“L’iniziativa ‘antileghista’ di Fini finirà per favorire il gioco del Carroccio”

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“L’iniziativa ‘antileghista’ di Fini finirà per favorire il gioco del Carroccio”

15 Aprile 2010

Che il pranzo, tanto atteso, tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, fosse rimasto indigesto a entrambi lo si era capito fin da subito. Da quando, a incontro concluso, sia il premier che il presidente della Camera avevano rinunciato a commentarne l’esito. "Ho mangiato benissimo", dice lapidario ai cronisti il presidente del Consiglio mentre l’inquilino di Montecitorio affida al portavoce Alfano il compito di far sapere che dai piani alti della Camera non ci sarebbero stati commenti e che se lo riteneva opportuno sarebbe stato Berlusconi a parlare del faccia a faccia.

Ma nello spazio di poche ore sulle agenzie cominciano a susseguirsi dispacci in cui i due co-fondatori del Pdl prendono posizione dopochè si diffonde la notizia che in realtà il pranzo che avrebbe dovuto segnare la ripresa dei rapporti tra i due – negli ultimi mesi diventati sempre più tesi – si era trasformato nell’anticamera della rottura definitiva. Fini ha presentato le sue richieste a Berlusconi: basta col Pdl che va al traino della Lega e un ruolo più marcato nelle decisioni interne al partito, comprese quelle organizzative e di rappresentatività per la componente di An portata in dote da Fini al partito unico.

Anche sulle riforme la terza carica dello Stato ha lamentato di esserne stato messo al corrente solo dopo la cena del Cav. col Senatur. Se le richieste non saranno tenute nella giusta considerazione – è il monito – Fini e i suoi sono pronti a fondare gruppi parlamentari autonomi (il disegno già ventilato alla vigilia delle regionali, poi rientrato dopo la vittoria elettorale) pur restando nella maggioranza e sostenendo il governo. E’ questa la notizia che fa esplodere il caso. Berlusconi dice a Fini di prendersi quarantottore di tempo per riflettere e comunicargli la decisione, poi fa sapere che se davvero il co-fondatore del Pdl è intenzionato a costituire gruppi parlamentari autonomi, di conseguenza deve pensare a lasciare lo scranno più alto della Camera. Così come i parlamentari disposti a seguirlo dovranno naturalmente tenere in considerazione che non saranno ricandidati.

La contromossa è la riunione dei finiani guidati da Italo Bocchino dalla quale esce la linea che lo stesso vicepresidente dei deputati Pdl annuncia: se non verranno accolte le richieste del presidente della Camera la via non potrà che essere quella della scissione. Fini da parte sua, in una nota mette nero su bianco di non voler mettere in crisi maggioranza e governo. E aspetta risposte, ma nei palazzi della politica la tensione sale alle stelle. Intanto il presidente del Senato Renato Schifani prova a mettere un argine alla vicenda sottolineando che se la maggioranza si divide l’unica soluzione è ridare la parola agli elettori. A tarda sera a Palazzo Grazioli Berlusconi convoca i tre coordinatori del Pdl per fare il punto della situazione e verificare quanti parlamentari sono disposti a seguire Fini. In una nota, Bondi, Verdini e La Russa definiscono "incomprensibili" le scelte del presidente della Camera. Scelte che Gaetano Quagliariello vicepresidente dei senatori Pdl non esita a definire "un’iniziativa politica a freddo" ricostruendo i passaggi di una giornata convulsa. In attesa di sapere  cosa accadrà tra quarantottore.

Senatore Quagliariello che sta succedendo?
Iniziativa politica a freddo. Non ci sono le condizioni per mettere in crisi il Pdl. È un partito nato poco più di due anni fa che ha vinto tutte le competizioni . La vita interna di un partito può sempre migliorare e certamente quella del Pdl è imperfetta. Ma da qui a mettere in dubbio uno dei capisaldi della democrazia degli elettori che Fini stesso con la sua biografia ha contribuito a costruire ne passa e prima di farlo bisognerebbe pensarci quattro volte.

Come valuta le richieste di Fini a Berlusconi sul rapporto con la Lega e sul Pdl?
Sono in contraddizione tra di loro. Paradossalmente, la Lega guadagna perché è il vero partito berlusconiano, cioè il partito che difende il leader e si appropria della sua autorevolezza e forza per crescere sul territorio. Il Pdl dovrebbe riprendersi Berlusconi, pensare a penetrare nel territorio, a costruire una classe dirigente al Sud in modo da essere percepito come partito nazionale. Questo è il modo migliore per essere competitivi con la Lega e limitarne la forza, salvando un’alleanza che non ha alternative. Se invece ci si divide, paradossalmente si fa il gioco della Lega. D’altro canto, la politica è governata dalle conseguenze non  volute e niente di più strano che l’iniziativa “antileghista”di Fini finisca nei suoi effetti per favorirla.

E sul partito, Fini ha torto o ragione?
Il partito ha fatto un pezzo di strada e deve migliorare: non poco, ma certamente questo obiettivo non si raggiunge creandone un altro o amputandolo per esperienze in fondo assai positive dei gruppi parlamentari. 

Quali sono le conseguenze, che scenari si aprono adesso?
Vediamo se l’iniziativa va fino in fondo. Io ne dubito. Fini è un uomo di Stato , è un protagonista del passaggio dalla democrazia dei partiti a quella degli elettori. Se andasse fino in fondo entrerebbe in conflitto di interessi con se stesso: con la sua attuale funzione, con la sua storia politica.

Berlusconi ha detto che se ci saranno gruppi autonomi, Fini deve lasciare la presidenza della Camera.
Sono sicuro che avrebbe la sensibilità istituzionale per farlo senza che nessuno glielo chieda.

Schifani ha detto che se la maggioranza si divide si torna alle urne.
È probabile: per ragioni istituzionali e per ragioni politiche. Dal punto di vista istituzionale, credo che il divorzio tra due componenti del Pdl non sarà una passeggiata, porterebbe con sé risentimenti e residui in grado di inquinare la vita politica della maggioranza. E questo determina come conseguenza una valutazione di convenienza politica: piuttosto che tirare avanti consumandosi  fino al termine della legislatura discutendo di "alimenti", meglio darci un taglio e presentarsi davanti agli elettori.

Alla Camera si parla di cinquanta deputati, mentre a Palazzo Madama sarebbero dieci i senatori pronti a seguire Fini. State facendo la conta di chi potrebbe traslocare nel gruppo autonomo?
No. Ognuno si assumerà le proprie responsabilità politiche e personali davanti agli elettori, valutandone le conseguenze.

Secondo lei c’è ancora una via d’uscita o la rottura è inevitabile?
Quando una soluzione si ritiene inevitabile la politica finisce. Qui non c’è in discussione la sorte personale di questo o quello e neppure quella di Berlusconi. C’è un interesse del paese. Se ci si pensa un po’ la via d’uscita si trova.