L’estate fredda della Primavera Araba
27 Giugno 2011
Siamo sempre stati cauti sull’esito delle “Arab Spring” e questa incertezza è destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi, decisivi per risolvere un fascio di questioni legate alla politica, alla società e all’economia dei Paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Il rischio è una estate rovente seguita da un inverno gelido: i nuovi centri della rivolta – Yemen, Libia, Siria – sono ben diversi dalla rabbia di Tahrir Square. Allo spirito rivoluzionario e apparentemente pro-democratico dei Gelsomini sono succeduti conflitti sanguinosi di natura tribale e religiosa. Vale la pena redigere un calendario a breve termine di quello che accadrà nel mese di luglio, con una serie di date e appuntamenti non rimandabili, e la promessa di rivederci ad agosto con nuovi aggiornamenti.
Marocco. Il primo luglio si vota il referendum in Marocco e capiremo se le riforme annunciate da Re Mohammad VI, legittimo discendente del Profeta e sovrano a detta di molti moderato, diventeranno tali. La monarchia marocchina promette di rinunciare a una parte dei suoi poteri ed ha saputo anticipare le spinte provenienti dalla piazza. L’obiettivo del movimento giovanile "20 Settembre" è stanare il monarca sul parlamentarismo, chiedendo maggiori regole democratiche ed un pieno riconoscimento dei diritti umani, ma in Marocco la libertà di stampa continua ad essere un lusso, chi disturba il manovratore può finire in prigione, e non è detto che i giovani accettino le aperture del sovrano sapendo di avere il coltello dalla parte del manico. La minaccia del regime change è sempre dietro l’angolo. Se invece Mohammad riuscisse nel suo intento il Marocco potrebbe diventare un modello di transizione pacifica alla democrazia per altre monarchie arabe, dalla Giordania al Bahrain.
Egitto. Per adesso sono cinquantamila gli attivisti egiziani che si sono dati appuntamento l’8 luglio per un’altra grande manifestazione in Piazza Tahrir, vogliono elezioni e riforme costituzionali subito, sull’onda del cambiamento. Ma i generali frenano per paura di perdere i privilegi acquisiti lungo una vita e i Fratelli Musulmani si oppongono perché il tempo gioca dalla loro parte. La Fratellanza insiste nel voler spostare le riforme dopo le elezioni (nei mesi scorsi ha votato con il partito di Mubarak contro il referendum per la modifica di alcuni passaggi della Costituzione). La situazione al Cairo non è delle migliori: sabato scorso le fazioni dei nostalgici e dei rivoluzionari si sono prese un’altra volta a sassate: i pro-Mubarak chiedono che il Rais, ammalato e detenuto nell’ospedale di Sharm, sia liberato. Gli altri vorrebbero che andasse all’inferno. L’estate sarà il momento degli attesi processi alla nomenclatura di regime: sul banco degli imputati ci sarà, tra gli altri, l’ex primo ministro Nazif, accusato di corruzione, e i colpevoli della mattanza di Piazza Tahrir. Va segnalato anche l’incarico di nuovo ministro degli esteri affidato ad Al-Orabi: dopo le intemperanze dei mesi scorsi, l’idea di rinegoziare la pace di Camp David, e il Canale di Suez aperto alle navi militari iraniane, il ministro Orabi ha fatto sapere di voler agire “in continuità con la storica posizione culturale e diplomatica dell’Egitto”. Le elezioni, attualmente, sono previste per il mese di Settembre.
Tunisia. A Luglio ci si aspetta che venga formata la nuova Assemblea Costituente che riscriverà la Costituzione e condurrà il Paese alle elezioni fissate per ottobre (in un primo momento erano state previste per agosto, poi sono slittate). Anche la Rivoluzione dei Gelsomini, da dove, lo ricordiamo, è partito tutto, sembra aver rallentato la sua corsa durante il percorso accidentanto verso la democrazia. Non è chiaro se l’enorme sprigionarsi di libertà ed impegno politico seguito alla caduta di Ben Alì produrrà grandi risultati o solo caos: finora si sono costituiti ben 94 partiti politici che potrebbero diventare facilmente un centinaio prima del voto. Apparentemente, la Tunisia sembra più instabile dell’Egitto, ma scavando in profondità la sensazione è che ha delle chances di riuscita maggiori: qui si è scelto di procedere prima con la Costituente e dopo con il voto. Anche a Tunisi, però, i manifestanti sorvegliano i nuovi poteri con manifestazioni e sit-in improvvisati. La buona notizia è che il Paese ha deciso di aderire alla Corte Penale Internazionale, primo tra gli stati nordafricani. Quella cattiva che Al Qaeda nel Maghreb islamico potrebbe sceglierlo come un’oasi di addestramento e rifornimento.
Algeria. La stabilità della Tunisia influenza la vicina Algeria, dove l’ultimo degli autocrati nordafricani rimasti al potere, il presidente Bouteflika, cerca di destreggiarsi (come ha sempre fatto) fra autoritarismo (la settimana scorsa c’è stati un morto negli scontri) e costituzionalismo (per aprire alla opposizione che vorrebbe mandarlo a casa). I giornali algerini annunciano una riforma del sistema dell’informazione per renderlo più libero e competitivo, ma il segretario generale della Commissione incaricata di modernizzare la Costituzione si è dimesso, dando vita a nuove proteste. In realtà nelle città algerine non si è mai smesso di manifestare, molto prima che scoppiassero le Arab Spring.
Yemen. Il 17 luglio, il presidente yemenita Saleh rassegnerà le dimissioni, designando il proprio successore e rimodulando i giochi di potere fra le tribù del Paese. Lo Yemen è uno stato chiave per la stabilità del Golfo Persico. Se l’ingresso del Mar Rosso, stretto fra lo Yemen, l’Etiopia e l’Eritrea, dovesse destabilizzarsi (almeno 60 sospettati di Al Qaeda sono recentemente fuggiti dalle prigioni yemenite), per l’Occidente sarebbe uno scenario gravissimo, destinato a riverberarsi fino al Cairo e in tutto la penisola arabica. Il presidente Saleh è stato ‘esiliato’ a Riad con la scusa di curarlo dopo le ferite riportate durante l’assalto del suo palazzo avvenuto qualche settimana fa. I sauditi e l’amministrazione Obama spingono perché non faccia ritorno a casa, almeno fino alla sua successione. Stessa richiesta arriva dai giovani rivoluzionari che però accusano d’interferenze gli Usa e Casa Saud. La presidenza ad interim dovrebbe durare fino alle elezioni previste nel settembre del 2013. (Fine della prima puntata. Continua…)
