Proposte

Liberalizzare le pensioni per togliere una zavorra al PIL

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La riforma Fornero delle pensioni mi lascerà un ricordo speciale. Infatti, scrivendo in quest’anno di governo tecnico su esodati, ricongiunzioni e, da ultimo, “quindicenni”, mi sono garantito una buona dose di proteste e a volte di insulti che resteranno in me impressi per sempre. La questione, tutte le volte, è sempre la stessa: la difesa della posizione dei giovani in quel patto intergenerazionale con i vecchi, su cui ruota il sistema (di finanziamento) delle pensioni. Ciò che contesto è la sacralità delle promesse previdenziali: la loro inviolabilità per cui, se ci si accorge che l’impegno diventa difficile da mantenere, si agisce con modifiche che incidono esclusivamente per il futuro, con il risultato di preservare le posizioni costituite (i vecchi) a scapito di quelle da costruire (i giovani). Al contrario oppongo e propongo una condotta più equa, ossia quella che in simili situazioni preveda di rimettere tutto in discussione, ovvio «nei limiti della ragionevolezza», con una compartecipazione di tutti agli eventuali sacrifici: di giovani e vecchi. Si sa, invece, che non funziona così. Perché il nostro sistema delle pensioni gira come la ruota della fortuna: tutto a chi tocca in spregio a qualunque principio di «ragionevolezza» e di «solidarietà intergenerazionale».

L’ultima in tema è la recente sentenza della corte di cassazione sul contributo di solidarietà praticato dalla Cassa di previdenza dei commercialisti ai pensionati (sentenza n. 2750 depositata il 5 febbraio 2013). La vicenda non è nuova e interessa i professionisti andati in pensione entro il 31 dicembre 2006, o che a tale data abbiano maturato il diritto alla pensione, a cui la Cassa chiede di pagare un contributo di solidarietà, quale quota di compartecipazione ad una riforma delle pensioni che ai giovani, invece, ha cambiato il calcolo della pensione: da retributivo a contributivo. Questo contributo di solidarietà è già stato dichiarato illegittimo una prima volta dalla stessa cassazione, tanto che Cassa ha proceduto anche al suo rimborso per gli anni 2004-2006 (costato circa 25 milioni di euro). Poi, a seguito all’entrata in vigore della legge n. 296/2006 (la Finanziaria 2007), sembrava che la vicenda fosse stata sistemata con riferimento all’applicazione del contributo a partire dal 1° gennaio 2007, perché la predetta legge riconosce alle Casse la facoltà di adottare «provvedimenti necessari alla salvaguardia dell’equilibrio finanziario di lungo termine, avendo presente il principio del pro-rata in relazione alle anzianità già maturare rispetto all’introduzione delle modifiche (…)».

Invece non è stato così. La pronuncia del 5 febbraio, infatti, afferma che la Cassa non può trattenere il contributo di solidarietà nemmeno dopo la Finanziaria 2007 in virtù del principio sancito dalla stessa cassazione nella sentenza n. 25212/2009 e non scalfito dalla legge n. 296/2006: «in materia di trattamento previdenziale gli enti previdenziali privatizzati (…) non possono adottare, in funzione dell’obiettivo di assicurare l’equilibrio di bilancio e la stabilità della gestione, atti o provvedimenti che, lungi dall’incidere sui criteri di determinazione del trattamento pensionistico, impongano una trattenuta (nella specie, un contributo di solidarietà) su un trattamento che sia già determinato in base ai criteri a esso applicabili, dovendosi ritenere tali atti incompatibili con il rispetto del principio del pro rata, che è stabilito in relazione “alle anzianità già maturate” le quali concorrono a determinare il trattamento medesimo, e lesivi dell’affidamento dell’assicurato (il pensionato, ndr) a conseguire una pensione di consistenza proporzionale alla quantità dei contributi versati». In pratica, la corte di cassazione afferma che si può intervenire soltanto “sui criteri di determinazione” della pensione; ma una volta calcolata, la pensione diventa intangibile. Appunto, sembra il principio della ruota della fortuna: se azzecchi prendi tutto. Ma, mentre nella lotteria c’è un  montepremi, nel caso delle pensioni quel montepremi è dato dai contributi che pagano i lavoratori (i giovani): questo la corte lo ignora.
 
Condivido perciò la protesta dei giovani professionisti fatta ieri con comunicato stampa. L’Ungdcec (unione giovani dottori commercialisti ed esperti contabili), in particolare, ha detto che la sentenza «costituisce l’ennesima riprova di una giurisprudenza ancor più sorda e sclerotizzata della politica rispetto un tema cruciale per la coesione sociale, quale quello dell’equità intergenerazionale». Non si può negare, infatti, che, nel quadro socio-economico in cui ci ritroviamo, continue operazioni di riforme al ribasso a carico solo delle generazioni più giovani non alimentano soltanto recessione ma anche il rischio di incrinare la coesione sociale il cui prezzo da pagare sarebbe l’elusione, se non l’evasione, contributiva e fiscale.

C’è una via d’uscita: la liberalizzazione della previdenza. Un processo lungo, che non può avvenire da un anno all’altro. Magari porterà pure qualche sacrificio in più per i giovani, ma almeno dando in cambio la speranza della risoluzione definitiva della questione, perché unico processo che porta a rivedere il sistema di finanziamento delle pensioni. Liberalizzando le pensioni ciascuno sarebbe arbitro del proprio futuro da vecchi e lo Stato, collettivamente, si libererebbe di una zavorra sul Pil che ha ormai raggiunto il peso insopportabile de 15,7% (sperando che la stima tenga!).
 

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