L’eterno derby tra D’Alema e Veltroni spacca il Pd

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L’eterno derby tra D’Alema e Veltroni spacca il Pd

06 Maggio 2008

E’ un ritorno al
passato in piena regola, quello che Massimo D’Alema all’indomani della
sconfitta elettorale delle Politiche torna a invocare. Un tentativo di
riesumare il fantasma dell’unità della sinistra, quello stesso fantasma che
Walter Veltroni ha disperatamente cercato di seppellire, nel tentativo di dare
un orizzonte nuovo al Partito Democratico e trasformarlo in una forza
riformista di stampo europeo.

Il meccanismo che
negli umori post-voto si sta diffondendo in alcuni settori del Pd è simile a
quello tipico delle tifoserie calcistiche. Per giustificare una sconfitta ci si
appella alle assenze illustri. E visto che questa volta l’assente – almeno in
termini di alleanze – è la sinistra radicale, allora viva la sinistra radicale.

“Anche se non è presente in Parlamento la sinistra radicale non è
scomparsa dal Paese” dice D’Alema. “C’è una forza elettorale di tre
milioni di voti che si è dispersa nell’astensione, e altro, a sinistra del Pd,
ma non è che è scomparsa. Sarebbe un errore pensarlo. Le cose che hanno radici
nel Paese non scompaiono”.
Il Pd, insomma, deve pensare ad alleanze con gli altri partiti di
opposizione, anche perché le leggi elettorali per le amministrative ”premiano
le coalizioni non i partiti”. “Un grande partito di opposizione – spiega D’Alema – deve avere un buon rapporto con tutte le forze che
si oppongono al governo di Berlusconi”. Tra gli alleati ci potrebbe essere l’Udc? “Il bipolarismo –
dice D’Alema – non significa necessariamente bipartitismo. Neanche Berlusconi è
bipartitico e senza l’alleanza con la
Lega probabilmente non avrebbe neanche vinto le
elezioni”.

E poi “in
Italia ci sono leggi elettorali diverse; per esempio nelle amministrative
contano le coalizioni e non i partiti. Con il 33% l’autosufficienza sarebbe un
errore”. Di conseguenza, è interesse dei democratici “stabilire buoni
rapporti con tutte le forze di opposizione”, specie in vista delle
elezioni amministrative.

Il ragionamento si
snoda in punta di fioretto. E la critica a Veltroni non è mai impersonificata
in un nome e cognome. Ma il colpo arriva a segno e serve a mettere in
discussione un po’ tutto l’impianto fin qui seguito dall’ex sindaco di Roma. Su
tutto la vocazione maggioritaria del Pd e l’aspirazione all’autosufficienza,
ovvero la via (quasi) solitaria da percorrere per il futuro ritorno a Palazzo
Chigi.

La reazione degli uomini del segretario alla sortita dalemiana non si fa
attendere. Se Giorgio Tonini, veltroniano di ferro, parla di “vecchia politica”
in relazione al ritorno all’antico mantra dell’unità della sinistra, Dario
Franceschini mette in guardia dal ritorno di coalizioni multicolore, unite
soltanto dall’odio verso l’avversario. «Indietro non si deve tornare, mai più
coalizioni contro Berlusconi». E ipotizza per le elezioni europee, in cui si
vota con il sistema proporzionale «una correzione, alzando la soglia di
sbarramento fino a un livello che consenta la rappresentanza delle forze
intermedie. A partire dalla Sinistra Arcobaleno, che penso abbia i numeri, se
resta unita, per superare una soglia simile». Altrimenti «rischiamo di veder
annullato l’effetto
semplificazione». Come dire che anche per il Parlamento di Strasburgo si sogna
una legge che in qualche modo alzi i paletti dell’ingresso in Parlamento e
impedisca il ritorno al vecchio schema della moltiplicazione infinita dei
partiti della sinistra. Come dire che non soltanto Veltroni non ci sta a farsi
commissariare o depotenziare nella sua leadership ma vuole addirittura
rilanciare, disinnescando la tentazione della nostalgia passatista.

Un’operazione su cui il leader del Pd conta sulla lealtà di Piero Fassino,
sulla collaborazione di Enrico Letta e sul sostegno degli ex Popolari di
Franceschini e Fioroni, con quest’ultimo già pronto a impegnarsi
nell’operazione “radicamento del Pd sul territorio”.

L’obiettivo finale,
insomma, è creare un asse interno che assicuri al leader del Pd la possibilità
di concludere il suo lavoro e proseguire sulla strada del bipartitismo. Senza
inversioni di rotta. E senza concedere terreno all’eterno dualismo con Massimo
D’Alema.