L’Europa non cambia
30 Ottobre 2015
Gli stati disuniti di Europa non cambiano. Prima parlano di accoglienza e di solidarietà e poi ti lasciano sola a gestire la crisi migratoria, povera Italia. Lo scorso settembre, con due Decisioni prese a cavallo di pochi giorni, Bruxelles annunciava la “relocation” di 40 mila persone arrivate in Italia e bisognose di protezione – in deroga al trattato di Dublino. Le prime 24 mila da “ricollocare” entro due anni, una media di un migliaio al mese. Trenta giorni dopo quelle solenni dichiarazioni, l’Italia per ora ha potuto inviare in Svezia e in Finlandia 90 persone, siriani ed eritrei, un decimo di quello che servirebbe per centrare l’obiettivo mensile che ci siamo dati.
Se a questo si aggiunge che nei soli primi tre mesi del 2015 il nostro Paese ha accolto un po’ meno di tremila domande di asilo e di protezione, la sproporzione nei numeri, tra chi va e chi viene, è evidente. Com’è evidente che qualcuno in Europa continua a prendersi gioco di noi. Lo ha ammesso il presidente del parlamento europeo Schulz, dicendo che gli Stati membri devono stare ai patti, che le ricollocazioni debbono essere “sistematiche e obbligatorie”. Schulz ha lanciato anche un avvertimento: ne va della tenuta del mercato unico.
Purtroppo in Germania la cancelliera Merkel predica bene ma i suoi razzolano male. I Paesi dell’Europa centro-orientale giocano a pallavolo con i profughi e qualcuno fa muro. Nei Balcani, la Croazia ricorda a tutti che il vero problema è la Turchia. La Francia di un indebolito Hollande e la Gran Bretagna del ringalluzzito Cameron non hanno passato l’esame di ricollocazione da primi della classe. Ciliegina sulla torta, racconta il Wall Street Journal, sono i migranti stessi a complicare le cose visto che vogliono andare in Nord Europa, chiamali stupidi.
Tutto questo tralasciando il problema dei clandestini che in Italia sono destinati a crescere. In 5 anni, dal 2008 al 2015, tra rimpatri volontari e forzosi, abbiamo rimandato a casa meno di 30 mila persone che non rientravano nelle “quote” previste dai flussi economici o non hanno avuto lo status di rifugiato. Sempre nei primi tre mesi del 2015, delle diecimila e passa richieste di asilo arrivate circa 7 mila sono state rigettate. Su altre 5 mila bisogna ancora decidere il da farsi. Cinque anni. Tre mesi. La verità è che anche per i rimpatri c’è una sproporzione nei numeri tra chi entra e chi esce dal nostro Paese. Più grave delle ricollocazioni.
Il Governo italiano per bocca del presidente del consiglio Renzi aveva salutato il risultato ottenuto nei Consigli europei di settembre come «molto significativo». Il ministro Alfano aveva aggiunto «l’Europa non ha discusso, ha deciso». Quel risultato va rivendicato ma è proprio qui il problema politico dell’Europa. Le decisioni vengono prese ma non applicate. Si decide ma poi non si rispettano i patti. Se vogliamo evitare che ci si prenda gioco dell’Italia mentre le si dà ragione, bisogna avere il coraggio di rilanciare. Ancora.
Non basta più flessibilità sui conti per mascherare l’inerzia europea sulle ricollocazioni. Il concetto stesso di relocation è qualcosa di temporaneo e non risolutivo. L’Unione deve muoversi per tempo ripensando l’assetto del post Dublino, fare cose concrete con i suoi alleati per risolvere alla radice conflitti e cause delle grandi migrazioni. L’Italia deve cooperare da una posizione di forza con i Paesi terzi e ricordare agli altri partner dell’Unione che l’Europa così come l’abbiamo fatta possiamo rifarla. Cambiarla tenendoci l’euro e il mercato comune, ovviamente.
