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Lettera di un avvocato sconcertato al pm Di Matteo

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Gentile dott. Di Matteo,

come cittadino italiano penso di avere un debito morale nei confronti di tutti coloro che espongono la loro vita a seri rischi nello svolgimento di importanti funzioni di interesse pubblico. E’ un sentimento che in queste settimane l’Italia ha provato soprattutto nei confronti del personale sanitario e che abbraccia abitualmente i nostri militari, le forze di polizia, nelle loro varie articolazioni, ed ovviamente i magistrati, ma che è rivolto a ben vedere anche a tutte le altre persone, magari non riconducibili a categorie specifiche, che ritengono di dover fare “fino in fondo” il loro lavoro senza interrogarsi troppo sulle ripercussioni personali a cui potrebbero andare incontro. 

Svolgendo la professione di avvocato, mi capita talvolta di assumere un atteggiamento critico proprio nei confronti di coloro che appartengono alle categorie richiamate, ma cerco sempre di non dimenticare le difficili condizioni in cui spesso si trovano ad operare e l’importanza delle istituzioni che rappresentano.

Proprio nei suoi confronti nutro pertanto anche un sentito rispetto istituzionale, in quanto Lei è attualmente membro del Consiglio Superiore della Magistratura in forza del largo consenso che ha ottenuto fra i magistrati italiani.

So infine che Lei ha condotto una approfondita istruttoria sulle reazioni politiche alla minaccia mafiosa di impronta stragista e sono pertanto in rispettosa attesa dell’esito definitivo di quel processo per poter valutare l’effettiva consistenza dei fatti che sono stati oggetto di una così impegnativa attività di indagine.

Eppure domenica sera, se fossi stato il Ministro della Giustizia, Le avrei fatto presente, con grande fermezza, che in questo paese i rappresentanti pro tempore delle istituzioni democratiche sono ancora liberi di valutare quali siano i soggetti più idonei a ricoprire determinati incarichi, senza che nessuno si possa permettere di insinuare che qualsivoglia valutazione diversa, rispetto a quella suggerita o auspicata da uno o da più magistrati, rappresenti il frutto di collusioni o di cedimenti alla criminalità organizzata.

In qualità di Ministro, sarei rimasto infatti negativamente colpito da quella sua improvvisa presa di posizione, ma non direi certo “esterrefatto”, perché essa si pone perfettamente in linea con un filone di pensiero ormai diffuso e stratificato nel nostro paese, in forza del quale si dovrebbero affidare i più disparati poteri decisionali proprio a chi è personalmente impegnato nella lotta contro la mafia e contro la corruzione, come è del resto ben noto al Movimento 5 Stelle che di questa impostazione aveva fatto una sua bandiera. 

Solo che alla fine, se sono riuscito a capire bene, il Ministro preferì poi collocare al D.A.P. un magistrato impegnato in indagini su ambiente e corruzione, che avevano in qualche modo coinvolto anche il Governo Renzi (ed in particolare il compagno dell’allora Ministro Guidi) e che si è recentemente dimesso a seguito di una gestione da molti ritenuta fallimentare.   

Considerate le peculiari funzioni del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria, non sono allora riuscito a cogliere quali fossero le particolari qualità professionali che il Ministro aveva posto a fondamento sia della sua prima che della sua seconda valutazione ed ho quindi faticato a comprendere anche la flebile replica dello stesso On. Bonafede, che ha a quel punto farfugliato qualcosa in merito al ruolo di dirigente ministeriale da egli ritenuto più idoneo a fungere da “avamposto” della Lotta alla Mafia. 

Ed ancor meno sono riuscito a comprendere il percorso materialmente seguìto dalle intercettazioni cui entrambi avete fatto riferimento: immagino si tratti di dati assolutamente riservati, come tali sconosciuti a tutti gli altri cittadini, che affidano ovviamente all’Autorità Procedente il delicato compito di valutarli per i soli fini connessi al successivo accertamento processuale. Da qui, una certa sorpresa nel rilevare che gli stessi siano divenuti addirittura oggetto di dibattito e di polemica pubblica, senza neppure passare – come avviene di solito – da incontrollabili indiscrezioni di stampa.

Proprio in considerazione del delicato ruolo che ricopre, sono rimasto allora stupito anche dal canale di comunicazione che Lei ha scelto per esporre la sua ricostruzione della vicenda, sfruttando il pregevole assist che Le era stato fornito da un vero politico-magistrato quale è l’attuale Sindaco di Napoli. 

E non le nascondo, infine, che mi sono poi interrogato anche sulle ragioni di una così inattesa dichiarazione di guerra che giunge proprio nello stesso giorno in cui l’Associazione Nazionale Magistrati aveva rivolto delle critiche alle ultime scelte legislative (a mio avviso assolutamente doverose) in materia di processo penale “virtuale”.

Per tutti questi motivi, avendo avuto l’impressione – come tanti altri ascoltatori –  che l’attuale Ministro della Giustizia possa aver avuto un momento di sbandamento, rimanendo effettivamente incredulo dalla dura reazione di un così autorevole esponente della corrente politica della Magistratura che egli credeva invece di rappresentare “degnamente”, ed avendo altresì la convinzione che lo stesso Ministro abbia notevoli difficoltà nello svolgere adeguatamente un simile ruolo, mi sono permesso di indirizzarmi metaforicamente a Lei al fine di manifestarLe, con tutto il garbo necessario, le ferme convinzioni di quella parte d’Italia che non si è mai riconosciuta nel Movimento 5 Stelle e nell’Avvocato del Popolo, che ha sempre guardato con molta prudenza alle “leggi eccezionali”, che considera i principi costituzionali come non negoziabili, a cominciare dalla separazione dei poteri, e che si chiede sgomenta in quali mani sia oggi finito il nostro amato paese.  

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