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Libertà e democrazia divorziano con Robespierre

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L’articolo di Dino Cofrancesco (Gli strani libertari italiani) sollecita alcune riflessioni aggiuntive, non una risposta, ma una sorta di chiosa per tentare di mettere meglio a fuoco, con un rapidissimo excursus storico,  il non sempre pacifico rapporto che è esistito fra liberalismo e democrazia.

Oggi, soprattutto nel linguaggio corrente, i due termini sono pressoché interscambiabili. Questa irriflessa e forse impropria identificazione semantica è il frutto positivo di una stratificazione storica. Dopo molti decenni di libertà, come quelli che l’Europa ha vissuto a partire dal lungo dopoguerra, risulta difficile immaginare dei regimi basati sul suffragio universale che non siano anche rispettosi dei diritti degli individui. Il processo identificativo è tanto forte che non manca di risentirsi anche nel recinto formalizzato della scienza giuridica. Perfino i cultori di diritto pubblico, oramai, più che di stato di diritto preferiscono parlare di stato costituzionale, mettendo l’accento sui limiti del potere legislativo come necessario complemento della sovranità popolare.

Storicamente, questa identificazione non è sempre stata così pacifica. Tutt’altro. Nel corso del XIX, lo ricorda anche Cofrancesco, i teorici della democrazia (a partire proprio da Mazzini) sottolineano la necessità di superare gli angusti argini censitari dei regimi politici liberali in nome dei diritti popolari. Molta parte della storia dell’Ottocento europeo si svolge sotto il segno dell’integrazione o del contemperamento del liberalismo con la democrazia. Un processo non pacifico, che conosce esiti più o meno conflittuali nei diversi contesti nazionali. Un processo che nel corso del XX secolo le guerre mondiali e l’avvento dei totalitarismi hanno di molto rallentato fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando l’integrazione non solo è ripresa ma è arrivata fino all’osmosi.

Pure, se andiamo più indietro nel tempo, e guardiamo alle origini del governo rappresentativo, quando prende vita per la prima volta il modello di regime politico che siamo abituati a considerare come normale, ci accorgiamo che la differenziazione tra liberalismo e democrazia si stempera. Nel corso del XVIII il regime politico ideale è quello britannico. Da Voltaire a Montesquieu la cultura illuminista celebra la costituzione inglese come la più perfetta alchimia fra i poteri. La rivoluzione americana cambia il quadro di riferimento offrendo un nuovo modello politico. Un modello non astratto, ma reale, perfettamente funzionante. Con la nascita dell’unione americana si afferma il governo rappresentativo, ovvero la possibilità di una repubblica su di un territorio geograficamente assai esteso. Per alcuni dei più entusiasti propagandisti e teorici del regime rappresentativo (da Paine a Condorcet) la democrazia e il liberalismo erano naturalmente congiunti. Il nuovo tipo di regime si presentava come spontaneamente democratico. Cioè basato su di un suffragio assai allargato e tendenzialmente universale. Il voto a tutti avrebbe incluso nella cittadinanza la grande maggioranza degli abitanti, scongiurando il pericolo di rivolte incontrollate. I diritti degli individui, ritenuti essenziali, non avevano bisogno di essere tutelati dal bilanciamento gotico che si aveva in Inghilterra, ma potevano essere meglio assicurati da un razionale sistema di garanzie: distinzione tra potere costituente e potere costituito, chiara delimitazione dei poteri dell’assemblea e dell’esecutivo, decentramento territoriale, dichiarazione dei diritti (e se si vuole anche dei doveri).
È il tragico svolgimento della rivoluzione francese che recide di colpo questo legame originario. Con il predominio della fazione giacobina torna in gioco una più primitiva e rozza cultura costituzionale. Suggestionato dal confuso concetto della volontà generale teorizzata da Rousseau, Robespierre contrappone al regime rappresentativo moderno il mito della democrazia degli antichi. Gli argini costituzionali e le garanzie dei diritti appaiono inutili orpelli, per salvare la rivoluzione basta la virtù civica che si declina come spietata volontà persecutoria: il Terrore è all’ordine del giorno. Così la speranza di un regime rappresentativo libero naufraga nel sangue. Neanche il Termidoro riesce a riportare la rivoluzione su dei binari sicuri e si passa alla dittatura bonapartista. La riflessione di Benjamin Constant, il maggiore teorico del liberalismo moderno, si sviluppa proprio in quella stagione. Logico che la sua attenzione si concentri soprattutto sui limiti del potere e sui diritti dell’individuo. Non meno logico che Constant sia diffidente verso il suffragio universale. Per risarcire quella cesura molta acqua dovrà passare sotto i ponti della storia.


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2 COMMENTS

  1. paine
    Attenzione, per paine la costituzione non era liberal o altro. Prima di tutto non esisteva. Secondariamente il sistema politico inglese per lui era spazzatura. Saluti

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