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L’incertezza del futuro e la solidità del passato

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La crisi d’identità, quello stato d’incertezza che si palesa all’orizzonte di ogni società umana è uno stato che noi conosciamo bene, in quanto la nostra epoca ne ricalca apertamente i lineamenti e i paradigmi tradizionali. Anche su questo i greci furono antesignani: quando inseguito alla battaglia di Cheronea nel 338 a.C. iniziò a scomparire la società che noi definiamo “classica”, quella costituita sulla polis e sull’ideale del cittadino a tutto tondo, attore protagonista nella vita politica e militare, come caratteristiche fondanti della propria identità. Tutta la vita dell’uomo greco ruotava intorno al suo essere cittadino, alla sua appartenenza alla città: quando il crepuscolo avvolse quel mondo trascinandolo nelle tenebre, e sorse un’alba ben diversa in cui nulla rimaneva di quell’epoca se non la nostalgie e ricordi, allora l’uomo, il cittadino oramai suddito non era più nulla, privo di ogni identità, rimaneva in balia delle onde. Perché in fondo l’uomo classico era parte di qualcosa, di una comunità che rappresentava tutto il proprio orizzonte di vita. Scompariva l’uomo comunità e sorgeva il singolo, l’uomo sradicato dalla sua tradizione, dalla sua stessa natura e gettato in pasto al divenire delle cose. È qualcosa che conosciamo bene, in fondo è quello che è accaduto alla società occidentale, quando tutto ciò su cui essa si fondava è stato distrutto, quando ogni suo fondamento ha iniziato a cedere crollando su se stesso. Quella che siamo soliti definire: “La condizione postmoderna” – dall’omonimo saggio di Jean-Francois Lyotard – altro non è che lo stato in cui si trova l’uomo contemporaneo, privo di quelle certezze che fino alla fase crepuscolare del novecento sono state l’ossatura e la base stessa della loro esistenza. Come l’uomo che sul finire del secolo IV, oramai spodestato del proprio ruolo, cosi l’uomo contemporaneo, è nato dalla crisi della società moderna, dal crollo delle grandi narrazioni che ne hanno costituito il suo più intimo essere. In soccorso dell’uomo greco si levò la filosofia, un nuovo modo di intraprendere non solo l’indagine filosofica, con nuove scuole intente a donare all’uomo una nuova dimensione alla quale guardare, universale e non limitata, priva di un orizzonte esteriore politico-morale, ma interiore, costruendo l’uomo dall’interno. Oggi l’uomo contemporaneo ha abdicato anche nei confronti della filosofia, preferendo affidare nel futuro la sua prospettiva, la sua stessa esistenza. Quella che è destinata a essere una speranza disperata, in quanto priva di qualsiasi consapevolezza e ancorata solo all’idea che il futuro riservi sempre una propria intrinseca positività. L’esperienza, però, ci ha insegnato che non sempre è così, poiché il futuro altro non è che il riflesso del presente, l’inafferrabile attimo, che appena noi lo cogliamo non è più è già passato, ed infondo dove sta la ricchezza dell’umanità se non nel passato? Lì si trovano le risposte alle nostre domande, le solide basi della società. L’uomo – il singolo – deve guardare al passato con il giusto distacco, trovando in se stesso la propria identità: è nel passato, infatti, che si annida la più grande consapevolezza per edificare il futuro. 

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