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L’emergenza coronavirus e le donne vittime di violenze domestiche

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Restare chiusi in casa. E’ quanto ci chiede il governo guidato da Giuseppe Conte per fronteggiare l’avanzare del Coronavirus. Così è possibile spostarsi solamente per raggiungere il posto di lavoro, per fare la spesa o andare in farmacia. Si tratta di misure straordinarie, adottate per contenete la diffusione dei contagi da Covid-19. E se restare in casa sta comportando diversi problemi per la maggioranza della popolazione – tutti noi siamo infatti abituati a spostarci in maniera frequente durante il giorno – un vero e proprio dramma lo stanno vivendo le donne che convivono con mariti o compagni violenti.

Si tratta di un’emergenza nell’emergenza – come ha giustamente sottolineato Angela Azzaro sul Riformista – “che ora rischia di esasperarsi ancora di più, molto di più. Perché se c’è un luogo dove le donne sono insicure è quella casa che oggi è diventata baluardo contro il Coronavirus. Se vogliono non essere contagiate, le donne dovranno stare tra le mura domestiche, ma è proprio lì – nel 90 per cento dei casi – che vengono perpetrate violenze psicologiche e fisiche. Fino alla morte. Il 70 per cento dei femminicidi è commesso dai mariti, dai compagni o dagli ex. Per molte donne oggi restare a casa vuol dire stare in prigione, significa rischiare la vita”.

Un vero e proprio segnale d’allarme viene lanciato infatti dai Di.Re, la rete dei centri antiviolenza, dal momento che attualmente si registra una diminuzione delle richieste di aiuto formulate dalle stesse donne. Eppure, il tempo trascorso in casa è moltissimo, le occasioni di contatto con il marito violento triplicano e telefonare al numero antiviolenza 1522 non è facile se tra le mura domestiche è presente il partner.
Come uscire da questo circolo vizioso? “Con la ministra Lamorgese – ha dichiarato di recente a Rai Radio Uno la ministra per le Pari Opportunità e per la Famiglia Elena Bonettistiamo studiano un modo per permettere ai territori di dotare i centri antiviolenza di eventuali alloggi aggiuntivi oltre quelli di cui già dispongono per poter tenere le donne che escono di casa in una situazione di isolamento”.

Insomma, c’è ancora molto da fare. Sicuramente non vanno lasciate indietro categorie svantaggiate e soggetti deboli; infatti è questo il momento di aiutare chi soffre e non può urlare il proprio dolore.
Le istituzioni dunque siano presenti e facciano la propria parte: solo così, l’emergenza Coronavirus sarà affrontata in maniera responsabile e civile.

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