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"A Cesare e a Dio"

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La forza della tradizione, le sfide del cambiamento. Persona, famiglia, comunità e universalismo al tempo del debito pubblico

Dieci anni fa l’attentato alle Torri gemelle a New York costringeva tutti, con tragica urgenza, a una riflessione sull’identità dell’occidente e sulle sue radici cristiane. Sotto l’urto di quell’evento traumatico, dell’impatto anche simbolico di quel crollo, si sono formate nel nostro paese alleanze feconde, tra credenti e non credenti, che hanno prodotto pensiero e cultura politica, a partire dal riconoscimento di quanto il cristianesimo sia parte della nostra storia e identità.

 

"A Cesare e a Dio, a ciascuno il suo: un criterio – non certo nuovo ma riscoperto – che è stato l’asse di un confronto e un dialogo rinnovati fra il mondo della politica e l’ambito della fede, una modalità di rapporto da cui sono nate, tra l’altro, proprio queste giornate di Norcia.

 

Il terreno della discussione è stato in primo luogo quello di una nuova laicità, in grado di superare le vecchie, obsolete barriere tra laici e cattolici; quindi, quello del rapporto tra religione e spazio pubblico, tra scienza e fede, tra profitto e dottrina sociale della Chiesa; e poi, la sfida educativa e quella antropologica. Ma è sulla questione antropologica che si è misurata l’ampiezza della frattura fra i vecchi diritti civili e i nuovi “diritti insaziabili”. Questi ultimi sono il prodotto di un uso invasivo e disinvolto delle biotecnologie, che tende a ridurre l’umano a puro materiale da laboratorio, e a modificare radicalmente le esperienze fondamentali che accomunano tutti gli uomini, come la nascita e la maternità e la paternità. "La convergenza sui valori non negoziabili ha trovato un riferimento politico nella casa comune del PdL, in cui convivono le grandi culture popolari italiane. Grazie alla consapevolezza politica e culturale maturata in questo ambito, le opzioni proposte dalla tecnoscienza sono state affrontate alla luce del concetto di persona, e le nuove alleanze hanno consentito all’“eccezione italiana” (felice intuizione di Giovanni Paolo II) di continuare ad essere tale.

Sono stati governi di centro-destra, Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a concludere il lungo cammino parlamentare della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, a guidare la battaglia pubblica sulla vicenda Englaro, segnando una direzione inequivocabile di favor vitae; e poi a creare un coordinamento di politiche per la bioetica, a proporre un’agenda bioetica per indicare le priorità nell’azione politica. Dopo dieci anni, proprio attorno a Ground Zero, sono simbolicamente crollate altre torri, quelle di un’economia che sembrava destinata a una costante e frenetica crescita, per l’esplosione della grande crisi che ancora ci avvolge e ci minaccia. Una crisi originata dai mercati finanziari, dai contorni impalpabili e poco definiti, ma aggravata dalle politiche sbagliate adottate negli ultimi decenni dai governi dei Paesi occidentali. Una crisi di fronte alla quale grandi sono le difficoltà nell’organizzare una reazione efficace e tempestiva. Una crisi che non provoca guerre fra eserciti, ma scopre nuovi conflitti, come quello fra generazioni. Una crisi che ridisegna confini ed equilibri planetari, nei quali si affacciano nuovi attori, paesi lontani che ritenevamo perdenti o impegnati nella rincorsa verso la modernizzazione, mentre la fragilità e l’ambiguità di quelle che sembravano primavere di democrazia dimostrano quanto lungo è il cammino verso la libertà; e soprattutto dimostrano che il desiderio non basta, e che le tradizioni, la storia, la religione, la cultura hanno un enorme peso.

Qualcuno vorrebbe esorcizzare le difficoltà portando in piazza l’indignazione: un comprensibile, ma irrealistico e sterile rifiuto della grave situazione che l’occidente sta attraversando. Si stenta a capire che questa crisi non consente di guardarsi indietro. Non esiste un pulsante “reset”: niente sarà più come prima. Per tentare di mantenere il benessere e le tutele conquistate dobbiamo inventare strade nuove, perché quella che abbiamo sintetizzato come “l’epoca del debito pubblico” ha reso oramai impraticabili le vecchie. Ma nuovi percorsi si possono tracciare solo quando si sa dove andare, quando è chiara la meta: la crisi valoriale dell’occidente, resa evidente dall’inverno demografico e dai mutamenti indotti da una diversa percezione dell’umano, rende difficile individuare contenuti e prospettive davvero nuove. Idee, parole e proposte sono spesso logore, ripescate e riciclate da anni passati, da analisi e letture che hanno fatto il loro tempo.

