Liberalizzazioni: il bicchiere è pretenzioso e mezzo vuoto

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Liberalizzazioni: il bicchiere è pretenzioso e mezzo vuoto

21 Gennaio 2012

Erano anni che l’Italia aveva bisogno di un serio programma di manutenzione”. “Non importa quanto duriamo, ma in che condizioni lasceremo l’Italia”. “Misure incisive e corpose”. I giudizi del premier Mario Monti e del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sulle decine di articoli in cui si articola il provvedimento di liberalizzazioni varato ieri dopo otto ore d’esame dal Consiglio dei ministri danno bene l’idea dell’importanza attribuita al provvedimento. Al quale se ne aggiungerà subito un secondo, sulle semplificazioni, mentre decisioni aggiuntive sono in arrivo per l’apertura rapida dei cantieri infrastrutturali con sblocco di congrui finanziamenti Cipe.

Monti è stato commissario alla Concorrenza europea, e alle misure ha molto lavorato l’ex presidente dell’Antitrust, Catricalà, oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Il governo rimette così al centro dell’agenda nazionale l’apertura alla concorrenza. E fa bene. Non porterà a breve risultati miracolistici nella crescita a segno meno che incombe sull’Italia (e su tre quarti d’Europa), ma ne attenuerà gli effetti. E alla lunga concorrerà a ricondurci meglio verso una crescita che punti al più 2% di Pil l’anno. Crescita che deve restare obiettivo costante, se vogliamo rendere sostenibile un rientro del debito pubblico che non ammazzi il Paese sotto il peso di tasse e disoccupazione. L’ampiezza dei settori e degli interessi toccati dal provvedimento era necessaria. Non solo perché sono tanti gli ambiti della vita economica e amministrativa italiana in cui la concorrenza latita.

Ma anche per dare tangibilmente l’idea che non si tratta di misure che mettano nel mirino questa o quella rendita di posizione, bensì di una svolta complessiva intesa a produrre il massimo per tutti – consumatori finali e imprese concorrenti – dei benefici in termini di minori prezzi e tariffe, di maggiore occupazione, redditi d’impresa e di lavoro. Detto questo, non posso nascondere, insieme ai miei sodali dell’Istituto Bruno Leoni, di essere un sostenitore radicale della bontà concorrenza, della libertà d’impresa e dei loro effetti benefici. Di conseguenza, reso omaggio al forte investimento simbolico e politico del governo sulle liberalizzazioni, è nostro compito osservare che, esaminate le norme, di meglio si poteva e si doveva fare.

Almeno tre, restano le perplessità di fondo. La prima ha a che vedere coi grandi gruppi pubblici. La separazione della rete gas e di Snam da Eni è giusta. Perché allora nei servizi postali e nela separazione di rete ferroviaria dai servizi di Trenitalia non c’è stata analoga decisione? L’impressione è che serva a evitare che presto si determinino le condizioni necessarie per la dismissione dell’incumbent pubblico, postale e ferroviario. E’ un errore, perché il debito pubblico non si cura solo con avanzi primari realizzati per più ytasse, ma con dismissioni pubbliche, che non sono recessive. Seconda perplessità. Tassisti e farmacisti insorgono. Ma di fatto resta lo Stato, a decidere l’offerta di un certo bene o servizio. Sarà l’autorità deIle reti per i taxi, mentre per farmacie e notai si dispone nel provvedimento l’aumento di migliaia di unità.

Ma senza liberalizzare la vendita di farmaci, senza sottrarre all’esclusiva dei notai funzioni che potevano essere consentite ad avvocati e commercialisti. Mentre per agenti assicurativi, banche e distributori di carburanti si entra nel merito di come funzionano le catene d’impresa verticalmente integrate, e si decide che la concorrenza sia l’offerta da parte di uno stesso agente di prodotti concorrenti. Che senso ha, una simile distinzione? Perché credere che lo Stato sappia meglio quale sia il numero di farmacie e notai, mentre decide offerte concorrenti a un unico sportello bancario e assicurativo, che implicano pluralità di piattaforme, costi aggiuntivi all’offerta e dunque costi finali per i cliente? Terza perplessità. I servizi pubblici locali.

Ottimo il rafforzamento dell’obbligo di gara e la riduzione della soglia nella quale è possibile l’affidamento in house, ma l’autocertificazione locale degli ambiti ottimali in caso di fusioni di società locali apre ancora a facili aggiramenti delle gare. Il parere dell’Antitrust dovrebbe esser reso vincolante, nell’Italia delle 7mila società locali per lo più in perdita e amministrate quasi sempre da trombati della politica. Se queste sono le maggiori perplessità del liberista convinto, altre osservazioni positive vanno fatte. Per la libertà d’impresa e la rimozione di molti vincoli amministrativi, è importante quanto affermato nel provvedimento con tanto di termine entro il quale le Autonomie dovranno adeguarsi a pena di interventi centrali coatti, con tanto di nuovo servizio ad hoc alla Concorrenza presso palazzo Chigi. In questo, sarà decisivo che Regioni e Comuni evitino l’errore di considerarla una impropria invasione di campo. Perché diciamolo chiaro.

L’Italia ha bisogno di coesione e serietà nella disciplina di finanza pubblica ma anche nell’adozione di un quadro complessivo che a tutti i livelli consenta minori ostacoli e impedimenti alla creazione di lavoro ed efficienza. Mentre ciò di cui l’Italia sicuramente non ha bisogno è la levata di scudi come quella alla quale stiamo assistendo, che vede molte categorie, dai tassisti agli avvocati ai farmacisti, ricorrere a forme di protesta eccessive, dannose e talora ingiustificabili. Per le professioni, è positiva l’abolizione delle tariffe come la semplificazione dell’accesso con la possibilità di svolgere parte del tirocinio durante gli anni di studio. Di fatto, non si comprende una protesta tanto dura quando le professioni restano incardinate nell’ordinamento vigente. Nel commercio, di fatto i saldi liberi sono caduti, resta l’indicazione per l’estensione degli orari.

C’è infine una proliferazione di nuove Autorità – delle reti, dei trasporti e degli aeroporti, rispetto a un’aggiuntiva agenzia per le infrastrutture presso il ministero – che bisogna vigilare non crei una improvvida proliferazione difforme di orientamenti amministrativi a carico dei concessionari autostradali, delle imprese ferroviarie e di trasporto aereo. Sarebbe l’esatto contrario di una liberalizzazione. Ora tocca al Parlamento. Se lavorerà per migliorare ulteriormente le misure, sarà meglio per tutti. Se le annacquerà anteponendo gli interessi elettorali dei partiti, alla ricerca interessata di tutela di questa o quella rendita di posizione, sarà un nuovo passo falso della politica. Una nuova delegittimazione, che darebbe ancora più forza al governo d’emergenza.

Tratto da Chicago Blog