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L’Europe c’est Finì

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Gianfranco Fini ha certamente il pregio della coerenza, ma in politica non bisogna esagerare neppure con i pregi. Nella sua qualità di rappresentate del governo italiano alla Convenzione si è così dato da fare per contribuire a far nascere il Trattato costituzionale europeo che oggi fatica a constatarne la morte.

Non si spiegano altrimenti le sue molte dichiarazioni assai poco in sintonia con la realtà dei fatti, tali da farlo sembrare l'ultimo e strenuo difensore di un modello di Europa a cui nessuno crede più.

Basta scorrere a caso alcune delle sue più recenti esternazioni per rendersene conto: tutte successive al referendum francese dello scorso 29 maggio: 'Nel pieno rispetto della volontà degli elettori di uno dei paesi fondatori ritengo che le procedure di ratifica debbano proseguire secondo il calendario prestabilito'; 'ribadisco che il Trattato democraticamente sottoscritto dai 25 membri rappresenta un efficace strumento per assicurare il progresso dell'Unione'; 'la colpa del fallimento è nella tendenza a scaricare su Bruxelles i problemi nazionali' e ancora: 'Il no francese non può essere un veto sul Trattato, tutti i governi hanno l'obbligo politico, giuridico e morale di adoperarsi per renderne possibile l'entrata in vigore', e ci fermiamo qui per carità di patria.

E' appena il caso di notare che nel vertice europeo di oggi a Bruxelles, i 25 leader della Ue hanno deciso di concedere agli stati membri un anno di tempo per decidere se andare avanti o no con le ratifiche. Che Danimarca, Regno Unito, Portogallo, Svezia e Finlandia hanno bloccato subito i loro processi di ratifica e che perfino in Lussemburgo, dove il referendum è fissato per il prossimo 10 luglio, si parla di rinvio dopo che i sondaggi mostrano che i sì al Trattato sono passati dal 70 al 52 per cento. In Lussemburgo!

Fini non può non essersi accorto di tutto ciò. In parte le sue ragioni si possono capire. Il suo contributo nella Convenzione Europea ha rappresentato certo una grande fonte di prestigio internazionale e di legittimazione interna e non è facile voltare le spalle a quell'esperienza.

Eppure anche questa spiegazione non basta a giustificare la sua ostinazione a presidiare una frontiera ormai sguarnita.

Altri sono stati molto più rapidi nel cambiare tono. Come al solito il più furbo e il più svelto a cimentarsi nel 'Tractatus interruptus' è stato Giuliano Amato che pure dell'Europa aveva fatto la sua personale ideologia di riferimento. 'Il Trattato era un Mammuth illeggibile' ha detto Amato il giorno dopo il referendum come se lui l'avesse ricevuto per posta. E poi ancora: 'Non c'è Carta senza la Francia'. Questa si chiama velocità di reazione!

Invece Fini si è distratto. Forse le difficoltà politiche interne, la batosta del referendum sulla fecondazione hanno rallentato i suoi riflessi sul versante europeo. E forse anche la Farnesina non lo aiuta. Lì la politica europea è in mano da anni a un binomio di ferro: Rocco Cangelosi, attuale ambasciatore italiano presso la Ue, e Ferdinando Nelli Feroci ora direttore generale per l'integrazione europea. Si tratta di due navigatissimi 'ambasciatori' che in virtù della loro storia personale e politica tutta volta a sinistra farebbero una gran fatica ad accettare una visione dell'Europa meno che politically correct.

Forse sono loro ad aver trasformato il ministro degli Esteri nell'ultimo dei lussemburghesi. Ma Fini dal suo canto dovrebbe aver ormai compreso i rischi di un Sì di troppo.

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