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L’Europa è divisa, Gazprom ne approfitta

Gazprom ha festeggiato il suo quindicesimo anniversario con uno stratosferico party al Cremlino. Tina Turner si è esibita in concerto davanti a un pubblico di seimila persone sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Putin e del delfino Medvedev. “Una vittoria dopo l’altra” è lo slogan che si legge più frequentemente sui cartelloni di Mosca. 

Dopo la festa Putin è tornato agli affari incontrando il presidente ucraino Viktor Yushchenko. La Russia vanta un credito di un miliardo e mezzo di dollari con il governo di Kiev e negli ultimi mesi il primo ministro Timoshenko era riuscita a rinviare le scadenze. Putin ha accettato di chiudere un nuovo accordo: la Russia non staccherà la spina anche se è lecito chiedersi ancora per quanto tempo. Per adesso gli ucraini tirano un sospiro di sollievo.

Tutte le decisioni chiave di Gazprom vengono prese al Cremlino. Mikhail Zygar, inviato speciale del Kommersant, e Valery Panyushkin del Vedomostisu, hanno raccontato in modo brillante l’ascesa del gigante energetico in un libro intitolato Gazprom, la nuova arma russa. Colpiscono soprattutto le parole dell’ex primo ministro Gaidar che all’inizio degli anni Novanta gestì il delicato passaggio dal sistema di pianificazione sovietico all’economia mercato: “Chernomyrdin aveva un’idea. Per riuscire a preservare l’industria del gas bisognava spingere i quadri e gli operai a lavorare per il proprio interesse e non più sotto la minaccia della forza”. Chernomyrdin comprese che il controllo dello stato sull’economia era al capolinea e che servivano nuove linee guida per rinnovarsi, competere, produrre per davvero. Da qui la complicata ma efficace ristrutturazione di Gazprom, un’azienda che oggi offre lavoro a circa mezzo milione di persone.

Chernomyrdin voleva creare un gruppo talmente forte che “se anche un folle si fosse trovato a gestirlo, non sarebbe stato in grado di distruggerlo”. I nuovi manager di Mosca hanno studiato a lungo le aziende energetiche sparse in giro per il mondo, compresa l’italiana ENI. Il rapporto di coopetition (e cioè di cooperative-competition) tra russi e italiani è diventato sempre più intenso, facendosi strettissimo dopo l’intesa raggiunta su South Stream, il gasdotto che nei prossimi anni dovrebbe collegare la Russia all’Unione europea attraverso il Mar Nero. Gazprom fornirà la materia prima, l’ENI le tecnologie. Gli italiani vogliono ottenere le concessioni per andare a fare ricerca ed estrazioni direttamente sul territorio russo. I russi mirano a entrare nel mercato dell’energia elettrica italiana tramite Enipower.

Il presidente Putin sembra inarrestabile. Lo scorso gennaio ha firmato un accordo a Sofia che prevede il passaggio di South Stream in Bulgaria. Nel frattempo la Russia porta avanti il progetto North Stream, l’arteria gemella che dal Baltico condurrà nei mercati dell’Europa del Nord. Il consorzio è controllato da Gazprom, con i gruppi tedeschi Eon e BASF e l’olandese Gasunie. Coordinatore l’ex cancelliere tedesco Schroder.

L’Unione Europea cerca una difficile via di fuga. Da una parte è costretta a stringere accordi con il suo maggiore fornitore di gas, la Russia, dall’altra vorrebbe ridurre questa dipendenza e guarda al Caspio, verso l’Azerbaigian e l’Iran, per trovare alternative credibili. Secondo Ferran Tarradellas, portavoce del commissario per l’Energia, attualmente la Commissione Europea considera prioritario un altro progetto, il Nabucco, che porterà il gas in Europa passando attraverso la Turchia e i paesi dell’Europa Orientale. Una rotta diversa rispetto a quelle stabilite con la Russia.

La costruzione del Nabucco e lo sfruttamento delle pipelines sono stati assegnati a un consorzio internazionale diretto dalla società petroliera austriaca Omv, con l’ungherese Mol, la turca Botas, la bulgara Burgaz e la romena Transgaz. All’inizio di febbraio si è aggiunta anche la compagnia tedesca Rwe. Il gasdotto avrà come punto di partenza le frontiere della Turchia con la Georgia e l’Iran e come punto di sbocco il nodo Baumgarten in Austria, da cui si ramificano i principali assi di distribuzione del gas nell’Europa continentale. Il Nabucco prevede la possibilità di collegare la rete con altre sorgenti di gas disponibili nella zona, come quelle della Siria, dell’Iraq, dell’Egitto e del Turkmenistan.

