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Pechino: "Gli Usa non ospitino i separatisti tibetani”

L’incontro con il Dalai Lama è la prima vera promessa mantenuta da Obama

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“Come ha già annunciato ai leader cinesi nel corso del suo ultimo viaggio a Pechino, il presidente intende incontrare il Dalai Lama”. A parlare è Bill Burton, portavoce della Casa Bianca, e il presidente è Barack Obama. “Il Dalai Lama – continua Burton – è un leader religioso e culturale rispettato in tutto il mondo, ed è in questa veste che il presidente intende incontrarlo”. Per Pechino, però, Sua Santità è un pericoloso separatista che mina l’unità territoriale e politica della Cina, e così si spiega la durissima reazione del partito comunista cinese all’annuncio di Washington.

Ma Zhaoxu, portavoce del ministero degli Esteri, ha chiarito che “la Cina si oppone risolutamente alla visita del Dalai Lama negli Stati Uniti, e al fatto che i leader americani abbiano contatti di qualsiasi tipo con lui”. Gli Stati Uniti, ha concluso, non dovrebbero permettere che il loro territorio venga utilizzato dalle “forze separatiste tibetane”. Zhu Weiqun, che si occupa di affari etnici, ha chiarito poi la posta in gioco: incontrando il Dalai Lama, gli Stati Uniti “minacceranno la collaborazione tra Washington e Pechino”, e questo non aiuterà certamente l’America “ad uscire dalla crisi economica”.

A prima vista, le critiche cinesi non differiscono molto da quelle riversate su altri leader che hanno incontrato il Dalai Lama in passato. Canada, Danimarca, Francia, Germania sono state oggetto di simili minacce, per non parlare di George W. Bush, che nel 2007 si spinse a conferire a Sua Santità la medaglia d’oro. Gli attriti di questi giorni, però, appaiono più profondi, in quanto l’incontro con il Dalai Lama è solo l’ultimo dei fronti caldi tra Washington e Pechino. Se non più di due settimane fa la Clinton aveva criticato le autorità cinesi per gli attacchi informatici subiti da Google, a venerdì scorso risalgono le proteste cinesi per la decisione degli Stati Uniti di vendere armi a Taiwan per un valore di 6.4 miliardi di dollari.

La visita del Dalai Lama negli Stati Uniti, inoltre, cade in uno dei tanti momenti di tensione tra Pechino e il Tibet. Due giorni fa, rilanciato dall’agenzia di stampa statale Xinhua, un funzionario del governo centrale cinese ha dovuto ribadire che Sua Santità non è il rappresentante legale dei tibetani: “Il governo cinese e il governo della regione autonoma tibetana sotto il suo controllo sono gli unici rappresentanti dei tibetani”, ha spiegato Zhu Weiqun. Il funzionario ha poi attaccato i “rappresentanti privati del Dalai Lama”, a caccia di concessioni: “Non hanno alcuno status legale per discutere con noi gli affari della regione autonoma del Tibet, possono solo parlare a nome del Dalai Lama e al massimo del piccolo partito che lo sostiene”.

Gli attriti tra il governo di Pechino e il Dalai Lama proseguono da molti anni, e all’orizzonte non si intravedono spiragli per un accordo. Il fatto che Sua Santità venga accolto dal presidente più grande potenza occidentale, però, accresce inevitabilmente il prestigio del leader spirituale e accende i riflettori della comunità internazionale sulla questione tibetana: da qui la dura reazione del partito comunista, pronto a minacciare Washington tanto sul piano diplomatico quanto su quello economico. Quali saranno le conseguenze per i rapporti tra i due paesi? È presto per dirlo, anche se – guardando alle esperienze passate – è probabile che Washington e Pechino tornino presto a guardare ai propri interessi, dimenticando gli scontri ideologici.

Sul fronte americano, intanto, va sottolineato il gesto coraggioso di Obama, che ha deciso di tenere fede alle proprie promesse. L’incontro con il Dalai Lama, infatti, si sarebbe dovuto tenere lo scorso ottobre ma – in vista del viaggio a Pechino programmato di lì a poco – l’amministrazione statunitense preferì rimandare l’appuntamento a data da destinarsi. Ne varrà la pena? Probabilmente sì: il meeting con Sua Santità sarà certamente positivo per rilanciare l’immagine di Obama – e i valori che hanno guidato la sua corsa elettorale del 2008 – agli occhi degli americani. Nella speranza che non accada quanto paventato giustamente da Steven R. Hurst sul “Washigton Post” di ieri: secondo l’editorialista, gli attriti con Pechino potrebbero rendere infatti ancora più difficile un accordo con la Cina in vista di una nuova tornata di sanzioni contro Teheran.

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