L’illusione del conflitto breve
22 Marzo 2011
Cerchiamo di dare risposta agli interrogativi che la gente si pone sulla crisi libica, pur consapevoli del fatto che mai come in questo caso fare le domande è cosa semplice ma rispondere è talvolta arduo quasi quanto predire il futuro.
Quanto durerà?
È nell’interesse di tutti che la guerra duri il meno possibile. Obama ha già chiesto ai suoi generali una campagna brevissima, che duri giorni e non settimane. Anche per prevenire il pericoloso insorgere di dubbi e incertezze, come quelle manifestate fin dall’inizio dalla Germania e nelle ultime ore da Russia, Lega Araba e Unione Africana. Il tempo gioca a favore del raìss, anche perché se la campagna aerea non sarà sufficiente, qualsiasi intervento di terra dovrà essere legittimato da una ulteriore risoluzione dell’ONU, sulla quale Russia e Cina potrebbero non accontentarsi dell’astensione.
Come vengono scelti i bersagli?
Vengono individuati in vari modi (informatori locali, forze speciali sul posto, sensori, aerei non pilotati dotati di telecamere, satelliti artificiali di sorveglianza), poi vengono selezionati e catalogati in base alla loro pericolosità e quindi affidati ai sistemi d’arma che li possono colpire meglio (aerei pilotati e non, missili di crociera). La difficoltà dell’impresa consiste nel fatto che almeno la metà dei possibili obiettivi sono situati in ambiente urbano, dove è estremamente difficile individuarli e colpirli senza causare danni collaterali. E poi ci vorrà uno stretto e continuo coordinamento fra Coalizione e Consiglio degli insorti: anche loro dispongono di armi contraeree, che potrebbero abbattere velivoli alleati oppure essere colpite da quest’ultimi per errore.
Chi vincerà?
Data la sproporzione in campo fra le capacità militari obsolete di Gheddafi e quelle altamente tecnologiche della Coalizione, pochi dubbi sussistono sull’esito finale. La coalizione multinazionale prevarrà a meno che non sia lei stessa a fermarsi prima, per ragioni politiche, come era già avvenuto ai tempi della prima guerra del Golfo, quando il regime di Saddam era stato risparmiato regalandogli ulteriori dodici anni di vita.
Che fine farà il Raìs? E dopo di lui?
Nella migliore delle ipotesi, se sopravvivrà e si impegnerà di fronte alla comunità internazionale ad abbandonare progetti terroristici, potrà restare a capo della Libia o di una porzione di essa, come Napoleone all’Isola d’Elba. Nella peggiore delle ipotesi, che non è meno probabile, la sua sorte non sarà molto diversa da quelle di Milosevic, di Saddam o di Ceausescu. E dopo di lui è prevedibile una situazione analoga al "dopo-Tito" in Iugoslavia, su base tribale anziché nazionale.
L’Italia può essere colpita da parte libica?
Le informazioni in possesso dei servizi di sicurezza dicono di no, ma si riferiscono ai mezzi di offesa convenzionali come i missili terra-terra (che nel 1986, lanciati su Lampedusa, si rivelarono "terra-acqua"). Resta l’arma subdola del terrorismo, da cui nessuno può definirsi immune.
Che ne sarà della Libia?
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, nella risoluzione 1973, si dichiara fortemente impegnato a salvaguardare «la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Giamairìa Araba Libica». Ma questa è tutt’altro che una garanzia. Anche nel caso della Serbia, dopo la guerra del Kosovo, l’ONU aveva ribadito, nella risoluzione 1244, l’integrità territoriale serba. Eppure oggi il Kosovo è indipendente.
Cosa vogliono gli insorti?
Moltissimi sono sinceri patrioti che anelano alla liberazione da una dittatura quarantennale. Ma fra di loro non è da escludere la presenza di emanazioni dei Fratelli Musulmani o addirittura di Al-Qaeda, che alla democrazia preferiscono il califfato islamico. Per pochi o pochissimi che siano, sono in grado di arrecare notevoli danni.
(Tratto da Il Tempo)
