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Dopo il "golpe"

L’Honduras rientra nell’OSA e anche Zelaya pensa di tornare a casa

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L’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), dopo quasi due anni, riammette l’Honduras, ponendo fine alla peggior crisi istituzionale dall’espulsione di Cuba nel 1962. Il reingresso del paese ha avuto una grande rilevanza sul piano interno, permettendo l’avvio del dialogo politico e i presupposti per il successivo consolidamento delle fragili istituzioni democratiche, e sul piano regionale e internazionale, ripristinando il proprio ruolo come parte integrante degli organismi di cui è membro. La risoluzione per il reintegro immediato è stata approvata con 32 voti favorevoli su 33, con l’unico voto contrario dell’Ecuador capeggiato dal presidente Rafael Correa. La motivazione è riconducibile a due ragioni principali: da un lato, la mancanza di condizioni politiche interne sufficienti per la riammissione, e dall’altro l’assenza di un procedimento volto a individuare, e quindi a intraprendere, le adeguate misure e sanzioni nei confronti dei golpisti honduregni, ritenuti colpevoli di violazione dei diritti umani.

L’Honduras era stata sospesa all’unanimità dei paesi dell’OSA il 4 luglio del 2009, una settimana dopo il verificarsi del golpe contro l’allora presidente Manuel Zelaya, che lo costrinse a lasciare il paese. Il colpo di Stato si è svolto il giorno in cui Zelaya intendeva indire un referendum - ritenuto e dichiarato illegale dal Ministero della Giustizia e dal Congresso - per modificare la Costituzione in modo da potersi nuovamente candidare come presidente. Il golpe fu subito duramente condannato dall’OSA e dall’intera comunità internazionale in quanto sintomatico di un ritorno al passato di instabilità della regione latinoamericana. Dopo le elezioni, e la conseguente nomina del presidente Porfirio Lobo, sono state intraprese numerose iniziative per l’attuazione della necessaria riconciliazione politica nazionale. In tale senso, la più significativa dimostrazione, è stata l’istituzione di una commissione investigativa con il compito di verificare e analizzare i fatti e gli eventi che avevano contribuito e, quindi portato, al colpo di Stato.

La presidenza di Lobo, tuttavia, non è stata vista con favore dai membri dell’OSA, ha creato, di fatto, un divario interno tra coloro che erano convinti dell’esistenza delle condizioni per il reingresso dell’Honduras, come gli Stati Uniti; e, coloro che, invece, rinnegavano questa possibilità, non riconoscendo nemmeno il governo di Lobo, è questo il caso del Brasile e del Venezuela. Alla fine, il paese centroamericano ha avuto la meglio, è riuscito a essere reintegrato soprattutto grazie alle laboriose trattative diplomatiche e politiche che si sono svolte a un duplice livello interno e regionale. Sotto il primo aspetto è stato necessario che la Corte Suprema honduregna risolvesse tutti i capi di imputazione pendenti contro Zelaya; a livello regionale, invece, un grande contributo alla riconciliazione è stato dato dalla mediazione svolta dalla Colombia e dal Venezuela. Questi ultimi, come ha sottolineato il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, hanno avuto il merito di aver facilitato l’Accordo per la riconciliazione nazionale e il consolidamento del sistema democratico della Repubblica di Honduras, approvato lo scorso maggio a Cartagena de Indias (Colombia).

A tali attori, si aggiungono gli Stati Uniti, i quali, pur celebrando il ritorno dell’Honduras, hanno manifestato la propria preoccupazione per gli abusi in materia di diritti umani che ancora persistono nel paese, nell’ambito di una crisi provocata, in gran parte, dall’attività delle organizzazioni criminali e del narcotraffico. Secondo il segretario di Stato, Hillary Clinton, la crisi honduregna è stata un banco di prova per l’OSA, la quale ha saputo dimostrare la capacità di agire tempestivamente per salvaguardare i valori democratici condivisi.

L’importanza e gli effetti della riammissione dell’Honduras nell’OSA si sono resi subito evidenti nel corso della 41esima Assemblea dell’organizzazione svoltasi a San Salvador dal 6 all’8 giugno. Questa è stata indetta per affrontare una delle più grandi sfide della regione: la lotta contro il crimine organizzato. I paesi del centro America, nel corso della riunione, hanno presentato un piano di azione per combattere la violenza dilagante nella regione, per il quale è stata imprescindibile la presenza, con pieni poteri, dell’Honduras. È proprio il centro America, paesi come il Guatemala e El Salvador, una delle zone maggiormente afflitte dagli alti tassi di violenza e dai cartelli della droga. L’America centrale ha bisogno dell’aiuto di tutta la comunità internazionale per questi piani congiunti, impossibili da realizzare se uno dei paesi più colpiti da tali fenomeni era marginalizzato.

Secondo un rapporto prodotto e divulgato dall’OSA, l’America è il continente più violento al mondo, in cui si verifica un omicidio ogni 4 minuti. A partire da tali dati, i paesi hanno concordato la necessità di rafforzare i meccanismi bilaterali, subregionali e internazionali della cooperazione per affrontare, prevenire e combattere in modo integrale ed effettivo la delinquenza organizzata transnazionale, il traffico illecito di armi e altre manifestazioni del crimine. Inoltre, i paesi hanno stabilito il bisogno di lottare congiuntamente contro la povertà e l’esclusione sociale – uno dei fattori generatori del crimine - oltre al miglioramento dei sistemi giudiziali, penitenziari, prevenzione e riabilitazione. L’obiettivo è giungere a una risposta e, pertanto, a un fronte comune regionale per affrontare la sfida più urgente: la sicurezza. Si ricordi, infine, tra gli altri temi trattati, la disputa per lo sbocco sull’oceano Pacifico tra la Bolivia e il Cile, e la sovranità delle isole Malvinas/Falkland contesa tra l’Argentina e la Gran Bretagna.

Il presidente Porfirio Lobo, allorquando assunse la presidenza nel gennaio del 2010, aveva due obiettivi: il ritorno del paese nella comunità internazionale e l’avvio di un programma di riforme interne per porre fine alla crisi politica nazionale. Il primo obiettivo si può dire ormai completamente raggiunto: il riconoscimento del governo di Lobo da parte dei paesi latinoamericani, fatta eccezione per l’Ecuador, e la ripresa delle relazioni con la Banca Mondiale e con l’International Developement Bank (IDB), oltre che la reintegrazione nell’OSA.

Raggiunto il primo traguardo, il presidente adesso rivolge la propria attenzione sul piano interno. La sua politica è prevalentemente rivolta alla realizzazione di un congiunto di riforme costituzionali per consolidare la democrazia e aprire una nuova fase del sistema politico honduregno. Una prima azione in tal senso è stata la convocazione dell’ex presidente Zelaya per tornare nel paese dopo l’esilio nella Repubblica Domenicana, inizialmente non ben vista perché considerata una sorta di “trappola”, o meglio, secondo le parole di Zelaya “un modo per legittimare il proprio governo ... è una continuazione del colpo di Stato del 2009”. Riguardo le modifiche della Carta Costituzionale, vigente dal 1982, sono stati modificati vari articoli, tra questi spicca l’articolo 5, il quale consente alla popolazione di essere consultata su qualsiasi tema, eliminando di fatto le restrizioni al plebiscito e al referendum.

La portata della riammissione dell’Honduras nell’OSA ha avuto delle conseguenze immediate a livello regionale, ma soprattutto interno. L’Honduras sembra aver intrapreso la giusta rotta per rafforzare e completare il processo di democratizzazione e riacquisire il proprio ruolo nella regione e nella comunità internazionale.
 

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