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L’epitaffio di Diliberto

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Proviamo a mettere in fila alcune cose che sappiamo sulla situazione in Iraq e sulla presenza della truppe italiane in quel paese.

Dal 20 maggio l'Iraq si è insediato il primo governo permanente, frutto di un lungo processo istituzionale che ha visto il paese passare per numerosi appuntamenti elettorali e per l'approvazione di una nuova costituzione. Il premier è lo sciita Nour al Maliki, che dirige un gabinetto di unità nazionale.

Il capo di Al Qaeda in Iraq, Abu Musab al-Zarqawi, autore delle più sanguinose stragi contro civili e militari iracheni, è stato eliminato in una azione di guerra.

L'Onu, dopo aver ripetutamente autorizzato la missione multinazionale affidata agli Stati Uniti in Iraq, ha rilasciato un nuovo rapporto presentato lo scorso 2 giugno da Kofi Annan che andrebbe letto attentamente e per intero (se non fosse che in questo caso non fa il gioco del pacifismo “senza se e senza ma”). Annan vi delinea la nuova fase di presenza delle Nazioni Unite nel paese dopo l'insediamento del governo e descrive i nuovi compiti dell'organizzazione. Non mancano i ringraziamenti ai membri della coalizione multinazionale che rendono possibile con la loro protezione e assistenza, l'operato dell'Onu sul campo.

I due principali leader della coalizione che agisce in Iraq, George W. Bush e Tony Blair hanno chiarito che non considerano conclusa la missione delle forze multinazionali fino a quando il governo iracheno non sarà pienamente in grado di difendere i suoi cittadini.

Papa Benedetto XVI, parlando del caporal maggiore Alessandro Pibiri, ultimo dei morti italiani in Iraq, dice: “è caduto nell'adempimento generoso del proprio dovere, al servizio dell'ordine, della sicurezza, della giustizia e della ripresa pacifica delle popolazioni irachene”.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano si infine sentito in obbligo di dichiarare: “L'Italia ha bisogno dell'insieme delle Forze Armate, e ne ha bisogno in quanto deve proseguire le sue missioni di pace: così vuole la Costituzione”.

È questo il quadro in cui si inserisce il precipitoso ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. Un governo locale stabile e legittimato ma ancora non in grado di garantire la sicurezza del paese, l'Onu che torna con più impegno sulla scena, un pericoloso nemico sconfitto, gli alleati che restano e che guardano con preoccupazione al vuoto lasciato dall'Italia, il Papa e il presidente della Repubblica che parlano di missione di pace e di giustizia.

Dal versante del governo la risposta è un caos sgangherato di dichiarazioni, minacce, incertezze, mugugni, che va oltre l'Iraq e già colpisce la presenza italiana in Afghanistan. Niente che sia neppure lontanamente degno di quello che i militari italiani hanno fatto a Nassiryia; niente che sia adeguato al sacrificio di coloro che vi hanno perso la vita; niente che sia rispettoso del dolore delle famiglie delle vittime; niente che serva all'Italia, alla sua reputazione internazionale, al suo amor di patria.

Come epitaffio della vicenda Italia in Iraq restano le parole di Diliberto davanti alla salma del caporale Pibiri: “Che ci siamo andati a fare?”.

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