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Le conclusioni del convegno di Summit

L’Europa deve ritagliarsi un ruolo in Medioriente e sul dossier Iran nucleare

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Rivoluzioni mediorientali, questione iraniana e ruolo del Vecchio Continente nel cambiamento mondiale. Sono questi solo alcuni dei temi affrontati all’incontro organizzato ieri dal think-thank Summit, dal World Jewish Congress (WJC) e dall’International Council of Jewish Parliamentarians (ICJP).

Dopo i saluti di rito affidati alla promotrice dell’evento, la deputata Pdl Fiamma Nirestein, hanno preso la parola Dan Diker e Naor Gilon, rispettivamente Segretario generale del World Jewish Congress e ambasciatore d’Israele in Italia. Con loro si è entrati in medias res: la minaccia nucleare iraniana.“Cosa fare?". E’ il semplice ma importantissimo quesito posto in apertura dal Segretario del WJC, a cui - assieme ad altre questioni - per più di 4 ore si è tentato di dare risposta.

Non solo Iran però. Anche Europa e Medioriente. Con la moderazione del direttore de Il Tempo, Mario Sechi, la discussione si è spostata sul ruolo geo-strategico del Vecchio Continente nel nuovo scenario globale. Un’Europa, evidentemente, a dir poco malconcia e in piena crisi d’identità, a cui i relatori hanno voluto rivolgere i più disparati j’accuse: dall’intervento del deputato socialista ungherese Tibor Szanyi, il quale si è soffermato sulla necessità di una ridefinizione della Politica estera e di sicurezza comune dell’Unione europea (la Pesc), all'intervento di Fiamma Nirenstein e dello stesso Sechi, che hanno cercato di mostrare gli effetti della crisi economico-finanziaria dell’Eurozona capace di provocare già 16 cambi di maggioranza e la crescita esponenziale di movimenti estremisti, in alcuni casi di chiara ispirazione anti-semita come il neo-nazista ‘Alba Dorata’ in Grecia.

Più soft, e non potrebbe essere altrimenti considerato il ruolo istituzionale, l’intervento dell’inviato speciale del ministro degli Esteri per il Mediterraneo e il Medio Oriente, Maurizio Massari. Per quest’ultimo, serve una maggiore presenza dell’Unione in tali scacchieri. Sotto l’aspetto strettamente politico, largo uso al principio della ‘condizionalità’: sì agli aiuti economici per quei paesi, ma accanto a un processo interno che assicuri quei diritti umani fondamentali universalmente riconosciuti o, nel caso palestinese, l’apertura di veri negoziati non di pura facciata. L’Europa dovrà ncessariamente contare di più. Sempre che, per dirla con le parole di Tibor Szanyi, non decida di essere spettatore e non attore protagonista.

Il secondo panel si è occupato di ‘regime iraniano e questione nucleare’. Per Michael Ledeen, storico e autore del saggio ‘Accomplice to Evil: Iran and the War Against the West’, Teheran alimenta il suo programma nucleare al solo scopo di perseguire l’obiettivo di distruggere l’Occidente, per portare a termine una guerra cominciata oltre 30 anni fa, nel 1979 con la Rivoluzione khomeinista. Servirebbe, ora più che mai, un cambio di regime. E appare incredibile come - sempre secondo l’analisi di Leeden - i Paesi occidentali non abbiano rivolto il proprio sguardo alla 'Rivoluzione verde' di Teheran dell’estate del 2009 e non abbiano pesantemente appoggiato e finanziato quel movimento.

Tutt’altro che ottimista Dore Gold, già ambasciatore d’Israele alle Nazioni Unite e presidente del Jerusalem Center for Public Affairs (Jcpa). Per l'ex diplomatico israeliano "l’Iran avrà a disposizione l’arma atomica già a partire dalla fine del 2012. Inoltre, nella malaugurata ipotesi in cui si avverasse la profezia di Ahmadinejad circa la scomparsa di Israele dalle carte geografiche - ha continuato Gold - gli Stati arabi del Golfo si andrebbero a unire alla nuova potenza nucleare, provocando il ridisegnamento degli interi assetti geo-politici regionali e mondiali. Per tali motivi - ha concluso l'israeliano - è necessario evitare a tutti i costi che il programma nucleare iraniano vada in porto".

V'è stato spazio anche per ricordare il prossimo round dei negoziati tra il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) e l’Iran che si terrà il 23 Maggio prossimo, a Baghdad: da un lato Teheran insisterà sulla natura pacifica del suo programma nucleare, dall’altro è il Rapporto dell’Agenzia Onu per l’energia atomica (Aiea) dello scorso Novembre a disegnare una realtà ben differente. Il costante accumulo di uranio arricchito non rappresenta altro se non pessima notizia per chi ha a cuore la sicurezza dello Stato ebraico. E non è tutto, con la possibilità che in sede di trattativa si possa raggiungere un compromesso in grado di permettere all'Iran di proseguire il suo programma, seppur con i controlli dell’Aiea o con la riduzione delle percentuali di uranio.

Infine, il terzo panel: ‘Le rivoluzioni arabe e il ritorno dell’islam radicale’. Le rivolte arabe dello scorso anno hanno provocato - in luogo a un'apertura liberale delle società arabe - un ritorno al passato, o meglio, il rifiorire di integralismi, di movimenti riconducibili al salafismo e all’area dell'islamismo radicale dei Fratelli Musulmani. L’’islamo-nazionalismo’ scaturito da quelle rivolte non pare affatto potersi conciliare con l’idea di democrazia dell'Occidente. Democrazia, di per sè, è un concetto vuoto, visto che necessita al contempo del rispetto dei diritti umani, delle donne e delle minoranze; del rispetto del ‘diritto all’esistenza’, per ripetere un’espressione dell’editorialista de Il Sole 24 Ore, Khaled Fouad Allam, anch’egli intervenuto al dibattito di ieri e sostenitore dell’assoluta inconciliabilità tra queste democrazie in fieri e il mondo occidentale.

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