La Turchia nicchia. Nonostante gli impegni solenni, Ankara ha ancora qualche dubbio sui costi dell’operazione. Jozias van Aartsen – il coordinatore europeo per i progetti di trasporto del gas naturale nell’Europa meridionale – è stato ad Ankara dove ha incontrato il premier Erdogan e i ministri del governo turco: tutti hanno concordato sul fatto che la sicurezza energetica della Turchia coincide con quella dell’Europa. “Il progetto Nabucco si avvia a diventare realtà”, ha detto Van Aartsen prima di ripartire per Bruxelles. Per la Commissione Europea la via turca non è un progetto anti-russo. Non ci sarà una contrapposizione tra Nabucco e South Stream, se mai potrebbe verificarsi un collegamento tra i due gasdotti.

Siamo di fronte a un labirinto energetico in cui si moltiplicano i progetti alternativi  a Mosca. Il Gruppo svizzero Elektrizitats-Gesellschaft Laufenburg AG (EGL) ha ratificato un accordo sottoscritto con la compagnia norvegese Statoil Hydro ASA per la costruzione della Trans Adriatic Pipeline Gas (TAP), la conduttura che attraverserà il Mare Adriatico unendo l’Albania all’Italia. Per sfuggire alla morsa russa, l’Ucraina vorrebbe realizzare il White Stream, un altro tracciato che permetterebbe a Kiev di portare il gas in Europa via Iran e Georgia. La Georgia è uno stato centrale nella ‘guerra del gas’ e la Russia sta facendo terreno bruciato intorno a Tbilisi. I black-out di Mosca colpiscono anche l’Albania e la Turchia. In una conferenza stampa che si è svolta a Bruxelles alla fine di gennaio, il primo ministro ucraino Tymoshenko ha ribadito il sostegno del suo governo al Nabucco, aggiungendo che White Stream rappresenta una opportunità in più per aggirare Gazprom.

Nel giro di un decennio la Russia potrebbe essere incapace di soddisfare la propria domanda interna di risorse energetiche, figuriamoci quella del mercato europeo. La maggior parte del gas russo viene estratto da un numero di grandi, grandissimi, ma purtroppo vecchi giacimenti. Il tasso d’estrazione diminuisce mentre la domanda cresce rapidamente. L’International Energy Agency (IEA) ritiene che la Russia debba aprire nuovi giacimenti se vuole mantenere i livelli di consumo attuale. Servono anche le infrastrutture che sono state colpevolmente dimenticate nel decennio della grande rimonta. Le previsioni più pessimistiche parlano di un calo del 25% nelle esportazioni di gas a partire dal 2015.

Putin continua a stringere mani. Miller, l’ad di Gazprom, è volato a Teheran per discutere un progetto di cooperazione nel settore del gas naturale con l’Iran. La cooperazione riguarda l’estrazione e lo sviluppo delle riserve di gas, e l’attività congiunta nel trasporto, nella raffinazione e nel marketing del prodotto. Russia e Iran sono due dei maggiori esportatori di gas naturale al mondo e i rispettivi presidenti hanno ipotizzato di creare una sorta di “Opec del gas”, un cartello in grado di controllare i rifornimenti e imporre il prezzo delle materie prime. Questo accordo sarebbe il tassello che manca alla Russia per trasformarsi nel maggiore fornitore energetico del futuro.

Se è vero che la dipendenza dell’Europa dalla Russia è un dato di fatto, gli stati europei potrebbero mostrarsi più indipendenti politicamente cercando alternative credibili a uno scenario che appare molto rischioso. L’Europa deve frenare la competizione interna nel mercato dell’energia e ricompattarsi in un solo fronte se l’obiettivo è davvero quello di contenere Gazprom.

Per adesso i Paesi del Vecchio Continente continuano a firmare accordi bilaterali con Mosca, l’Unione stenta a coordinarsi, e Putin avanza sicuro nella periferia orientale dell’Europa. L’ENI e le altre grandi cordate private si muovono in piena autonomia rispetto ai governi nazionali e vogliono avere le mani libere (giustamente). Quello che manca all’Europa è una politica energetica comune e speriamo che questa non sia la punta dell’iceberg. Le rotte del gas s’incrociano con le questioni della convivenza, della pace e del rispetto dei diritti umani. Ma il Cremlino ha minacciato un intervento armato in Kosovo tre giorni dopo l’indipendenza dell’ex provincia serba.

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