L’etica dell’uomo e l’etica dei robot

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L’etica dell’uomo e l’etica dei robot

30 Dicembre 2007

Forse, in realtà, stiamo
assistendo a una graduale fusione della natura generale delle attività e delle
funzioni umane con le attività e le funzioni di ciò che noi umani abbiamo
costruito e di cui ci siamo circondati.

Philip Dick, Mutazioni

Il robot,
unione di mente sintetica e di corpo sintetico, rappresenta l’ultima versione
del nostro tentativo plurisecolare di costruire l’uomo artificiale. La
somiglianza sempre più spinta tra robot e uomo, che si estende alle capacità
cognitive, all’autonomia e in prospettiva anche alle emozioni e forse alla
coscienza, pone interrogativi inquietanti. La crescente diffusione dei robot in
tutti i settori della società ci obbliga a considerare il rapporto di
convivenza uomo-macchina in termini inediti, che, forse sorprendentemente,
coinvolgono anche l’etica. Affrontare questi problemi è importante e urgente.

Mentre
l’evoluzione biologica ha dotato gli organismi viventi prima di un corpo e poi
di un cervello, avente funzioni di controllo centrale e dotato in certi casi di
proprietà cognitive superiori, non strettamente necessarie alla regolazione del
corpo, l’intelligenza artificiale funzionalistica ha invece cercato di
costruire una mente senza corpo, cioè un’intelligenza che imitasse le funzioni
simboliche e astratte del cervello biologico evitando ogni interazione con un
ambiente considerato fonte di disturbo. Tuttavia le difficoltà di estendere
questa forma d’intelligenza artificiale al di fuori dei domini
simbolico-formali hanno fatto ritenere che soltanto accoppiando la mente
artificiale all’ambiente, attraverso un corpo artificiale dotato di sensi e di
organi attuatori, si potesse ottenere un’intelligenza flessibile e ad ampio
spettro com’è quella biologica.

Il recupero
della dimensione corporea e sensoriale ha portato ai robot e ha aperto una
serie di interrogativi che vanno dagli aspetti tecnici della loro costruzione
fino a sottili questioni di natura etica. Infatti il robot è un artefatto
capace di apprendere e dotato di una certa autonomia di decisione e
comportamento e queste caratteristiche, in una prospettiva di stretta
convivenza uomo-robot, non possono non sollevare certe domande:

Fino a che punto siamo disposti a convivere
coi robot, ad affidarci a loro nella vita quotidiana, nell’accudimento e nelle
cure?

Se i robot dovessero un giorno diventare
intelligenti e sensibili (quasi) quanto gli umani, potremmo continuare a
considerarli macchine, come le lavatrici o le automobili? O dovremmo adottare
atteggiamenti empatici e comprensivi come nei confronti degli animali
domestici? Dovremmo arrivare a conferire loro dignità etica?

E viceversa: quali comportamenti dei robot
dovremmo tollerare, incoraggiare o vietare? E di chi sarebbero le
responsabilità di un loro eventuale comportamento dannoso?

L’ultima
domanda è importante perché rivela il conflitto tra la natura artificiale dei
robot, per cui essi dovrebbero obbedire alla nostra programmazione, e la loro
parziale autonomia (se un robot non è autonomo non è un robot) che, in linea di
principio, potrebbe indurli a decisioni nocive nei nostri confronti. Erano
problemi di questo genere che aveva in mente Asimov quando postulò le “Leggi
della robotica”, che vietano ai robot di compiere azioni dannose per gli esseri
umani e che costituiscono il primo embrione di un’etica dei robot o, con un
espressivo neologismo, di una “roboetica”.

In questo
ambito le previsioni si mescolano facilmente con la fantascienza e accanto alle
speculazioni ci sono le realtà: in Giappone (il paese di gran lunga più
avanzato nella costruzione e nell’impiego dei robot) si tocca con mano quanto
possa diventare intenso il rapporto uomo-macchina quando il robot sia un (o
una) “badante” con sembianze umane oppure quando abbia più o meno le fattezze e
il comportamento di un animale domestico (si pensi ad Aibo, il robot cane della
Sony, ormai fuori produzione, che per anni ha svolto la funzione di “animale”
da compagnia).

La proiezione
affettiva è tanto forte da suscitare problemi psicologici e, ancora una volta,
etici. E poi, in generale, la marcia sempre più convulsa di una tecnologia
invasiva e onnipresente non può non avere effetti profondi sull’immagine che
abbiamo di noi stessi e sul nostro stesso essere “umani”: specchiandoci in
quello straniante alter ego che sta
diventando il robot, quale immagine ce ne ritorna? Riusciremo, per differenza o
per similarità, a capire qualcosa di più di noi stessi? Che questi problemi
siano importanti e urgenti, è confermato dall’istituzione di un Comitato
tecnico per la roboetica in seno alla Robotics
and Automation Society
dell’IEEE
(Institute of Electrical and Electronics Engineers)
.

Negli articoli
che seguiranno questa introduzione, dopo un breve inquadramento storico che
descrive in particolare il passaggio dall’intelligenza artificiale
funzionalistica alla robotica, sottolineando l’importanza del corpo sotto il
profilo cognitivo e attivo, considereremo i problemi etici sollevati dalla
presenza sempre più diffusa dei robot. Tali problemi sono acuiti dalla
somiglianza crescente che presentano con gli umani, oggi sul piano cognitivo e
attivo e, domani, forse, anche sul piano emotivo e della coscienza.