L’Egitto scoppia e D’Alema lo consegna ai Fratelli Musulmani

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L’Egitto scoppia e D’Alema lo consegna ai Fratelli Musulmani

31 Gennaio 2011

“Chiudere il dialogo con i movimenti islamisti è un errore perché è un’illusione pensare che le democrazie del mondo islamico non sono influenzate da questi movimenti”, ha detto ieri il Presidente del Copasir, Massimo D’Alema. Una dichiarazione simile, fatta da un uomo politico che in passato è andato a braccetto con l’Hezbollah, non deve sorprendere. Le forze d’ispirazione socialista  e gli altri gruppi di opposizione hanno organizzato le grandi manifestazioni di questi giorni con l’assistenza della Fratellanza Musulmana, bandita ma tollerata in Egitto.

Un’organizzazione, l’Ikhwan Muslimun, che non figura nelle liste del terrorismo di Europa e Usa semplicemente perché si tratta del più grande movimento islamico transnazionale, con svariate facce che vanno dal conservatorismo d’impronta secolaristica ispirato alla sharia, ad Ayman al Zawahiri, il braccio destro di Bin Laden, due accaniti lettori di Sayyid Qutb, ideologo della Fratellanza. Sarà per questo che il ministro degli esteri britannico Hague ha messo in guardia dal pericolo che "l’Egitto cada nelle mani di estremisti o di un sistema di governo più autoritario". Venerdì scorso i Fratelli Musulmani sono scesi in piazza unendosi agli altri contestatori del regime. Ieri alcuni membri della organizzazione, imprigionati da Mubarak, sono fuggiti di prigione – la situazione nelle carceri è forse l’aspetto più pericoloso della situazione che si è venuta a creare in questi giorni.

La Fratellanza è convinta che “l’Islam sia la soluzione” per ogni aspetto della vita pubblica e privata. A sentire D’Alema “l’Europa dovrebbe chiedere con molta chiarezza la creazione di un governo di transizione rappresentativo di un ampio arco di forze, per andare poi alle elezioni, già previste a ottobre, che possono essere anticipate. I Fratelli Musulmani devono partecipare al voto”. Una piena legittimazione dell’islamismo, dunque, facendosi scudo del fatto che in Egitto, per adesso, la Fratellanza appoggia il volto moderato della protesta, El Baradei, indicandolo come negoziatore con Mubarak.

In passato, lo stesso Baradei ha negoziato per conto delle Nazioni Unite con l’Iran e – nonostante i panegirici che gli tributa Foreign Policy – non conserviamo proprio un buonissimo ricordo di come ha gestito il dossier nucleare per conto dell’AIEA, né del suo burrascoso rapporto con l’amministrazione Bush sull’Iraq. Arrestato e in seguito rilasciato, nelle ultime ore ha chiesto a Mubarak di abbandonare il Paese, mettendosi alla guida del movimento di protesta.

La Fratellanza nel frattempo aveva contestato sia la nomina del vicepresidente Suleiman che quella di Ahmed Shafiq come premier, successive al discorso di ‘apertura’ di Mubarak della settimana scorsa; l’esercito per adesso parteggia ancora per il presidente, perché teme un’insorgenza in grande stile degli islamisti; ma i militari si sono rifiutati di usare la forza contro la folla. Secondo WikiLeaks, Suleiman sarebbe destinato a succedere a Mubarak se gli ambienti militari riuscissero a scalzare il delfino del vecchio presidente, suo figlio Gamal. 

Gli Usa sono nel mirino per il loro attendismo: El Baradei ha detto che l’America sta perdendo credibilità dando sostegno a Mubarak, anche se il segretario di stato Clinton dice di aspettarsi “elezioni libere e giuste” dal faraone ormai vicino alla pensione. In realtà, l’investitura americana più che per via ufficiale era arrivata dalle grandi tv americane come Cnn e Cbs: "Io sono pronto, se me lo chiedono, ad assumere la presidenza di un esecutivo di transizione, per traghettare l’Egitto verso la democrazia", ha sentenziato El Baradei intervistato da Fareed Zakaria. Mubarak ha risposto chiudendo gli uffici di Al Jazeera, che continua a trasmettere via Twitter. Baradei ha definito la Fratellanza "un gruppo islamico conservatore che non ha niente a che vedere con l’estremismo".

Riassumendo: Mubarak cede il potere, c’è un governo di unità nazionale che rimette mano alla costituzione, poi il voto anticipato. Ha detto il presidente del Parlamento iraniano Larijani: “Obama una volta consiglia al suo mercenario (Mubarak, ndr) di rispettare i diritti del popolo egiziano, un’altra volta esprime sostegno per il potere. Un comportamento simile a quello tenuto durante la Rivoluzione contro lo Scià”. Parallelo, purtroppo, veritiero, ma che dovrebbe mettere i brividi alla sinistra araba ed egiziana. In Iran, dopo il ’79, il social-comunismo fu decapitata dal khomeinismo. In Egitto, El Baradei, i giovani e il ceto medio, i giornalisti e i giudici, i partiti dell’opposizione, rischiano di finire dalla padella di Mubarak nella brace dell’islamismo.