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Legge Gentiloni: prove di “castrazione legislativa”

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Mediaset può tranquillamente essere annoverata tra i “cavalli di razza” dell’economia italiana. Un’azienda solida, con importanti prospettive di sviluppo in uno dei settori più dinamici del mercato mondiale. Il progetto di legge proposto dal Ministro Gentiloni, a rigor di logica, mira invece a “castrare” il puro sangue dei media italiani, uno tra i più importanti operatori televisivi del mondo. Le attenzioni dei media si sono concentrate, non a torto, sulla valenza politica di un provvedimento che, a giudizio quasi unanime (esclusi, per ovvie ragioni, gli esponenti, ma non tutti, dell’attuale maggioranza), mira a depotenziare, o peggio,  a mettere sotto ricatto il leader dell’opposizione, Silvio Berlusconi, che insieme alla sua famiglia detiene il controllo del gruppo televisivo. Oltre la partita politica che si gioca sulla pelle di un’azienda che opera sul mercato, che produce utili e garantisce importanti livelli occupazionali, direttamente e attraverso il  mercato indotto, vi è il rischio di un attacco alle regole che governano il gioco economico e questo non può (o almeno non dovrebbe) assumere coloritura politica, considerate le importanti implicazioni in termini di sviluppo e di credibilità internazionale dell’economia italiana coinvolte.

L’iter parlamentare del provvedimento, attualmente all’esame delle competenti commissioni della Camera, non è certo dei più rapidi, a conferma che (forse) nella maggioranza qualche dubbio sulla opportunità dell’iniziativa del Governo esiste. E nonostante l’endorsement che i prinicipali quotidiani italiani hanno dato all'esecutivo, dipingendo la recente, e interlocutoria, missiva inviata dall’Unione Europea – contenente alcuni importanti rilievi di incompatibilità della legge Gentiloni con il quadro normativo comunitario – come un’approvazione del provvedimento Gentiloni. La realtà è, però, diversa poiché la Commissione europea, attraverso gli uffici che direttamente si occupano di libera concorrenza nel mercato comunitario, ha sollevato obiezioni puntuali in merito ai due aspetti più controversi della proposta di legge. Infatti, secondo l'Ue non è compatibile con le regole che governano la concorrenza economica in Europa stabilire per legge un tetto massimo di raccolta pubblicitaria, in questo caso il 45 %, che tradotto in lingua corrente significa fissare per legge (sic!) il volume di affari di un’azienda. A voler essere ancora più essenziali è come se domani un qualsiasi imprenditore si trovasse nell’assurda condizione (che poi è quella in cui rischiano di trovarsi Rai e Mediaset) di dover ridurre il proprio volume di affari perché una legge dello Stato impone che più di tanto non si può lavorare. E chi lo fa di fatto, secondo le previsioni del Governo, si trova in una “posizione dominante” del mercato e come tale va severamente sanzionata. Il tutto ha un vago sapore di “piani quinquennali” ed “economia pianificata” di antica memoria sovietica. Comprendiamo come la cosa possa risultare imbarazzante per l’attuale maggioranza governativa, che negli annunci si mostra paladina delle liberalizzazioni, mentre nella prassi tradisce un antico vezzo che la porta a voler governare i processi economici (ahimè il dubbio è lecito vista la conclusione dell’operazione Telecom e i risultati a cui si stanno avviando altre importanti operazioni finanziarie), ma la volontà di piegare ai propri desiderata politici i meccanismi che governano la libera concorrenza trova per fortuna il suo contrappeso nelle istituzioni europee.

Il concetto di posizione dominante, che la legge Gentiloni individua in valore percentuale e definisce “vietata”, è infatti contraria ai principi europei in materia di concorrenza, innanzitutto perché la normativa europea sanziona “l’abuso” di posizione dominante, non la posizione dominante in sé, nel rispetto di quella filosofia per cui nel libero gioco del mercato debbono essere garantiti i concorrenti e i consumatori, stabilire invece ex lege che una posizione dominante è vietata, è falso in teoria e in prassi. Perché si sanziona l’abuso e non la mera posizione dominante? Non si può stabilire preventivamente che tutte le posizioni dominanti (basti pensare ai tanti monopoli ancora esistenti) siano contrarie al mercato o, peggio, mettano a rischio la tutela dei consumatori, esistono infatti beni e servizi che risultano più convenienti per il consumatore se provenienti da regimi meno concorrenziali e altri invece che solo il libero gioco del mercato può garantire. Per definire “abusiva” una posizione dominante, quindi dannosa, è necessario dimostrarlo non imporlo per legge.

La proposta Gentiloni invece prescrive, in maniera coatta, vincoli economicamente dannosi, giustificandoli come necessari all’apertura del mercato televisivo digitale terrestre, definendoli “transitori” (così il Governo ha risposto ai rilievi comunitari), cioè in vigore per un limitato periodo di tempo, tale da consentire ad altri operatori di affacciarsi sul mercato senza dover subire la concorrenza di due mostri sacri come Rai e Mediaset. Peccato che “transitorio” si traduca per il Governo in cinque anni, o quasi.  Infatti, in risposta alle obiezioni della Commissione europea, il Governo  ha dichiarato che una volta terminato lo switch off – cioè l’abbandono definitivo della tecnologia analogica in favore di quella digitale – nel 2012 (sic!) cadranno tutti i vincoli previsti per Rai e Mediaset. Cosa accadrebbe a un’azienda che sin da oggi è consapevole che per i prossimi cinque anni non sarà in grado di sostenere investimenti perché una legge dello Stato la obbliga a ridurre il proprio fatturato? Come reagirebbe il mercato degli investitori internazionali su ipotesi di investimento di un’azienda quotata in borsa che, per legge, non potrà aumentare, anzi è costretta a diminuire il proprio giro d’affari e conseguentemente non sarà in grado di svilupparsi? Logica e raziocinio impongono risposte negative a questi interrogativi, non crediamo la pensi  così il Governo. Vorremmo sbagliare, ma questa volta sembra difficile.

Limitare due operatori per favorirne terzi rappresenta una distorsione del mercato. Se un’impresa vuole entrare nel mercato automobilistico, o in qualunque altro settore industriale, lo fa innanzitutto se le regole lo consentono (e in un’economia di mercato non dovrebbero esistere barriere all’ingresso) e, soprattutto, se ne ha  i mezzi. La decisione di avviare un’attività economica dovrebbe sempre essere soggetta esclusivamente a un’analisi costi-benefici dell’impresa. Se conviene si fa, altrimenti no. Sembra però che per il mercato televisivo, almeno qui da noi, gli imprenditori vadano incentivati a fare concorrenza forse perché vige il convincimento, tutto da dimostrare, che possedere TV significa sviluppare un appeal politico. Nel dubbio il governo decide di inaugurare una nuova mortificante pratica: la castrazione legislativa del Cavaliere.

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