 

E’ importante innanzitutto munirsi di un nuovo vocabolario, un lessico del nostro tempo, svecchiando concetti e linguaggi oramai inadeguati ad affrontare il nostro mondo e ripensando i significati di alcune parole che oggi rischiano di smarrire il proprio senso più autentico.

 

Umano, famiglia e vita.

Sono il cuore della questione antropologica, i pilastri dei valori non negoziabili, base comune per alleanze realmente trasversali perché esprimono le esperienze primarie di ogni essere umano, comuni a ciascuno di noi. Nascere e vivere all’interno di famiglie nelle quali i coniugi si assumono pubblicamente responsabilità reciproche e nei confronti degli eventuali nascituri: la prima politica familiare è quella che culturalmente sostiene l’art.29 della nostra Costituzione, cioè della famiglia basata sul matrimonio fra un uomo e una donna, e che si traduce in provvedimenti che la salvaguardano e la promuovono. E’ questa la precondizione per ogni politica demografica, fiscale, e per qualsiasi patto con le generazioni future. Ed è la famiglia la sede elettiva per la tutela del diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, un diritto che, anch’esso, è precondizione per ogni altro diritto. Il riconoscimento del valore della vita – dal concepimento alla morte naturale, includendo la tutela delle persone in condizione di massima fragilità – costituisce, infatti, il presupposto necessario per ogni politica pubblica e il fattore più discriminante per ogni identità politica, dai partiti alle coalizioni ai governi.

 

Generazioni future.

Sul versante opposto si colloca il tema delle generazioni future, che, al di là delle strumentalizzazioni, non riesce a ricavarsi alcuno spazio reale nel dibattito pubblico. Tale fenomeno è il sintomo più eclatante di un pericoloso processo di trasformazione e di scivolamento della nostra società. E’ il frutto avvelenato dell’allentarsi dei legami sociali e dell’affievolirsi della dimensione etica della politica che ha condotto al prevalere di scelte di governo e di gestione del bene comune tutte finalizzate al soddisfacimento di bisogni, aspettative ed ambizioni immediati delle generazioni adulte, indipendentemente da qualunque considerazione sulla sostenibilità ed equità del sistema che si andava costruendo. Non potrà esserci nessun recupero dei valori della nostra tradizione se non rimettendo al centro della nostra politica il valore dell’equità fra le generazioni. Valore che per secoli ha caratterizzato la società occidentale e che negli ultimi decenni abbiamo messo seriamente a repentaglio. Occorre uno sguardo rivolto alle generazioni future. Quello sguardo lungo che deve avere la politica.

 

Diritti e libertà.

Non tutte le forme di libertà personale debbono e possono necessariamente tradursi in diritti soggettivi perfetti. Non tutte le scelte personali possono essere garantite dallo stato. Questo è uno dei nodi della questione antropologica, e del suo impatto sulla politica e sul sociale. Chi governa esprime necessariamente un orientamento valoriale. Ciò non vuol dire avere una qualche nostalgia per lo stato etico. La laicità delle istituzioni, valore irrinunciabile, non implica in alcun modo il ripudio di qualunque riferimento ai valori fondanti ed alle radici di una collettività. Del resto, la pervicace volontà di rimanere neutrali è il frutto di un’illusione. In ogni caso l’affermazione di un’assoluta neutralità è il risultato di una precisa scelta culturale. E’ nel rapporto fra diritto e libertà, fra il “si può fare” e “lo stato deve garantirmelo” che si giocano tante opzioni, soprattutto nell’ambito della biopolitica.

 

Sussidiarietà e solidarietà.

