L’idillio tra Monti e i mercati non c’entra: il nodo è la spesa pubblica
12 Aprile 2012
Aprile è arrivato, con le sue piogge. Milano e Roma ieri erano sotto l’acqua. Tanto che pure il Quirinale ha sentito la necessità di parlare di ritorni ‘invernali’, riferendosi non solo al (piacevole, diciamo noi) freddo che aleggia sull’Italia del Nord e del Centro, ma soprattutto all’ondata di nervosismo e incertezza sul rischio debito sovrano che attanaglia i mercati europei da una settimana a questa parte e che dalla Spagna investe piazze europee e mondiali, Italia in primis.
Una vento freddo che, secondo alcuni osservatori economici, sancisce la fine della ‘luna di miele’ tra il governo tecnico di Mario Monti e i mercati internazionali. In verità questa idillio amoroso con i ‘mercati’ non è mai esistito. Al massimo è esistita una ben orchestrata – seppur legittima, sia chiaro – manovra politica tra poteri della Repubblica, partiti, corporazioni e giornali italiani ed esteri per sostituire il governo Berlusconi con un governo più ‘tedesco’, meno caligulesco, più sobrio e più incline ad accettare le indicazioni di Bruxelles e Francoforte (la crasi si scrive Berlino) sulle politiche di finanza pubblica.
In realtà il ritorno dello spread – ovvero il differenziale tra il tasso di rendimento di un’obbligazione e quello di un altro titolo preso a riferimento, in questo caso il Bund decennale tedesco – verso livelli simili a quelli subiti lo scorso Autunno, quando il presidente Berlusconi fu spinto alle dimissioni, dice che gli investitori internazionali non credono nella capacità dei governi europei, principalmente dell’Europa meridionale (Italia, Spagna e Portogallo), da una parte di riformare in profondità i rispettivi sistemi in un percorso d’abbattimento dello stock di debito pubblico e dall’altra di ritornare in tempi brevi alla crescita.
Questo con buona pace del ministro per le attività produttive, Corrado Passera, che ieri in giornata ha attribuito l’impennata dello spread degli ultimi giorni non già ai dubbi dei mercati sulla riforma (zoppa) del mercato del lavoro (e quella delle pensioni? lo scherzetto degli esodati costerà una fortuna alle Casse dello Stato) bensì “ai dati non positivi che provengono da Germania e Spagna”.
Anche la difesa un po’ accademica che è arrivata da Palazzo Chigi l’altro ieri per giustificare l’andamento dello spread – una nota della presidenza del Consiglio parlava di “cause esogene”, ovvero di cause esterne all’Italia -, dopo che di ritorno dal suo famoso viaggio in Oriente lo stesso premier Monti si era spinto a dire che “crisi dell’Eurozona è superata” e che “l’Italia è fuori dalla crisi”, rende manifesto la totale mancanza di punti di riferimento in cui versano le leadership europee, Italia compresa.
Visto però che lo spread torna a salire, delle due l’una: o l’Italia non è fuori dalla crisi, mentre il resto dell’Europa ne sta uscendo; oppure l’Europa è il problema e l’Italia ne subisce le conseguenze ‘esogene’. O magari nessuna delle due combinazioni. Certo è che affermare la fine della crisi e prendere atto dell’innalzamento dello spread, non è un’analisi onesta sul piano intellettuale.
Ora, le criticità che pesano sull’Europa e sull’Italia e che rendono i mercati pessimisti e nervosi, sono note a tutti. In primis c’è un eccesso di debito su mercati, figlio dell’enorme indebitamento che ha subito il governo federale statunitense sotto la presidenza di Barack Obama. Un pezzo di domanda statunitense che in passato si sarebbe diretta sul mercato del debito sovrano europeo, oggi ‘resta’ in America.
In secondo luogo in Europa aleggia una ‘mite’ recessione, ovvero manca crescita e ottimismo. Per molti paesi europei, in particolare quelli molto indebitati o ad alto deficit come Italia e Spagna, sono già state osservate contrazioni significative del Pil nel primo trimestre del 2012. Le previsioni recessive spingono gli investitori internazionali ad avere meno fiducia nei confronti dei governi già molto indebitati che piazzano titoli sul mercato del debito sovrano, il che spinge i rendimenti verso l’alto (della serie “non mi fido di te: se vuoi i miei soldi devi remunerarli di più”).
A ciò s’accompagnano i magri risultati che sembrano dare le encomiabili mosse anti-cicliche della Bce di Mario Draghi, la quale nei mesi scorsi, concedendo alle banche europee (e italiane) centinaia di miliardi di euro in prestiti triennali a tasso agevolato, i Long Term Refinancing Operation, aveva puntato a ridare fiato alle imprese. Come ha fatto notare Angelo Baglioni sul LaVoce.info, quelle risorse, per almeno tre ragioni, arriveranno all’economia reale in quantità molto minori rispetto alle speranze di Francoforte, anzi la maggior parte di esse, in particolare per l’Italia, sembrano stiano finendo nelle casse dello Stato italiano.
Infine la madre di tutti i problemi: la spesa pubblica. Alti livelli di spesa pubblica come quella italiana (oggi lo Stato spende il 54% del Pil italiano) sottraggono risorse a famiglie e a imprese. Se si impoveriscono i nuclei familiari, (effetto sui consumi e sui risparmi/investimenti), si contrae la domanda interna in beni e servizi, si riduce le possibilità di trovare un posto di lavoro per i sotto-occupati e i disoccupati, e si mette in difficoltà chi è precariamente occupato o sotto-occupato. Troppe tasse e uno Stato intrusivo rendono un’economia più debole, e ciò risulta maggiormente vero in piena recessione.
Sia chiaro, però, l’austerity non è una soluzione, e le rigidità del governo tedesco di Angela Merkel sono piuttosto pelose. Questo perché il governo tedesco vive un conflitto d’interesse grosso come una casa. Come ha egregiamente ricordato Marco Fortis lo scorso 2 Aprile su Il Sole 24 Ore, “… La Germania ha potuto crescere di più soprattutto perché, paradossalmente, ha tratto grande vantaggio dalla crisi europea dei debiti sovrani. I bassi tassi di interesse in Germania che ne sono risultati di riflesso hanno favorito gli investimenti e permesso allo Stato tedesco di spendere direttamente e di sostenere i consumi privati senza peggiorare il rapporto debito/Pil”.
Dunque, a parte il disdicevole cinismo della leadership tedesca e la poco probabile possibilità che la Bce possa uscire dagli stringenti caveat giuridici che a oggi impediscono a Francoforte di stampare più moneta e mettere una pezza alla situazione con più inflazione, in realtà i problemi dell’Italia (e dell’Europa) sono quelli di un sistema che ha mancato troppo spesso la sfida delle riforme. Sembra sentirlo il presidente Berlusconi nel 1994 con i suoi “libri bianchi” su lavoro e pensioni. Quelle stesse riforme l’Italia deve farle adesso. Ma stavolta con la pistola alla nuca.
