La partita per una politica economica europea

L’Europa balla sull’orlo del precipizio. Speriamo solo non cada nel burrone

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Brinkmanship è una parola inventata da John Foster Dulles, il Segretario di Stato americano durante la guerra fredda. Il termine indica una sorta di “gara “ di abilità in cui si porta il confronto sino all’orlo del baratro (brink) al fine di mettere l’avversario davanti alla alternativa drammatica di accettare l’offerta o precipitare. E’ un creare enorme pressione in una situazione finché l’altra parte non viene a più miti consigli, ma correndo un rischio altissimo.

Quella che si sta giocando oggi in Europa è una partita di brinkmanship allo scopo di ottenere un salto di qualità nella conduzione della politica economica dell’area. I giocatori sono, da una parte, i paesi meno virtuosi che pur sforzandosi di correggere i loro squilibri, non dispongono al loro interno del consenso politico per fare accettare agli elettori efficaci programmi di riforma. Essi giocano una partita di brinkmanship sperando di convincere, sia l’opposizione interna ad accettare l’amara medicina, sia la controparte esterna della necessità di non tirare troppo la corda.

Un secondo set di giocatori è costituito dai paesi virtuosi, i quali, pur consapevoli della esigenza di non rompere il giocattolo europeo, devono convincere l’opinione pubblica interna che i risultati ottenuti nelle negoziazioni con le controparti sono significativi e tali da giustificare l’utilizzo delle risorse dei contribuenti per aiutare i meno virtuosi.

Infine giocano la partita, in un campo e nell’altro, coloro che vedono nella crisi l’occasione per accelerare l’integrazione europea; per superare l’attuale frammentazione delle politiche nazionali di bilancio e concentrare maggiore potere decisionale negli organi comunitari (Consiglio, Commissione). Insomma un ulteriore passo a vanti verso una piena Unione fiscale europea, oltre che monetaria.

L’orlo del baratro su cui si duella è costituito dai mercati finanziari dove migliaia di operatori atomistici incorporano nel continuo fluire delle contrattazioni le informazioni relative alle scelte e le decisioni dei giocatori della partita di brinkmanship, determinandone la sconfitta o la vittoria. Certo il rischio che qualcosa vada storto c’è, ed è enorme, ma occorre avere i nervi saldi e non farsi prendere dal panico.

Due fattori ci devono rassicurare. Primo, i “giocatori” della partita – i politici europei a Berlino, a Parigi, a Atene, a Bruxelles - sono consapevoli che  il costo della disintegrazione dell’euro è altissimo per tutti. Ne pagherebbero le conseguenze non solo i paesi meno virtuosi, ma anche i paesi più ricchi, Germania in testa.

La disintegrazione dell’euro comporterebbe inevitabilmente una crisi del sistema bancario di tutti i paesi dell’area a causa delle fortissime interconnessioni tra i sistemi nazionali. A fronte di una crisi di tali gravità sarebbero costretti a intervenire gli Stati per ricapitalizzare e nazionalizzare le banche. Il costo si scaricherebbe sui bilanci pubblici anche di paesi che oggi non hanno problemi di indebitamento pubblico.

E’ questo scenario che, per inciso, terrorizza il governo francese. Anche il resto del mondo non sarebbe immune dalle onde di contagio. Le banche americane sono fortemente interrelate con le banche europee, in termini di rapporti creditori e debitori. Esse non potrebbero passare indenni a una crisi che investe titoli azionari e obbligazionari dei paesi europei.

La Cina, infine, e i grandi fondi sovrani dei paesi produttori di petrolio, oggi possiedono risparmi ingenti investiti in strumenti finanziari emessi da soggetti americani e europei. E’ quindi nell’interesse di tutti di trovare una soluzione al problema.

Il secondo elemento che ci deve confortare è che la Banca centrale europea dispone della capacità illimitata di creare moneta. Essa può quindi fornire liquidità nel sistema per evitare che situazioni di temporaneo squilibrio si convertano in insolvenza degli operatori finanziari.

In un certo senso essa può effettuare trasfusioni senza limiti per contrastare l’emorragia del paziente fin tanto che non si provveda a tamponare la ferita. Certo, il prezzo da pagare per l’intervento illimitato della BCE è il rischio di vedere aumentare l’inflazione, tassa odiosa, ma meno grave della dissoluzione dell’euro.

Si può essere ottimisti e confidare che tutto finirà bene. No, a in ogni caso l’Europa che uscirà da questa prova di forza sarà profondamente diversa da quella che conosciamo.

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1 COMMENT

  1. terrorismo verbale
    Ecco un articolo di chi non ha mai avuto problemi di spesa quotidiana con l’euro, e che per di piu’ ci minaccia di terribili accadimenti se, abbandonata una moneta fasulla come l’euro, tornassimo padroni in casa nostra con la lira. Meglio una terribile recessione, ci dice questo signore, di una modesta e governabile inflazione che lo strumento della svalutazione potrebbe tenere ampiamente a bada.
    Basta essere il popolino comune europeo per capire che razza di roba fasulla sia l’euro: perfino cio’ che e’ raffigurato sulle banconote e’ inesistente.
    Festeggiamo, peraltro in anticipo, i 150 anni di Italia; cerchiamo di ricordarci che la prima cosa, anche se non forse la piu’ giusta, fu quella di unificare leggi e moneta. Una sola moneta, un solo istituto di emissione……
    Che senso aveva creare una moneta comune europea se non era unificato il sistema fiscale, previdenziale, sanitario ed assicurativo?
    E fissare in un trattato internazionale dei parametri economici rigidissimi, mentre le situazioni sul campo cambiano continuamente, e’ stato un gesto da parte dei governanti europei non so se piu’ stupido o piu’ superbo.
    Con l’euro non si compra nulla, e’ una valuta troppo forte sul piano estero, e danneggia le esportazioni ed il turismo nostra industria primaria, mentre sul piano interno e’ debolissima…..con due milioni al mese si poteva vivere, provatevi a farlo con mille euro.
    Per favore risparmiateci articoli come questo non si sa se piu’ stupido o terroristico.

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