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L’incubo russo di una Opec del gas

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L'Opec (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) nacque nel 1960 come risposta dei paesi produttori di greggio al predominio economico delle aziende petrolifere straniere, principalmente anglo-americane, che fin dagli anni '20 e '30, attraverso una serie di concessioni per l'estrazione, esercitavano un controllo pressoché assoluto sulla filiera produttiva (riserve, estrazione, raffinazione, commercializzazione).

Le compagnie straniere conosciute come «sette sorelle» - termine coniato dall'italiano Enrico Mattei, arrivarono, infatti, a controllare la quasi totalità del petrolio mediorientale, definendo in maniera unilaterale le quote di estrazione ed il prezzo da pagare ai paesi produttori. Attualmente l’Opec comprende attualmente undici paesi che si sono associati, formando un cartello economico, per negoziare con le compagnie petrolifere aspetti relativi alla produzione di petrolio, prezzi e concessioni.

Ma cosa accadrebbe se accanto all’Opec nascesse un’Opeg (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Gas)? Sarà che la Russia, come giura il suo presidente Vladimir Putin, non rappresenta una minaccia per le politiche energetiche dell'Occidente, nonostante il ruolo sempre più ingombrante del campione nazionale Gazprom in Europa. Eppure si fa largo, dopo la proposta dell'Iran ultranazionalista e anti-sionista di Amadinejad, l'idea di un'alleanza tra paesi produttori del nuovo petrolio: il gas naturale. L'idea di un'Opec del gas è molto interessante come sottolineato dallo stesso Putin durante la sua conferenza stampa annuale al Cremino. Le manovre e le varie strategie poste in essere nel corso degli ultimi mesi non sembrano molto incoraggianti e sembrano tutte indirizzarsi proprio in questa direzione.

Nel marzo scorso i due big russi Gazprom e Lukoil si sono garantiti un accesso esclusivo ad alcuni grandi giacimenti di petrolio e di gas algerino, in cambio della cancellazione di 4,7 miliardi di debiti e dell'acquisto da parte di Algeri di 7,5 miliardi di dollari di armi russe. Va ricordato che Algeri è il secondo fornitore di gas dell'Europa, dietro alla Russia. Inoltre Mosca e Teheran hanno avviato una serie di accordi per un maggior coordinamento tra i due paesi nella produzione di gas. Dato che la Russia detiene il 30% delle riserve mondiali di gas e l'Iran segue al secondo posto questo accordo dovrebbe davvero allarmare soprattutto quando la merce in questione è il gas e le nazioni che lo propongono fanno parte del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (Gecf) che riunisce i più grandi produttori mondiali dalla pregiata materia. Lo spettro di una Opec del gas è talmente reale da rappresentare una vera e propria proposta definita che sarà presentata e discussa il 9 aprile a Doha, in Qatar, alla prossima riunione del Gas Exporting Countries Forum (Gecf), organizzazione di cui fanno parte 16 Paesi con in mano il 73% delle riserve e il 42% della produzione mondiale di gas naturale, ma che dal 2001, anno della sua nascita, ad oggi non ha mai assunto alcuna decisione di rilievo.

L’Italia corre così il serio rischio di veder vanificata la strategia che punta sul gas per diversificare l’approvvigionamento delle fonti energetiche e ridurre la dipendenza dal petrolio. Il rischio di una strategia della Russia atta a costituire un cartello di produttori di gas esteso dall'Algeria all'Asia centrale da utilizzare come arma politica nelle trattative con l'Europa, è davvero reale. Considerato che proprio nelle scorse settimane sono stati conclusi gli accordi tra Eni e la russa Gazprom e tra Edison, Enel ed Hera e l’algerina Sonatrach, sembra proprio che l'allerta su una sorta di Opec del gas organizzata dalla Russia non sia la migliore delle notizie per un Paese privo di risorse energetiche come il nostro. Tali contratti infatti assicurano all’Italia oltre il 60 % del fabbisogno di gas per almeno trent’anni e questo può significare che dall’eccessivo ricorso al petrolio si passa a una pericolosa dipendenza dal gas. Sembra un tipico caso di coperta troppo corta, che in più suona come una beffa, visto che l’accordo con Sonatrach, il maggior produttore di gas algerino, viene firmato proprio con l’obiettivo di ridurre il potere contrattuale della Russia e di Gazprom nei confronti dell’Italia. Per non dire della necessità di eliminare il rischio di improvvisi black-out energetici come quello dello scorso inverno. Se la Russia, che fornisce un quarto del gas all'Europa, cercasse di riunire Algeria, Libia, Qatar, Paesi dell'Asia e forse l'Iran in un cartello, questo disporrebbe di un enorme potere sul mercato del gas. Strategia che rafforzerebbe la posizione di Mosca nei rapporti con l'Europa, in particolare con vicini come Ucraina e Georgia, che Mosca vuol dissuadere dall'avvicinarsi a organismi occidentali quali Nato e Unione europea.

Per sottrarsi a questo “cartello” a nulla varrebbe, inoltre, il tentativo di diversificare la fornitura di approvvigionamenti facendo affidamento ai rigassificatori.  Nell’eventuale Opeg, infatti, non rientrerebbero soltanto i due maggiori fornitori italiani di gas naturale tramite gasdotti (Russia ed Algeria) ma anche Paesi più “lontani” sui quali l’Italia sembra far affidamento per diversificare il suo mix di fornitori. Uno dei principali protagonisti di questa nuova realtà economica potrebbe essere proprio il Qatar, Paese sul quale l’Italia ha puntato da tempo per la fornitura di gas naturale liquefatto.

Valga un esempio per tutti. Grazie a un accordo siglato con il governo del Qatar, il terminale Adriatic Lng di proprietà di Edison al largo di Porto Levante riceverà dal 2008 il gas naturale liquefatto (Gnl) del “Giant north field reservoir”, il più grande giacimento al mondo esclusivamente di gas con i suoi 25.500 miliardi di metri cubi di capienza. Attraverso navi cisterna, dunque, Edison riceverà dal Golfo Persico per venticinque anni 6,4 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Difficile comprendere come tali investimenti possano rappresentare una valida e strategica scelta di diversificazione degli approvvigionamenti.

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