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Combattere per la libertà

L’esercito invisibile. Un atlante dei dissidenti in giro per il mondo

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Combattono ogni giorno per difendere i diritti e le libertà individuali. Vengono torturati, imprigionati, malmenati, braccati, sospettati di qualunque cosa dai governi a cui si oppongono e molte delle loro storie nemmeno si conoscono. Sono l’esercito invisibile dei dissidenti, migliaia di persone che nel XXI secolo sono ancora costrette a lottare per diritti fondamentali, ma soprattutto scontati: libertà di parola e di stampa, diritti delle donne, dei prigionieri e dei bambini, libertà di manifestare, democrazia, uguaglianza, diritto di voto.

La rivista Foreign Policy ha provato a stilare un elenco di alcuni di questi dissidenti, andando al di là dei più famosi, come il Dalai Lama. Donne e uomini comuni che hanno fatto della lotta uno stile di vita, con delle storie molto spesso difficili e strazianti. Ad esempio Yusuf Jumaev, un poeta uzbeko in carcere dal 2007 per aver chiesto le dimissioni del presidente, il dittatore Islam Karimov. Oltre ad aver subito pesanti torture, dal 2008 è stato trasferito nella supercarcere di Jaslyk. Oppure la storia di Gao Zhisheng, avvocato cinese strenuo difensore dei diritti umani e per questo osteggiato dal governo per anni, poi fatto scomparire e riapparire totalmente trasformato nel corpo e nell’anima. Oggi non vuole più riprendere le attività che conduceva prima di subire queste vessazioni.

Dalla Birmania, Aung San Suu Kyi e Paw Oo Tun. La prima, Nobel per la Pace nel 1991, leader di un movimento politico che guida confinata nelle quattro mura di casa, perché costretta agli arresti domiciliari dal 1989. Il secondo con una condanna di 65 anni sulle spalle, che sta scontando dal 2007 in completo isolamento, per attività sovversive. La contestazione contro i regimi autoritari sembra essere la principale motivazione delle battaglie combattute dall’esercito invisibile. In Russia ci sono Lyudmila M. Alexeyeva e Garry Kasparov, la prima battagliera attivista ottantaduenne, ancora in pista nonostante le sue prime proteste risalgano all’epoca di Brezhnev. Il secondo il campione di scacchi che il governo cerca in tutti i modi di tenere fuori dalla politica.

La repressione delle libertà continua a legare i paesi dell’ex Unione Sovietica. Oltre all’Uzbekistan già citato, infatti, anche l’Arzebaijan, il Kazakhistan e la Bielorussia fanno parte di questo elenco. Nel mirino ci sono i giornalisti: Enyulla Fatullayev, azero, in carcere dal 2007 per aver accusato il governo dell’omicidio di una collega, e Iryna Vidanava, bielorussa, convinta assertrice delle libertà fondamentali e dei valori democratici che divulga tra i giovani grazie alle sue pubblicazioni semiclandestine. Infine anche Yevgeny Zhovtis, kazako, è finito in prigione dal 2007, dopo essere stato protagonista suo malgrado di un processo farsa inscenato dal governo.

Molte le donne che allungano la lista. L'ex giudice iraniano Shirin Ebadi, costretta all’esilio forzato in Gran Bretagna, altro Nobel per la Pace. Il Pakistan appare con Hina Jilani, avvocato al servizio delle donne discriminate nel suo paese. Nel vicino Afghanistan un’altra donna, una delle prime donne medico, ha fondato una ONG per difendere i diritti umani nonostante le minacce dei talebani, si chiama Sima Samar. Lottano per i diritti femminili in altri due paesi asiatici Zainah Anwar in Malaysia e Kamala Chandrakirana in Indonesia. Yoani Sanchez, la giovane autrice di Generacion Y, affronta con coraggio  il regime cubano dalle pagine del suo blog, pestata e minacciata dai militari al servizio di Raul Castro.

Restando in America Latina, continua a subire le vessazioni del presidente Hugo Chavez, il patron di Globovision, Guilliermo Zuloaga, reo di aver denunciato i metodi autoritari del governo. Stesse accuse che muove dalle pagine del suo blog, cambiando però destinatario, in questo caso la leadership di Singapore, il politico Gopalan Nair – che ora vive in esilio negli Usa. Sono molti quelli chehanno impugnato non un’arma, ma una penna, per ribellarsi, come dice Abdelnasser al-Rabbasi, in prigione dal 2003 in Libia; Hu Jia e Tan Zuoren in Cina, anche loro tuttora imprigionati. A questi ultimi si aggiungono le denunce del regista tibetano Dhondup Wangchen, in prigione dal 2008.

I dissidenti africani devono fronteggiare i problemi derivanti dalla povertà e dal mancato rispetto dei diritti umani. Arnold Tsunga in Zimbabwe, Olara Otunnu in Uganda, Hassan Shire Sheik in Somalia, Golden Misabiko nella Repubblica Democratica del Congo e Mesfin Hagos in Eritrea. Sono per lo più politici o avvocati che hanno fondato delle ONG per difendere i diritti umani calpestati dalle repressioni governative, dalle guerre civili, dallo sfruttamento minorile, dalla disuguaglianza sociale. Un destino che li accomuna a Frank La Rue in Guatemala, anche lui fondatore di una ONG per la difesa degli ultimi della terra.

Una lista lunghissima quella dei dissidenti su ‘scala globale’ che serve a dare un nome e un volto a chi combatte ogni giorno contro i mali della società, la mancanza di libertà. Ognuno di loro, per dirla con Madre Teresa di Calcutta, costituisce solamente una goccia nell’oceano, ma senza quella goccia l’oceano non sarebbe tale.
 

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