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Berlusconi e la magistratura/2

L’immunità è il tema giusto ma i modi del Governo sono sbagliati

Anche una norma che in termini sostanziali si presenti come decisamente ragionevole, in Italia può apparire estremamente inopportuna. È sufficiente che abbia degli effetti benefici nei confronti di Silvio Berlusconi perché piovano accuse di illegittimità costituzionale.

In realtà, l’emendamento al decreto legge sicurezza già approvato dal Senato e che sospende i processi in corso per reati con pene inferiori a dieci anni commessi prima del giugno del 2002 - allo scopo di creare una sorta di corsia preferenziale a favore dei procedimenti relativi a fatti più gravi e che destano maggiore allarme sociale - è una disposizione che dal punto di vista tecnico difficilmente potrà essere censurata dalla Consulta. Se anche per la sua approvazione definitiva si dovesse aprire un dibattito tra il Governo e il Quirinale la materia del contendere sarebbe di certo l’opportunità politica ma non il rispetto della Norma Fondamentale. 

In effetti, è da oltre un anno che in Italia si è aperto un confronto tra il legislatore e la magistratura sul tema dell’obbligatorietà dell’azione penale e da più fronti si è sottolineato che l’individuazione di criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti è un passaggio obbligato per porre un argine alla disarmante lentezza della giustizia penale. Il precursore di questo orientamento è stato addirittura il Procuratore Capo di Torino, Marcello Maddalena, che all’inizio dello scorso anno invitò con una circolare i procuratori del proprio Ufficio a non trattare i procedimenti vicini alla prescrizione, e che oggi, evocato da tutta la stampa nazionale, ammette di non trovare affatto scandaloso che il Parlamento decida di dare la precedenza alla trattazione dei processi più gravi. Del resto, come ha commentato lo stesso magistrato piemontese, soluzioni di questo tipo sono già presenti nel Codice Penale che prevede ad esempio una corsia preferenziale nel caso di processi con detenuti. Peraltro, in tempi non sospetti, anche l’On. Lanfranco Tenaglia attuale Ministro di Giustizia del governo ombra, aveva prospettato deroghe più o meno ampie al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, a testimonianza del fatto che anche nel PD esiste una “fronda” garantista disposta ad affrontare in termini più generali addirittura il tema dell’immunità. 

Il punto cruciale di questo nuovo scontro sulla giustizia è, del resto, proprio la riproposizione del lodo Schifani, che prevede la sospensione dei procedimenti a carico delle cinque più alte cariche dello Stato per il decorso del loro mandato, senza pregiudizio dei termini di prescrizione. Il Premier ha affermato che ritiene una norma del genere assolutamente indispensabile, ma la sola  vocazione del termine immunità suscita, in un settore dell’opposizione ben più ampio della sola compagine dipietrista, veementi reazioni che sfociano nella classica accusa di “leggi ad personam”.

Eppure, l’immunità è un istituto che è stato estirpato dalla nostra Costituzione solo sull’onda giustizialista del periodo di mani pulite, ma che in gran parte degli altri ordinamenti è presente come strumento fondamentale a garanzia dell’equilibro tra i poteri dello Stato. Basti pensare che in Francia il Presidente Chirac ha goduto all’Eliseo di dodici anni di immunità prima che riprendessero le inchieste nei suoi confronti.

In fondo, non è un mistero che le critiche della sinistra, probabilmente con l’eccezione di Di Pietro, che è il solo animato da sincero giustizialismo, siano dovute non alla mancata condivisione del progetto di riforma della giustizia, ma alla certezza che le misure adottate con tanta premura dal PdL abbiano effetti benefici sulla situazione processuale del Premier. Tuttavia, proprio perché tali effetti sono alla luce del sole, sarebbe stato di certo più opportuno che il Cavaliere optasse per una via altrettanto trasparente per conseguirli. Se il PdL, anziché ricorrere all’emendamento al decreto sicurezza, avesse predisposto un autonomo pacchetto di norme volte ad ottenere l’obiettivo legittimo di permettere al Premier di governare senza l’assillo di Pm e Palazzi di Giustizia, salvo poi rispondere delle proprie accuse da cittadino normale al termine del mandato, probabilmente non avrebbe prestato il fianco alle critiche che oggi gli piovono addosso.

In questo modo, gli stessi dubbi di opportunità politica del Quirinale che oggi minacciano la buona riuscita del progetto berlusconiano, sarebbero stati evitati o comunque non sarebbero riusciti a mascherare una natura decisamente strumentale, volta ad ostacolare un serio progetto di riequilibrio dei poteri dello Stato.

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