprensibile di rendere inutili i voti dei partiti coalizionati che non superano la soglia di sbarramento del 3% alla Camera e del 5% al Senato. Una correzione quindi sostanziale, che incrementando il livello di sbarramento all’interno della coalizione, e non computando più al fine dell’assegnazione del premio di maggioranza i voti delle liste che non prendono seggi, riduce di molto il peso e il relativo potere di veto dei piccoli partiti e delle microliste. Un effetto concreto per arginare la frammentazione e incentivare spinte di aggregazione. Ancora, altro aspetto di razionalizzazione, viene modificato il premio al Senato, adattandolo da regionale a nazionale e contestualmente si prevede una clausola di dissolvenza del premio in caso di maggioranze diverse nelle due Camere, col fine evidente di scongiurare il rischio impasse. Un sistema, dunque, in grado di superare le distorsioni emerse nelle ultime elezioni e idoneo ad assicurare, e magari consolidarla, una struttura di fondo bipolare e maggioritaria. Ed è proprio quest’ultima notazione ci riporta all’affinità col Tatarellum, modello capace di salvaguardare il bipolarismo e la governabilità mediante l’indicazione del premier e la scelta preventiva della coalizione a cui ogni partito si lega.

A questa esigenza e a questi meccanismi risponde anche la cosiddetta bozza Chiti, che auspica un sistema proporzionale con premio di maggioranza, soglia di sbarramento e indicazione del premier. Una struttura quindi abbastanza prossima a quella della Cdl sopra descritta e che per questo potrebbe presumere una convergenza. Ulteriori elementi comuni alle due proposte sono, infatti, il premio di maggioranza al Senato su base nazionale e un sensibile incremento del numero di circoscrizioni, che pur senza preferenze permetterebbe un vincolo più stretto tra eletti ed elettori, producendo delle liste di candidati numericamente ridotte. Nell’idea di Chiti e a questo punto dell’Unione, tuttavia, l’aderenza con il sistema delle regionali (Tatarellum) è molto più marcata rispetto alla proposta D’Alimonte-Calderoli, sia nell’adozione di una soglia di accesso flat del 2%, sia e soprattutto nel mutuare gli effetti della legge regionale sulla forma di governo. La proposta di Chiti, cioè, prevedendo l’accrescimento dei poteri del Premier sulla scia di quelli del Presidente di Regione (investitura fiduciaria personale, potere di nomina e di revoca dei ministri, principio del “simul stabunt simul cadent” fatta salva la possibilità di sfiducia costruttiva) finisce per incidere sul livello di governo, aprendo così la breccia delle riforme costituzionali, in maniera, e qui ci si ricollega a quanto sostenuto in premessa, più o meno dilatoria all’allungamento dei tempi di sopravvivenza del governo. Da un lato dunque l’iniziativa della Cdl funzionale al miglioramento del sistema di voto e mediante questo sulla governabilità, che denota, proprio perché pragmatica e non invasiva, una certa misura di realizzabilità; dall’altro un'ambizione di riforma organica che, presagendosi come l’ennesima incompiuta, risulta quantomeno velleitaria se non addirittura strumentale alla conservazione dello status quo. Se davvero si vorrà evitare il referendum, anchè perché tra i promotori c’è chi avendo fiutato l’inganno non è disposto a fare passi indietro, non resta che valutare seriamente e con un atto di responsabilità da parte dell’attuale maggioranza la proposta Calderoni, valorizzando gli elementi condivisi di cui si è detto sopra. Altrimenti si rischia di chiudere la stalla quando i buoi sono già usciti.

filipposalone@hotmail.it

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