L’Europa vuole mettere un preservativo all’Africa e non pensarci più

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L’Europa vuole mettere un preservativo all’Africa e non pensarci più

20 Marzo 2009

C’è un tedesco, un francese e uno spagnolo…

Proprio come succede all’inizio di tante barzellette, anche in questi giorni alcuni ministri o premier di questi paesi (…e non solo di questi…) hanno fatto a gara per aggiudicarsi l’oscar del ridicolo e dell’incompetenza.

A far scattare la scintilla, come spesso accade in questa vecchia ed isterica Europa, è stato il Pontefice. Assai poco prudentemente si è lasciato scappare una di quelle parole magiche che come d’incanto infiammano i cuori di tante anime belle, pronte a stracciarsi le vesti in nome del politicamente corretto e di una libertà associabile a qualsiasi capriccio individuale, svincolata dalla ragione e dalle ricadute sociali conseguenti.

La parola magica questa volta è stata “preservativo”, ma è già successo in passato anche con “omosessuali”, “matrimonio”, “vita”, “morte”, “famiglia”, “fede” e “ragione”.

Basta una di queste parole per far imbizzarrire i cavalli di Bruxelles e dintorni.

Cavalli che probabilmente, viste alcune delle dichiarazioni di questi giorni, nitriscono senza sapere nemmeno lo status quo.

Però sembra davvero che andare contro questo Papa tedesco sia per alcuni esercizio irrinunciabile ed assai stimolante; senza contare il fatto che può far attirare anche parecchi consensi.

Probabilmente però i consensi giungeranno solo da chi è provvisto di paraocchi ideologico o da chi, come loro, forse in Africa non c’è mai stato e non sa come stanno veramente le cose.

Io sono stato in Senegal, in Gambia, in Somalia, in Etiopia, in Kenia. Un mio carissimo amico è medico volontario in Mozambico.

Chi conosce davvero queste situazioni, chi sa quali sono i reali contesti ambientali, le condizioni e gli stili di vita, la qualità dei servizi a disposizione della popolazione non può che ridere, proprio come dopo una barzelletta, se sente Zapatero proclamare trionfante: “Manderemo un milione di preservativi in Africa”.

In Africa si muore quotidianamente di malaria e di infezioni intestinali (la semplice diarrea), due patologie che nel continente nero causano molti più morti dell’AIDS. A che serve il preservativo in questi casi? Anziché inveire contro il Papa, non sarebbe più utile andare contro le multinazionali del farmaco, affinché rendano molto più disponibili agli africani (e ad un prezzo sostenibile) i medicinali per queste patologie?

A che servono i preservativi per chi ha una concezione del sesso (purtroppo) ancora molto animalesca ed assai promiscua, con uno squilibrio assoluto fra la situazione dominatrice dell’uomo e la nullità della figura femminile?

A che servono i preservativi se manca l’educazione delle persone, che spesso (specie fuori dalle città) né sanno né possono utilizzarli adeguatamente a causa di pessime condizioni igieniche?

O forse Zapatero, Chevallier, Schmidt e soci credono che in uno sperduto villaggio del Gabon ci sia la possibilità di lavarsi per bene le mani, di detergersi il pene, di infilarsi comodamente il preservativo e fare l’amore su un soffice giaciglio di piume d’oca?

Sanno a quali tipologie di rapporti ed in quali condizioni sono costrette le povere donne africane? Moltissime nemmeno si ribellano, perché per loro è normale che sia così; è sempre stato così.

Allora sfido ogni persona provvista di un briciolo d’onestà intellettuale a dirmi dove sbagliano il Papa, la chiesa, le tante ong che operano sul territorio, i missionari nel sostenere che la soluzione non può essere la semplice distribuzione di preservativi.

Ha forse sbagliato anche il presidente Ugandese Museveni, un non cattolico che ha ridotto la percentuale nazionale di infetti HIV dal 18% del 1990 al 5% del 2001 con la diffusione capillare della “politica ABC”?

ABC è l’acronimo per Abstinence (innanzitutto, inteso per i rapporti prematrimoniali), Be faithful (fedeltà al partner dopo il matrimonio), e Condom (solo come terzo espediente, in caso di rapporti extraconiugali).

Nessuno (nemmeno il Papa) vuole infatti demonizzare il preservativo, ma semplicemente sostenere a chiare lettere che non è e non sarà mai la soluzione del problema se non si affrontano in prima istanza altre questioni di tipo culturale.

Anzi, sostenendo il profilattico come unica panacea di tutti i mali, si rischia solo di incentivare una già più che florida promiscuità sessuale.

Invece bisogna educare le persone, proprio come è stato fatto in Uganda, villaggio dopo villaggio, spiegando che l’uomo non è un animale e può saper controllare i suoi istinti sessuali; che la donna merita assoluto rispetto in quanto essere umano di pari dignità rispetto all’uomo; che siamo provvisti di una ragione utile a farci apprezzare in pieno la magnificenza della sessualità, ad esempio tramite la fedeltà al proprio partner.

Ed anche facendo comprendere che anche nel caso di periodi di astinenza sessuale non succede nulla di grave né all’uomo né alla donna. Non ci si “ammala”, non si diventa sterili, non si perde la propria mascolinità. E’ solo una questione di continenza possibile, e non di degrado della propria persona, come molti uomini africano credono qualora non “esercitano” le loro prerogative maschili.

Questa è la battaglia vincente. La battaglia che mette al centro il cuore dell’uomo e la sua dignità.

Le battaglie che invece hanno creduto di risolvere i bisogni dell’uomo dandogli senza sforzi lo zuccherino a cui bramavano, sono sempre miseramente fallite.

La sfida vera, da sempre, è quella educativa, non quella della mera concessione gratuita.

Ed infine, cerchiamo di essere seri.

L’Africa è un continente che da almeno tre decenni è afflitto da endemici problemi: povertà, malnutrizione, mancanza di medicinali basilari e di operatori sanitari qualificati, disgregazione del tessuto sociale, criminalità, bambini senza famiglia arruolati come guerrieri, sanguinose lotte tribali sovente causate da motivazioni economiche (e conseguente fioritura del commercio clandestino di armi), corruzione, pessima gestione dei fondi economici provenienti dai paesi occidentali, deficit di scolarizzazione.

E da ultimo, proprio come ha sostenuto Joseph Ratzinger a Yaoundè, l’approdo nel continente di numerose multinazionali sia occidentali che asiatiche (perlopiù Cinesi), le quali continuano ad appropriarsi delle risorse naturali presenti sul territorio. Vessando le compagnie locali ed acquistando migliaia di ettari di terreni, espropriano le popolazioni dalle loro terre con la complicità degli stessi dirigenti africani. La manovalanza è abbondantemente sottopagata, i piccoli coltivatori sono ridotti in miseria, e l’introduzione degli organismi geneticamente modificati (che dovrebbero garantire la sicurezza alimentare) finiscono per sopprimere le semine tradizionali rendendo i contadini dipendenti dalle società produttrici di Ogm.

Davanti a questa enorme mole di problemi da risolvere, solo chi ha interessi coinvolti in prima persona (economici, politici) può essere così abile da saper distogliere l’attenzione della gente dai reali problemi, sbandierando l’HIV come l’unico grande problema africano e proponendo soluzioni in guaine di lattice.