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LIbia: è tempo di un approccio basato sul negoziato

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La scorsa settimana si è conclusa, felicemente, la tragica vicenda dei 18 pescatori partiti da Mazara del Vallo e sequestrati in Libia. Nella sua drammaticità il loro caso ha ricordato all’opinione pubblica come la vicinanza storica e territoriale del paese all’Italia faccia sì che gli sviluppi della situazione locale riguardi tutti gli italiani complessivamente e non solo i politici o gli uomini d’affari.

Un mediatore importante

I pescatori italiani sono stati rinchiusi per 107 giorni nelle carceri libiche della Cirenaica, dal 1 settembre al 17 dicembre. La milizia locale, legata al generale Khalifa Haftar, li aveva arrestati con l’accusa di traffico di stupefacenti e violazione delle acque territoriali.

Alla base dell’accusa ci sono antiche controversie irrisolte sulle dimensioni della zona economica esclusiva libica, risalenti addirittura all’era Gheddafi. Il rovesciamento del rais e la frantumazione dello stato libico, le cui funzioni vengono oggi esercitate, a seconda delle aree territoriali, dalle fazioni egemoni, ha reso la situazione oltremodo caotica e imposto il generale Haftar, leader dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), come il vero interlocutore per tutto ciò che concerne la Libia Orientale. La nota vicinanza di Roma al principale avversario di Haftar, il Governo di Accordo Nazionale (GNA) che controlla Tripoli e la parte occidentale, lascia facilmente intuire che l’arresto di cittadini italiani sia stato utilizzato anche come strumento di pressione politica nei confronti di Palazzo Chigi.

Decisiva per l’esito positivo della vicenda è stata la visita del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Luigi Di Maio a Bengasi dove hanno incontrato Haftar. Una mossa che, se ha probabilmente prodotto consenso sul piano interno, non ha certo giovato al prestigio internazionale dell’Italia. Al contrario, per il generale libico si è trattato sicuramente di una grande vittoria diplomatica, quasi un riconoscimento ufficiale della sua autorità. Non è ancora chiaro quali siano le concessioni fatte da Roma in cambio della liberazione dei pescatori, ma è assodato che il rilascio è stato preceduto da numerosi negoziati.

Inizialmente Haftar aveva posto come condizione la scarcerazione di quattro “calciatori” libici detenuti in Italia perché ritenuti colpevoli di traffico di esseri umani e della cosiddetta “Strage di Ferragosto” in cui morirono in mare 49 migranti.

Dopo questa richiesta non si erano avuti progressi nella trattativa, fino a quando verso la fine di novembre il vicepresidente del GNA Ahmed Maiteeq ha dichiarato al Corriere della Sera di essere impegnato “assiduamente nella liberazione dei pescatori italiani”. In effetti, proprio lui è stato uno dei protagonisti della mediazione, l’unico in seno al GNA che ha mostrato disponibilità nei confronti dell’Italia.

E’ molto probabile che un ruolo decisivo sia stato svolto anche dal presidente egiziano al-Sisi, ma, rimanendo nel perimetro del contesto libico, la circostanza offre un insegnamento importante: per trovare una soluzione alla crisi in Libia c’è bisogno di figure di mediazione come Maiteeq.

L’accordo sul petrolio

Ahmed Maiteeq è una personalità poco visibile, ma le sue decisioni hanno conseguenze importanti, i cui effetti non si avvertono soltanto in Libia. Maiteeq è infatti l’uomo-chiave per ciò che concerne l’economia libica.

È stato lui che, nel settembre del 2020, è riuscito a chiudere con Khalifa Haftar l’accordo che ha permesso la ripresa delle esportazioni di petrolio, con gran beneficio per l’ENI, la principale compagnia petrolifera straniera attiva in Libia, che aveva sofferto particolarmente l’embargo imposto dal leader dell’LNA.

Un accordo che ha avuto effetti positivi a trecentosessanta gradi, come dimostrano i colloqui tenuti a Tripoli circa una ventina di giorni fa da una nutrita delegazione della compagnia petrolifera guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi, che hanno permesso di riavviare una serie di progetti bloccati da tempo.

Per il popolo libico l’accordo tra Maiteeq e Haftar ha significato la ripresa dell’economia e l’avvio di un processo di riconciliazione nazionale, che ha portato, come primo successo, al cessate il fuoco tra le milizie del GNA e dell’LNA. Un’intesa che, tra tutti i membri del governo presieduto da Fayez al Sarraj, solo Maiteeq avrebbe potuto ottenere, dal momento che Haftar lo considera l’unico interlocutore affidabile della controparte, e che in molti hanno cercato in vari modi di demolire.

Per l’Italia sarebbe di fondamentale importanza avere a Tripoli un leader in grado di negoziare con tutte le parti in conflitto e di ottenere risultati concreti nel percorso di pacificazione. Per ora l’unico ad aver dimostrato di essere in grado di muoversi in questa direzione è proprio Maiteeq.

Il prossimo leader

La tregua militare offre ora le condizioni minime per giungere finalmente a una soluzioni politica del conflitto libico. Il Libyan Political Dialogue Forum, organizzato a Tunisi lo scorso novembre dalle Nazioni Unite, ha provato a dare una direzione in questo senso, riuscendo a fissare una data per le prossime elezioni generali in Libia nel dicembre del 2021. Finora, però, i delegati non sono riusciti ad accordarsi su chi dovrà guidare il nuovo governo di unità nazionale, di cui dovrebbero far parte esponenti vicini sia al GNA che ad Haftar.

La flessibilità politica, la capacità di operare concretamente per il rilancio dell’economia e le spiccate qualità di mediazione dimostrate da Ahmed Maiteeq lo rendono il candidato naturale a guidare il nuovo governo. Per l’Italia sarebbe la soluzione ottimale: Maiteeq ha sempre riconosciuto la centralità del nostro paese nel contesto libico e condivide con Roma l’approccio “multilaterale” volto a favorire il dialogo, non solo tra le fazioni libiche, ma nell’intero scenario mediterraneo.

Attualmente le principali alternative a Maiteeq sono rappresentate da Khalid al-Mishri, presidente dell’Alto Consiglio di Stato, che si era opposto nei mesi scorsi all’accordo petrolifero con Haftar, e il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashagha, che ha legami con islamisti radicali ed è accusato di torture ai danni dei detenuti della prigione di Mitiga. Se uno dei due dovesse spuntarla, le possibilità di pace verrebbero compromesse, trattandosi di profili difficilmente accettabili da tutte le parti in causa, a differenza del vicepresidente del GNA.

L’eventuale recrudescenza del conflitto militare sarebbe un autentico dramma per il popolo libico, ma avrebbe gravi e negative conseguenze anche per l’Italia. Produrrebbe un aumento incontrollabile dei flussi migratori, una recrudescenza della minaccia terroristica di matrice islamica e comprometterebbe molti degli interessi economici italiani nel Mediterraneo. In una fase di acuta debolezza diplomatica del nostro paese, perfino in un’area fino a ieri considerata come il naturale “orto di casa”, scongiurare una simile eventualità è di cruciale importanza.

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