L’euro è l’arlecchino di una Europa divisa dai nazionalismi

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L’euro è l’arlecchino di una Europa divisa dai nazionalismi

11 Luglio 2011

Il 2 maggio 1998 fu deciso di creare l’euro. Dal 1 gennaio 1999 al 31 dicembre 2001 fu rodato il “sistema euro”, con la nuova moneta che correva in parallelo a quelle nazionali. Il 1 gennaio 2002 l’euro entrò in circolazione. All’ epoca quelli contrari all’euro furono tacciati di essere anti-europei, nazionalisti, conservatori, nel senso deteriore del termine. Fu un giudizio sbagliato. Alcuni infatti ( non molti in verità ) ritenevano che la moneta avrebbe dovuto seguire l’economia; e non viceversa.  Concetto semplice  che puntava a promuovere l’integrazione economica, politica e sociale dell’Europa, prima di quella monetaria.

I  casi Grecia, Portogallo e Irlanda tendono a riproporre il problema. Può una stessa moneta  valere su  aree economiche e sistemi politico-sociali diversi , se non anche quasi contrapposti? La moneta  è la rappresentazione di una economia e non viceversa. L’Europa, unificata sotto l’euro, ha tanti volti, statali e regionali, che messi assieme fanno un grande Arlecchino continentale. E la finanza sta governando l’economia di questo sistema-Arlecchino.

La Grecia è in dissesto economico-finanziario; perché quello Stato ha fatto errori gestionali; e non solo: ha truccato i conti, in maniera tale che Eurostat  fino a poco tempo fa non si era accorta di nulla ( né poteva accorgersene).   Se ora il crac  si producesse , entrerebbero in crisi istituti finanziari francesi e tedeschi , che sono i più esposti nel ripianare i conti greci  (più che per spirito comunitario, perché speculano sugli interessi ,prendendo valuta sul mercato internazionale al 3-5% circa e dandola ai greci al 6-8% circa ; e perché sperano di entrare nel mercato delle privatizzazioni greche, che non sono business di poco conto); e con loro potrebbe entrare in crisi  tutta l’eurozona.

Oggi, quindi, tutti sono impegnati  a salvare la Grecia, più che per interessi “europei”, per interessi nazionali, che  peraltro, data la forza degli Stati coinvolti, si trasformano anche  in interessi internazionali , con la BEI e il FMI.  Ma, a  seguire, ci sono  da risolvere pure i problemi del Portogallo e dell’Irlanda; e quelli della speculazione finanziaria, guidata dalle note agenzie di rating, che vuol giocare anche su altre aree , come la Spagna, l’Italia e la Francia.  Oggi i nodi dell’ euro stanno venendo al pettine; e , ad opinione di molti importanti economisti europei , le alternative per risolverli sono solo due . O si procede verso una “federalizzazione “ dell’ Europa, con un governo federale dell’economia della “regione euro” (quindi con una  politica economica coordinata , industriale, sociale e fiscale; come d’altronde fu previsto alla costituzione della moneta unica), con in mano gli strumenti necessari per gestire e controllare l’integrazione della area euro (in gran parte in  sostituzione dell’elefantiaco e costosissimo apparato burocratico comunitario). O il sistema “euro” si spaccherà.

E il problema non sarà quello dell’uscita dei Paesi poveri, alla ricerca di uno strumento monetario più consono alle loro economie: anche  perché  essi tenderanno a trovare una loro convenienza congiunturale, accucciati sotto l’ombrello “euro” . Il problema sarà che la Germania , dopo che ha usato l’euro per la sua unificazione,  potrà non essere più interessata ad una moneta non utile alla sua economia. Per esempio, il cambio euro-dollaro a 1.40 in questi tempi, non piace a nessuno; i sistemi economici della Francia , dell’Italia e della Spagna  probabilmente sarebbero più interessati ad un cambio  ad 1.20 o inferiore ; il sistema tedesco potrebbe essere interessato ad una rivalutazione della propria moneta fino a 1.60 e più.  E poiché la Germania , in un sistema che ormai può comprendere anche Austria e Olanda, è tornata ad essere la locomotiva di Europa, probabilmente sarà lei a dettar legge.

Rispetto a queste due alternative c’è solo il vivacchiare attuale; quanto potrà durare ? Oggi salvare la Grecia, il Portogallo e l’Irlanda potrà costare attorno a 400 miliardi di euro. Se dovessero entrare in crisi anche Spagna, Italia e Francia, il conto potrebbe salire sopra 2500 miliardi; sulle spalle della sola area tedesca? Sarebbe meglio intervenire prima; e probabilmente oggi la strada migliore resta quella della integrazione , della confederazione  di un’Europa, Arlecchino sì, ma capace di avere un proprio governo e una propria moneta. Resta il problema di come farla , in un continente  diviso da nazionalismi a volte feroci, frazionati  e spesso del tutto irrazionali.