L’Intelligence Usa sottovalutò Al Qaeda e per questo ha usato la tortura

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L’Intelligence Usa sottovalutò Al Qaeda e per questo ha usato la tortura

23 Aprile 2009

Le infinite discussioni sulla tortura, le posizioni di chi attacca e di chi difende, non centrano il nocciolo
della questione. Gli Stati Uniti sono ricorsi alla tortura perché vittime di un fallimento completo della
intelligence, iniziato dieci anni addietro. I servizi segreti statunitensi non hanno raccolto sufficienti informazioni sulle intenzioni, le capacità, l’organizzazione e gli uomini di al Qaeda. L’uso della tortura non è stato parte di un progetto coerente dell’intelligence, ma la risposta a una sua gravissima mancanza.

Questo fallimento affonda le sue radici in una serie di errori di calcolo commessi nel corso degli anni. L’opinione pubblica credeva che, terminata la guerra fredda, gli Stati Uniti non avessero più bisogno di una grande attività di intelligence, un punto di vista enunciato dal senatore Daniel Moynihan. C’erano personaggi nei servizi segreti che snobbavano l’Afghanistan come argomento ormai superato.

C’era l’emendamento Torricelli che rendeva illegale il reclutamento di persone legate a gruppi terroristici, a meno di una speciale autorizzazione. C’erano gli esperti di Medio Oriente che non potevano capire come al Qaeda fosse qualcosa di profondamente diverso da  qualsiasi altra cosa osservata in precedenza. La lista dei colpevoli è infinita, e alla fine include anche il popolo americano, che sembra sempre credere che guardare al mondo come un luogo irto di insidie non sia altro che il punto di vista di affaristi e burocrati.

Bush, dopo soli nove mesi che era in carica, con l’11 Settembre si trovò a gestire una situazione impossibile. La nazione chiedeva di essere protetta, e visto il caos che regnava nell’intelligence da lui ereditato, reagì più o meno bene, come chiunque altro nella sua situazione. Adoperò gli strumenti di cui disponeva, e sperò che fossero abbastanza efficaci.

Il problema della tortura – come di altre misure eccezionali – è che, nella migliore delle ipotesi, funziona in situazioni eccezionali. Il problema di tali procedure nelle mani di un apparato burocratico, è che l’eccezionalità imposta dal momento diventa la routine, e la tortura da misura d’emergenza diventa parte delle procedure standard dell’intelligence.

A un certo punto, l’emergenza era conclusa. L’intelligence Usa si era concentrata sul problema, ed era riuscita a farsi un quadro sempre più chiaro di al Qaeda, grazie anche all’aiuto dei servizi segreti musulmani alleati, e diventò in grado di iniziare a far pagare il conto ai terroristi. La guerra era diventata routine, e misure eccezionali non erano più necessarie. Ma il far diventare l’eccezionale parte della routine è un pericolo intrinseco della burocrazia, e quello che iniziò come una risposta a un pericolo senza precedenti diventò parte della situazione complessiva. Bush ebbe l’opportunità di andare oltre l’emergenza. Non lo fece.

Se sai che qualcuno possiede informazioni, la tortura può essere uno strumento utile. Ma se possiedi così tante informazioni da sapere già che quel qualcuno possiede informazioni, allora sei giunto molto vicino a vincere la guerra dell’intelligence. E’ il momento in cui non usi la tortura. E’ il momento in cui ti limiti a puntare un dito sul prigioniero e gli dici "per te la guerra è finita", poi tiri fuori tutto quello che già sai e quanto sai su  di lui in particolare. E’ una cosa tanto demoralizzante quanto restare in una cella fredda e umida, e aiuta i tuoi interrogatori ad avere la giusta pressione.

Il presidente Barack Obama ha gestito questo tema nel modo in cui ci siamo abituati, ovvero che si trattava della migliore soluzione possibile da un punto di vista pratico. Ha reso pubblici i memorandum che autorizzano la tortura, riversando tutte le responsabilità della questione sull’amministrazione Bush, rifiutandosi di mettere sotto processo chiunque possa essere associato a quelle pratiche, evitando così che la questione diventasse troppo lacerante. Una buona politica, probabilmente, che però non affronta la domanda fondamentale, che rimane senza risposta, e tale, forse resterà.

La domanda fondamentale è: quando un presidente prende il solenne impegno di "preservare, proteggere e difendere  la Costituzione degli Stati Uniti", quali sono i limiti di tale impegno? Noi lo diamo per scontato. Ma chiunque entri  nel dibattito sulla tortura dovrebbe ragionare attentamente su questa domanda. Soprattutto i presidenti.

George Friedman è il fondatore e il CEO di Stratfor, la principale agenzia di intelligence privata al mondo. Ha pubblicato America’s Secret War e The Next 100 Years, tra gli altri. Vive ad Austin in Texas.

Copyright © 2004 by Stratfor Global Intelligence

Traduzione di Enrico De Simone