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La recensione

L’eterno esodo degli amanti Titone ed Eos

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Ricordate il mito greco di Eos e Titone? Eos, dea dell’aurora, si innamora di un comune mortale, Titone, eroe troiano; chiede a Zeus l’immortalità per il suo giovane amante; ma, nel fare questa richiesta, forse troppo presa da pensieri tutt’altro che umani, dimentica di chiedere per Titone anche l’eterna giovinezza. Dunque il tragico errore: Titone comincia ad invecchiare, fino a che la dea non lo abbandona al suo eterno destino. Narrano che l’immortale uomo, nel tempo si sia trasformato in cicala. Questo il mito, il racconto scandaloso e tragico di un amore tra un uomo, condannato all’eternità in un corpo corruttibile, e una dea, per sua natura eternamente capricciosa e volubile.

Da questo punto in poi nasce un romanzo (Eos e Titone di Paolo Andreocci, Serarcangeli, Roma 2010), in cui si prova a descrivere l’eterno esodo dei due amanti, e si pensa un esito diverso. Un racconto struggente e surreale, fortemente umano e divino insieme, a tratti crudele ma ricco di pietas al tempo stesso. Immaginate un uomo vecchio di un secolo, poi di un millennio, poi di tremila anni, umiliato in un corpo che il tempo continua a degradare, ma pensatelo vivo, passionale, desideroso, speranzoso, stanco, innamorato, maledettamente umano. E provate a immaginare una dea, eternamente giovane, ostinata, bellissima e procace, che prende gli esseri umani come frutti da gustare per un attimo percorrendo il suo eterno cammino. Eppure. Eppure se è l’amore a tessere la trama questo inconsueto intreccio può avere un significato diverso da quello narrato nel mito. È per amore che Titone trova un senso al suo calvario, ed è per amore che la dea rimane legata a lui per sempre. Lei, che vive nel suo eterno presente e si sorprende ogni volta nel ritrovare l’uomo che ama sempre più degradato nel corpo; che lo affida ad altri, a uomini che ripaga concedendo le sue grazie divine, affinché lo assistano umanamente, come lei non potrebbe fare. Lui, che si lascia portare, accudire, che attraversa il tempo suo malgrado, che ama di un amore troppo umano, fatto di gelosie, di attese, di piacere e dolore; e che riesce a liberarsi dell’ossessione per Eos solo quando capisce che entrambi sono prigionieri della propria condizione (l’eternamente giovane e l’eternamente vecchio), due piani paralleli che si intersecano solo a tratti per la grande calamita amorosa.

In questo puzzle fuori tempo vige però la linea cronologica. Ed ecco che si affacciano sulla scena le vite dei personaggi che vengono a contatto con Eos e Titone, che accompagnano i due attraverso il tempo, che saranno a loro legati indissolubilmente, per scelta o per forza. Se ne narra l’originale destino. Perché ciò che a prima vista può sembrare casuale in realtà non lo è. L’incontro con Eos e Titone cambia irrimediabilmente la vita di ognuno di loro. La stravolge nei sensi, nelle percezioni e nello svolgimento. Chi conosce Eos non può non desiderarla, e chi ha il privilegio di possederla non può dimenticarla, e immolerà la sua vita a lei accudendo, come lei desidera, il vecchio Titone. Così una dea può amare. Del resto chi si innamora di Titone lo amerà di un amore umano con generosità e dedizione totale. Vite. Che hanno una fine. Non altrettanto diremo di Eos e Titone (e del loro amore). Eterni in un amore infinito.

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