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Critiche USA all'ingerenza di Siria e Iran

Libano, la partita sul tribunale Hariri è ai minuti finali

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Cresce la tensione in Libano. Si fa sempre più insistente, infatti, la voce che potrebbe arrivare entro la fine dell’anno il verdetto del Tribunale Speciale per il Libano (STL), istituito nel 2007 dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per investigare sulla morte dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, assassinato in un attentato nel 2005.

La possibilità che il Tribunale indichi alcuni membri di Hezbollah quali responsabili dell’omicidio Hariri ha scatenato la reazione del loro leader, Hassan Nasrallah, che giovedì scorso ha lanciato un avvertimento al fragile governo di coalizione (di cui peraltro fa parte) invitando il primo ministro Saad Hariri a bloccare ogni forma di cooperazione con il Tribunale, considerata un “aiuto ad Israele” ed un “attacco alla resistenza”. La risposta del premier non si è fatta attendere. Intervenendo all’apertura del 14° Regional Coordination Mechanism tenutosi presso il quartier generale della United Nations Economic and Social Commission for Western Asia (ESCWA) a Beirut, Hariri ha dichiarato che “non vi è alcun pericolo che il Libano possa diventare uno stato che si pone contro la comunità internazionale ed i sistemi che possano garantire la legalità internazionale”, ribadendo l’intenzione di andare avanti e fare luce sulla morte del padre. Il Primo Ministro sa che in questa battaglia può contare sia sugli alleati interni, sia su quelli esteri. Non si è fatto attendere, infatti, il supporto di Samir Geagea, capo delle Forze libanesi, il quale ha dichiarato ad Al Manar che se si dovesse scegliere tra il Tribunale internazionale per il Libano, ed il governo di unità nazionale, sarebbe "meglio non avere il governo".

Sul fronte estero, gli Stati Uniti, per bocca dell’ambasciatrice all’ONU, Susan Rice, hanno annunciato che sono stati stanziati altri dieci milioni di dollari per sostenere l’attività del Tribunale, ribadendo la volontà di non abbandonare il governo di Beirut. Non solo, sempre la Rice è stata protagonista di un duro attacco alla Siria, accusata di lavorare insieme all’Iran per destabilizzare il Libano rifornendo di armi Hezbollah (in palese violazione della risoluzione ONU 1701). “Continuiamo ad essere profondamente preoccupati per l’influenza distruttiva e destabilizzante di Hezbollah nella regione”, ha detto l’ambasciatrice Rice, “così come siamo preoccupati dei tentativi di altri attori stranieri, inclusi Iran e Siria, di minare la stabilità del Libano e metterne a rischio l’indipendenza”.

L’impegno della Casa Bianca è dimostrato anche dal’invio a Beirut nelle scorse settimane di  Jeffrey D. Feltman, Assistant Secretary of State for Near Eastern Affairs, allo scopo di rassicurare il presidente libanese, Michel Suleiman, in merito alla volontà della Casa Bianca di continuare ad appoggiare l’attività del Tribunale e garantire la stabilità del paese. “Il Presidente è assolutamente convinto della necessità di riconfermare il nostro impegno per l’indipendenza del Libano, la sua sovranità e stabilità”, ha detto Feltman in un’intervista, nella quale ha anche aggiunto “ci sono persone in Libano che sostengono che si debba scegliere tra giustizia e stabilità, ma questa è una scelta artificiosa”.

Il riferimento è a Walid Jumblatt, leader dei drusi, che in un’intervista al giornale As Saffir si era detto convinto che il Libano ha bisogno “più di stabilità che di giustizia” e che “l’unica speranza di evitare un collasso del governo sia di continuare a dialogare”. A distanza di tanti anni, dunque, la morte di Rafik Hariri divide ancora il paese dei cedri, e più il momento del verdetto si avvicina più il fragile equilibrio libanese sembra scricchiolare sotto il peso delle sue contraddizioni.

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