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Una delle tante buone ragioni per restare/2

Libere dal burqa: prosegue la lotta per i diritti delle donne afghane

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Alla conferenza di Londra dello scorso 28 gennaio sulla sicurezza e la transizione in Afghanistan, il segretario di Stato americano, Hillary Clinton, ha promesso una iniziativa per le donne afghane, considerate un “tesoro non sfruttato” per il Paese. Il piano, che intende favorire le opportunità economiche “in particolare nel settore agricolo”, e comprende iniziative per la sicurezza pubblica e privata, è stato salutato con un certo calore dalle attiviste afghane. La condizione femminile in Afghanistan è infatti una delle peggiori al mondo, con circa l’87 per cento delle donne costrette a subire violenze domestiche.

Secondo Mehmooda Sheiba, ventinove anni e già da tredici attivista della Revolutionary association of the women of Afghanistan (Rawa), la speranza che con il presidente Hamid Karzai si potesse cambiare rotta, rilanciando un margine di giustizia per la nazione e per i diritti delle donne, pare sfumata. E’ diventato ormai impossibile denunciare i soprusi a cui le donne sono sottoposte, e “quella parte di stampa locale che ci ha provato è stata azzittita con le armi”, spiega Sheiba. Giornaliste come Zakia Zaki, Shanga Amai e Shama Razee, impegnate nel rivelare violenze fisiche e psicologiche, sono state assassinate. Anche un’altra attivista di Rawa, Shaima Saeed, rivela come “la situazione delle donne afghane sia terrificante”: se è vero che le ragazze sono libere di andare a scuola e di lavorare a Kabul come in qualche altra città, nel resto del Paese questo non avviene.

Nella provincia di Herat, nell’Afghanistan orientale, ad esempio, il signore della guerra, Ismail Khan impone dei decreti che ricordano troppo quelli dei Talebani. Molte donne non hanno accesso all’istruzione, difficilmente lavorano come impiegate negli uffici pubblici, e tantomeno possono collaborare con Ong straniere o con le Nazioni Unite. Anzi, qualche tempo fa Ismail Khan, parlando alla radio, aveva persino annunciato che tutti i mariti sono “liberi di picchiare” le proprie mogli che camminano in compagnia di altri uomini. Per una donna infrangere questa regola può significare l’arresto, il trasferimento alla stazione di polizia più vicina e persino una visita medica in ospedale, per verificare che di recente non abbia avuto rapporti sessuali. A causa di questa continua oppressione, molte donne, fra i 18 e i 35 anni, ogni mese decidono di suicidarsi, dandosi fuoco. Negli ultimi tempi ci sono stati centinaia di casi segnalati sopra tutto nelle province di Herat, Farah, Ghor e Badghis, l’ennesimo esempio del fatto che in Afghanistan lo stato di diritto e il sostegno legale per le donne sono ancora inesistenti.

Anche l’istituzione di un ministero delle Donne si è rivelata un fallimento. E’ stato soltanto un cambiamento di immagine, che dopo aver strombazzato come un grande successo la presenza di 68 donne nel Parlamento afghano, non ha adottato alcuna politica reale per migliorare la condizione femminile. Ma secondo Miriam Rawi, responsabile delle relazioni estere di Rawa, c’è un altro grave problema con cui le donne sono tenute a fare i conti, e cioè quello della povertà, che in Afghanistan colpisce oltre l’80 per cento della popolazione. Migliaia di vedove di guerra e di ragazze sono costrette ad una vita disastrosa e in molte parti del Paese il fenomeno dell’accattonaggio e della prostituzione per le strade sono saliti ad un livello senza precedenti.

La giornalista Heidi Kingstone ha riportato qualche giorno fa, in un articolo sull’Huffington Post, una notizia che dovrebbe far rabbrividire l’Occidente. Secondo la Commissione Afghana Indipendente sui Diritti Umani, (AIHRC), nel distretto di Shinwar e nella provincia di Nangarhar, ci sono due mercati chiamati Shadal e Pikheh dove le donne sono vendute al miglior offerente. Coperte quasi interamente da grandi chador, che lasciano intravedere soltanto le mani, le donne sono tenute come delle prigioniere, stuprate ripetutamente dai loro padroni, e poi vendute “come se fossero animali”, scrive la Kingstone.

Sono storie di sofferenza e disperazione che si susseguono l’una dietro l’altra. Una donna, ad esempio, è stata venduta con i suoi cinque figli, mentre un’altra è stata acquistata da cinque persone diverse e riportata al suo venditore, che poi l’ha uccisa. Il traffico delle donne e dei bambini, diventato particolarmente attivo negli ultimi mesi, va avanti ormai da diversi anni, come raccontano le militanti di Rawa. A nord di Kabul, c’è un paese, Shamali, dove le vergini e le vedove sono prelevate dalle loro abitazioni, condotte a Lahore, la capitale del Pakistan, e vendute a ricchi uomini degli Emirati Arabi. Ovviamente non diventano mogli, ma restano soltanto delle schiave sessuali. Secondo l’associazione Rawa, queste donne finiscono spesso nelle mani dei terroristi di al Qaida, che hanno lasciato le proprie famiglie nei paesi d’origine, come l’Algeria e l’Egitto. Per questo, le famiglie afghane vivono quotidianamente nel terrore della violenza sessuale e del rapimento delle proprie figlie, anche perché, spiegano le attiviste, sono “colpe” che non si lavano più e gettano il disonore su tutta la famiglia.

La condizione delle donne è uno dei buoni motivi per cui gli Stati Uniti e gli alleati della NATO devono restare in Afghanistan per portare a compimento l’opera di “de-talebanizzazione” oltre che di stabilizzazione del Paese. “La situazione è migliorata con l’arrivo degli americani dal 2001”, ha spiegato Leila Mohammad Akbar, che da oltre quattro anni dirige l’istituto di scuola superiore femminile di Zuleikha nel distretto di Khair Khana, a nord di Kabul. Leila si alza ogni giorno alle sei, sfida la minaccia dei seguaci del mullah Omar che la vorrebbero morta e garantisce l’istruzione a circa cinque mila studentesse (e pure a qualche maschietto). E’ diventata un esempio per le donne afghane, ma anche per tutto l’Occidente. Il suo coraggio ci spiega che si può resistere e sopra tutto si può (e si deve) combattere per i propri diritti. E per fortuna non è da sola. Con lei ci sono Azra Jafari, la prima e unica donna sindaco dell’Afghanistan, che accettò un lavoro come docente, nonostante la fatwa del mullah Omar, e Shakila Hashimi, parlamentare dell’Assemblea nazionale afghana, ancora oggi minacciata per aver scelto di fare politica.

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