L’ideologia che si nasconde dietro uno Scalone

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L’ideologia che si nasconde dietro uno Scalone

18 Luglio 2007

Se le scelte del Governo all’atto
della presentazione della finanziaria nell’autunno dello scorso anno potevano
contenere i presupposti di una linea politica e i comportamenti conseguenti ad
una strategia e quindi una logica, l’atteggiamento sulle pensioni della
maggioranza e dei massimalisti neo comunisti questa logica non l’ha. Le
politiche sociali hanno bisogno di risorse economiche e le scelte solidali non
hanno carattere di investimento e non producono ricchezza e non si
autofinanziano.

Non è una questione di riformismo
o di lotta delle classi più bisognose per la crescita delle politiche del
bisogno. I costi del superfluo o del privilegio riducono le risorse per tutto
il resto e non è possibile aumentare ancora e a dismisura la pressione fiscale.
Se l’abolizione dello scalone previdenziale produce risparmi a regime per 9
miliardi l’anno, senza creare poi  questi
grossi disagi ai lavoratori, tre anni di lavoro in più fanno anche aumentare il
peso dell’indennità di pensione, non si capisce il braccio di ferro dei
sindacati e della sinistra alternativa. Non lo si capisce se non nella
considerazione del nesso con una questione smaccatamente ideologica.

La domanda da porsi è se sia
possibile che in Italia debba prevalere, o abbia ancora spazio e credibilità,
una politica che si attorciglia intorno a questioni ideologiche. Il carattere
conservatore e anacronistico delle istanze dei neocomunisti è tale da fermarsi
alla valutazione di fenomeni vecchi e stantii. Posizioni ideologiche
veteromarxiste che passavano nella disinformazione dei partiti comunisti degli
anni dal sessanta all’ottanta del secolo scorso.

I lavoratori dipendenti “usurati”
e i pensionati, secondo gli studi degli artigiani di Mestre per il 2003, ma
oggi le cose non sono cambiate di molto, sviluppavano il 65% del lavoro nero,
per ben 200 miliardi di Euro di redditi non dichiarati, su 311 miliardi
complessivi. Se poi si conviene che cento miliardi corrispondevano al fatturato
evaso delle attività illegali e criminali, solo 11 miliardi di euro era nel
2003 la somma dei redditi non dichiarati dai possessori di partita IVA. I dati
dell’Istat dello stesso periodo ci dicono che ammontavano a ben 2.600.000 i
lavoratori dipendenti che svolgevano il secondo ed anche il terzo lavoro in
nero.

E’ tra i lavoratori “usurati”,
difesi dai sindacati e dalla sinistra massimalista, che si sviluppano quindi i
redditi a nero e le maggiori evasioni fiscali. Nessuna politica di lotta
all’evasione, che prescinda dall’abbattimento di questo fenomeno, potrà quindi
offrire le risorse necessarie per finanziare il baratro di spesa che i costi
della previdenza rappresentano. Le manovre, pertanto, che dovranno pur esserci,
per coprire i maggiori costi della previdenza, cresciuti per accontentare
Giordano ed Epifani, si tradurranno soltanto nell’aumento della pressione
fiscale soprattutto verso coloro che le tasse le pagano già: imprese,
lavoratori autonomi e lavoratori dipendenti. Il “Ragno” di Visco ha già
predisposto gli strumenti per spremere il popolo bue oltre ogni misura e se si
continua così fino all’inevitabile asfissia della nostra economia.

Nel frattempo buona parte dei
2.600.000 lavoratori dipendenti con un secondo ed un terzo lavoro, percepiranno
la pensione a 57 anni e potranno continuare a 
svolgere con più tempo a disposizione, e quindi con l’aumento del giro
d’affari, il lavoro sommerso, togliendo spazio anche all’occupazione dei
giovani ed ipotecando le risorse previdenziali delle nuove generazioni.

Durante la campagna elettorale
per le elezioni politiche dello scorso anno, la sinistra aveva gridato al
disastro dei conti pubblici, alle falle nella contabilità dello Stato, al
disavanzo ed all’allargamento del deficit oltre i limiti dei parametri di
Maastricht, e la finanziaria presentata nell’autunno dello scorso anno
rifletteva questi principi con lo scopo di scaricare sul precedente governo le
lamentele degli italiani e nello stesso tempo far cassa.

Saranno ora  le necessità economiche, per far fronte
all’aumento della spesa, e le manovre per contenere il deficit che non potranno
che rendere necessario un ulteriore inasprimento fiscale. Le imprese e lo
sviluppo, l’occupazione e gli investimenti cederanno il passo alla cecità ed
alla demagogia di Diliberto, Pecoraro e Giordano ed al sindacalpopulismo di
Angeletti, Epifani e Bonanni.