Questo medesimo schema può anche essere opportunamente applicato ad altri campi della politica. Occorre in particolare liberarsi dell’illusione che tutti i bisogni sociali, tutte le legittime aspettative degli individui debbano e possano trovare soddisfazione nella costruzione di apparati pubblici sempre più pesanti e costosi. Uno dei miti più pervasivi che il ‘900 ci ha lasciato in eredità è l’idea che il miglior modo per garantire il perseguimento di interessi di carattere collettivo sia affidare le relative attività ad un’organizzazione amministrativa, l’idea – di chiara matrice giacobina – che interesse pubblico equivalga a intervento statale. La società deve trovare risorse al proprio interno, ripartire dalla propria ricchezza e dalla fiducia nelle forme organizzative più immediate. Il principio di sussidiarietà verticale ma, soprattutto, orizzontale non deve rimanere una rituale enunciazione di principio ma deve diventare la forza motrice delle politiche pubbliche. Solo se saremo in grado di fare ciò riusciremo da un lato a garantire un adeguato livello di prestazione di servizi pubblici anche nell’età del debito pubblico, e dall’altro ad impedire che lo stato sociale si perverta in stato assistenziale, finendo per deprimere quell’attivismo spontaneo, quel protagonismo sociale, quel pluralismo organizzativo che rappresenta un elemento fondamentale di una società responsabile, libera, ricca e legata ai valori della tradizione.

 

Bisogni, Meriti e Lavoro.

Il passaggio dal Big government alla Big society è l’unica strada per edificare un sistema che conferisca centralità al riconoscimento del merito della persona, abbattendo gli ostacoli derivanti dall’appartenenza di classe, di ceto o di gruppo sociale. Ma è al tempo stesso l’unica via per consentire un’adeguata tutela di quei bisogni fondamentali che rischiano di risultare perdenti in uno schema meramente meritocratico e che pure rappresentano un elemento indefettibile per un’organizzazione collettiva che abbia l’ambizione di definirsi società.

 

Accoglienza e Integrazione.

Nella stessa prospettiva possono trovare risposta anche le sfide che le imponenti ondate migratorie che si registrano in questa fase storica pongono alle nostre società. Abbandonata ogni illusione multiculturale, e ripudiata ogni tentazione xenofoba e nazionalista, l’obiettivo deve essere quello di coniugare una vera politica dell’accoglienza e dell’integrazione con l’orgogliosa consapevolezza della propria identità. Del resto l’idea stessa del dialogo e dell’accoglienza presuppone che si abbia una chiara percezione dei propri valori identitari. E l’identità occidentale, costruita con il concorso decisivo dei valori cristiani, è sicuramente, fra tutte le identità collettive che la Storia ha sino ad oggi sperimentato, quella che più delle altre si presenta aperta all’incontro ed al dialogo con le altre civiltà. Occorre però rifuggire dalla tentazione di annacquare la propria identità nell’illusoria speranza che ciò possa azzerare quelle frizioni che normalmente si registrano quando due civiltà si incontrano. Un’illusione che, oltre a vanificare qualunque politica di accoglienza, potrebbe rivelarsi estremamente pericolosa per la stessa sopravvivenza della società occidentale.

 

Un nuovo lessico rimanda ai nuovi paradigmi interpretativi che il Ventunesimo secolo ha imposto. Su questo terreno i cattolici sono stati tutt’altro che irrilevanti. Noi riteniamo che, grazie al metodo maturato negli incontri di Norcia, grazie al confronto con i non credenti, i principi cristiani siano diventati la bussola di maggioranze che vanno oltre il popolo dei cattolici. È su questo metodo che si fonda l’“eccezione italiana”: la resistenza verso quel pensiero che vorrebbe limitare la fede nel ghetto della coscienza individuale, un pensiero che nel mondo occidentale rischia di non avere concorrenza e un confronto alla pari.

 

Si tratta di non girarsi indietro e di andare avanti, di consolidare e rafforzare ambiti istituzionali, di rafforzare l’ispirazione cristiana dei partiti, nei quali l’unione tra credenti e non credenti si è costituita a partire dai principi. Si tratta, soprattutto, di approfondire il nostro impegno sulle sfide vere del nostro tempo.

 

Su tutto questo siamo interessati a ogni confronto che si svolga sul terreno dei contenuti e non ceda alla tentazione della subalternità culturale o della politica politicante, ma sappia fare perno sui valori non negoziabili per elaborare nuove letture e soluzioni adeguate.

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